Strano come nel cristianesimo anche dalle cose più turpi fioriscano spesso storie di fede vera, che finiscono in Gloria. La in fondo per Gesù è stata uno strumento di tortura, una «burla atroce» – come la definì il vescovo Giulio Oggioni – e anche quella conservata a San Giovanni Bianco è una reliquia sporca, in senso non solo metaforico, di sangue. È qui in non grazie alle gesta di un eroe o alla limpida fede di un santo ma ai maneggi di un poco di buono e in virtù di una rapina – si direbbe oggi – aggravata dall’uso di armi, dal sequestro della persona offesa e, se vogliamo, anche dai futili motivi.

Vistallo, o Viscallo o Cristallo o come si chiamava quello Zignoni che oggi campeggia nella piazza del paese, era un omicida messo al bando dalla Signoria veneta: non poteva più metter piede né a né a Brixia, ne aveva fatte troppe. Non avendo più di che campare aveva pensato bene di arruolarsi come balestriere a Mantova: divenne un mercenario che cercava di riconquistare una certa credibilità sociale guerreggiando per conto di signorotti che non andavano troppo per il sottile sui curricula dei soldati quando si trattava di consolidare il proprio potere. Vistallo, quando vide il re di Francia Carlo VIII in difficoltà rientrare verso le Alpi e apprestarsi a lasciare in tutta fretta la nostra Penisola minacciato da una nuova Lega (Papato, Venezia, Milano voltagabbana e persino l’ex amica Firenze) che s’era disturbata d’avere in casa dall’anno precedente un cugino prestigioso ma diventato politicamente ingombrante, il 6 luglio del 1495 pensò bene di appostarsi con gli eserciti alleati sugli Appennini per prendere alla gola i francesi e alleggerirli dei loro pesanti fardelli. A Fornovo, nella confusione della battaglia – intuito o fortuna che l’abbia guidato – il balestriere brembano piombò sulla tenda di un servitore del re, tale Gabriele Molendine, di anni 66, proveniente pare da Angers, in pratica un vecchio inerme che era segretario del re e custode di un’oncia del Tesoro di Francia che Carlo si portava in guerra come talismano. Ci mise poco, il , a capire che quella scatoletta di una quindicina di centimetri di lato tempestata di perle e di rubini valeva più dell’oro che pesava, che poteva essere il suo salvacondotto per un ritorno in grande stile alla vita civile. Mise le mani sul prezioso reliquiario che conteneva un vero e proprio «campionario» di reperti della Passione, veri o falsi che fossero: non solo la Spina ma anche una scheggia del metallo della «lanza», un pezzo della tunica, del sudario, dello scettro, della spugna, persino delle verghe che flagellarono Cristo.

Cercò subito la per presentarsi in alto, molto in alto: davanti al Doge Agostino Barbarigo. Venezia, città laica, poco costumata e anche un filino eretica, quando si trattava di Gesù in persona e del potere simbolico e temporale del Bucintoro si faceva improvvisamente molto pia. Il Senato si riunì il 16 agosto e deliberò a favore del bravo bergamasco una composizione del caso che oggi farebbe impallidire il meno onesto dei giudici: lo Zignoni ottenne dal Consiglio dei Savi «50 ducati per le sue spese», «10 fiorini al mese per tutta la sua vita» e anche una provvigione e 100 ducati di rendita per un suo figliolo «avviato alla carriera ecclesiastica». E soprattutto non la cancellazione del bando per l’omicidio ma, con provvedimento ad personam, «un salvacondotto valido per cento anni» che gli permetteva di tornare nell’amata . Favorevoli: 163. Una maggioranza più risicata (13 contro 8) fece poi passare un emendamento che portava a 150 ducati la rendita al figlio e ricopriva di fiorini altri stretti parenti.

Anche i 101 ducati che Vistallo aveva trovato in saccoccia al povero Molendine, secondo quanto narra il Sanudo, se li tenne lui e si intascò pure una taglia per aver uccellato sul Taro un così pingue regal corteo. In cambio il balestriere di consegnò al Doge la preziosa cassetta. Anche la Spina di Cristo? Non si sa. Gli storici su questo non sono concordi, i documenti veneziani dell’epoca – informatissimi sul caso che destò scalpore in tutta Italia – su questo punto tacciono, forse non a caso. C’è chi ricorda che Venezia di Spine della Passione ne possedeva già più d’una, avendo a sua volta preteso una cospicua «tangente» sulle reliquie che nel ‘200 erano di passaggio per la Laguna nel loro viaggio da Costantinopoli a Parigi, e dunque quella Spina potrebbe averla lasciata in dote al soldato bergamasco. C’è chi pensa invece che il Vistallo l’abbia fatta sporca anche qui, e prima di consegnare il prezioso bottino al Barbarigo abbia infilato la mano nella preziosa teca e la Sacra Spina se la sia tenuta lui. Il carattere del personaggio non consiglia di escluderlo.

Certo a lui – come in genere ai malaccorti in fatto di sacre cose – il di reliquie non portò fortuna: Bergamo di lì a breve passò sotto il controllo proprio dei Francesi e lo Zignoni ridivenne un nemico pubblico numero 1, dal 1509 al ’17 dovette fuggire, pare, proprio a Venezia. E litigò anche con i suoi concittadini di San Giovanni Bianco che – contra lege, ma forse seguendo la corrente dell’invidia – volevano caricarlo di tasse.

Sul giorno in cui la Spina arrivò in Val Brembana anche i documenti di San Giovanni Bianco tacciono: quello che è certo è che Vistallo consegnò quell’«anconetta d’oro di venerande reliquie» a Venezia nel 1495 ma fino al 1536 – cioè più di quarant’anni dopo, quando lo Zignoni era forse bell’e morto – non si ha notizia sicura della presenza della santa reliquia sul . Cosa un poco strana.

Se poi la Sacra Spina di San Giovanni Bianco, venerata con amore e con fede nei secoli, sia autentica non è facile dirlo. Le spine della Passione sparse per l’Europa sono tante, 39 «certificate», circa 200 ben documentate nelle loro origini, forse un migliaio quelle raccattate sulla strada del Golgota dai pellegrini e poi venerate in Occidente «per contatto» con altre reliquie autentiche, per smemoratezza, per ignoranza e a volte anche per fanatismo. Bisogna dire però che è credibile il lignaggio di quella brembana, a partire appunto dalla sua «indubbia» – come scrisse nell’87 don Goffredo Zanchi nell’opera più seria su La Sacra Spina di San Giovanni Bianco – provenienza dal Tesoro di Francia conservato nella Saint Chapelle, che s’era altrettanto certamente alimentato della rovina di Bisanzio, che a sua volta aveva attinto ai tesori proto-cristiani della Chiesa di Gerusalemme.

E gli studi degli ultimi anni di studiosi molto qualificati, come Avinoam Danin dell’Università di Gerusalemme e l’americano Alan D. Whanger, che fa parte del Comitato di Studi sulla Sacra Sindone di Torino (e che dal 1979 ha fatto importantissime scoperte sui frammenti vegetali e sui pollini depositati su di essa), hanno riconosciuto nella nostra reliquia un «ramo spiniforme della specie Rhamnus lycioides» che cresce in Israele. Una pianta che spina proprio tra la fine di marzo e l’inizio di aprile – date certe della passione di Cristo – per poi trasformarsi nel volgere di poche settimane e fiorire. Particolari che lasciano pensare.

Carlo Dignola – L’Eco di Bergamo