Orobie – L’inverno finisce sul calendario, ma non in montagna. Regola forse banale ma aurea. Perché troppo spesso c’è chi se la dimentica, avventurandosi là dove invece non si dovrebbe andare. Rischio valanghe. Di questo stiamo parlando. E se quest’anno, almeno finora, sulle bergamasche è andata bene, senza cioè incidenti di rilievo, non è proprio il caso di abbassare la guardia. Nevicate primaverili e rialzo delle temperature rappresentano infatti ulteriori variabili che vanno a inserirsi in un mosaico di per sé già articolato. A complicare il tutto una pratica – quella delle – in costante aumento, ma molto spesso accompagnata da una scarsa attenzione per la sicurezza. Appassionati poco esperti «È vero – conferma Elia Ranza, dal primo gennaio delegato della VI orobica del Corpo nazionale di soccorso alpino – purtroppo gli appassionati delle racchette da sono spesso inesperti e privi delle conoscenze indispensabili ad affrontare un terreno tanto complesso.

L’errore fondamentale è di considerare le uscite invernali alla stregua di quelle estive. Non è assolutamente la stessa cosa. La montagna, soprattutto nella stagione fredda, richiede una conoscenza che si può acquisire solo gradualmente e con grande prudenza. I rischi cambiano di stagione in stagione, per non dire di giorverso la primavera è anticipato
». Non a caso, anche la stagione scialpinistica – che una volta cominciava tra febbraio e marzo – entra nel vivo già all’inizio dell’inverno. Tanti appassionati delle pelli di foca che, senza voler generalizzare eccessivamente, hanno di solito una sensibilità un po’ più marcata in tema di sicurezza. Per intenderci dispongono quantomeno di Arva, pala e sonda, ovvero quel kit di autosoccorso che, purtroppo, tra i ciaspolatori è ancora uno strumento sconosciuto: «È fondamentale – aggiunge Ranza – anche se non basta averlo con sé, ma bisogna essere in grado di utilizzarlo nel caso in cui serva veramente».

E la scelta delle mete? «Quest’anno – conclude Andrea Freti – le Orobie sono state innevate generosamente un po’ dappertutto. In generale diciamo che i versanti sud si trasformano prima e quindi sono tendenzialmente più sicuri, mentre a nord, dove la neve è più abbondante serve più tempo perché si assesti. Il consiglio fondamentale è di leggere sempre con grande attenzione i bollettini, perché dietro un rischio 3 ci può essere una forbice molto ampia e se il pericolo scema verso il 2 la situazione è più accettabile, ma se tende al 4 il quadro si fa decisamente proibitivo e quindi da evitare».

È il caso delle valanghe: «Con il passare delle settimane – aggiunge Ranza – il manto si trasforma e si va incontro a rischi diversi. In genere si tratta di distacchi più pesanti, ma che comunque si possono sempre verificare. Un altro errore frequente è quello di pensare che i pericoli siano legati a masse di neve enormi, mentre per finire nei guai può bastare una slavina contenuta, ma sufficiente a intrappolarti soprattutto – e questo è un ulteriore problema – se ai piedi calzi le ciaspole che, a differenza degli , difficilmente si staccano e quindi rappresentano un ostacolo in più». Il consiglio? Prudenza, una consultazione assidua dei bollettini e di rischio valanghe, ma anche alcuni accorgimenti di «stagione». «Più le temperature si alzano – spiega Andrea Freti, presidente del coordinamento delle scuole per la montagna del Cai di – e più è fondamentale anticipare i tempi dell’escursione. Perché la neve si trasforma più velocemente e se adesso il rientro a può essere ancora accettabile, tra quindici giorni bisognerà prevederlo attorno alle undici. Le ore centrali sono infatti quelle più rischiose. In questa prospettiva bisogna tenere conto anche delle evoluzioni climatiche, perché un tempo la primavera in quota si avvertiva verso la fine di marzo e l’inizio di aprile, mentre adesso l’andamento climatico è molto più imprevedibile e tendenzialmente il passaggio.

Emanuele Falchetti – L’Eco di Bergamo