L’operosità, punto di forza della Valle Brembana
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Dalle miniere, ormai in disuso da tempo, al legname, l’agricoltura e la pastorizia, l’operosità, punto di forza della Valle Brembana. Il lavoro e la produttività hanno da sempre caratterizzato l’operosità delle genti che popolano l’Alta Valle Brembana, tra le attività preminenti si ricordano le antiche miniere, ormai in disuso da tempo, il legname, l’agricoltura e la pastorizia, nonchè la produzione lattierocasearia. Dalle miniere in tempi remoti attorno al XIII secolo, venivano estratti nei vari giacimenti ora dismessi di Valtorta, Carona, Santa Brigida, Fondra ecc.
Non è possibile trarre limpide conclusioni dalle attuali, seppur coerenti, supposizioni che delineano l’antica storia della nostra valle
La maggior parte delle sue opere a sfondo sacro si trovano in piccole chiese delle valli bergamasche. Nello stanco albeggiare del 20 gennaio, nel lontano 1609 San Giovanni Bianco accolse in seno alle montagne uno dei più grandi stendardi dell’ arte pittorica vallare. E’ il caso di Carlo Ceresa, figlio di poveri calzolai che emigrarono dalla Valsassina in cerca di fortuna. L’infanzia dell’ artista fu divisa dalla durezza della realtà e dell’indigenza economica, edulcorate dal perpetuo sogno della fama pittorica. Formatosi come autodidatta, a vent’anni venne ingaggiato per affrescare le pareti delle chiese dei paesi limitrofi, e ciò gli valse l’ingresso nella bottega del pittore milanese Daniele Crispi. La formazione del Ceresa risentì fortemente delle caratteristiche della Scuola pittorica Lombarda, e poté fruire degli insegnamenti impartitigli dal maestro, grazie a cui riuscì ad affinare le innate abilità artistiche.
Personaggi brembani di ieri, descritti tra storie vere e racconti popolari. Se la tradizione radicata nei costumi bergamaschi ha eretto ad emblema del Carnevale il pittoresco Arlecchino, la Commedia dell’arte affonda ben oltre i costumi orobici, collocando i Natali della maschera nel XI secolo, in Francia. Battezzato come Helloquin e nato, nella superstizione dell’epoca, come un diavolo condottiero di diavoli, presentando un’accezione esoterica assolutamente negativa. Alla rapida diffusione di Arlecchino nell’immaginario collettivo, segue una sterminata sequela di etimologie, che vogliono arrogarsi prepotentemente la natività dell’eroe della beffa. La lontana mitologia germanica lo riconosce, per esempio, come Erlonking, la critica letteraria, invece, lo riconduce al demone dantesco, il male branche Alichino.

Erano gli ultimi anni del 1800 e in Valle
Una torre, un’aquila e due tassi, disegnati sul muro e nascosti, forse per secoli, dalla pittura e dall’abbandono. Eppure quello stemma, raffigurato su una piccola chiesa in mezzo a due minuscoli borghi antichi, racchiude una storia straordinaria, fatta di uomini potenti e di povera gente, di corrieri postali che fecero fortuna in tutta Europa e di principi tedeschi, i cui discendenti vivono ancora oggi in un magnifico castello della Baviera. Potrebbe sembrare una favola, visto che stiamo parlando di aquile imperiali, castelli e principesse. E invece è tutto vero, anche se per gli storici si tratta veramente di una scoperta da favola.