Quale etica per un politico? Lontani i tempi di Machiavelli e di Botero che posero al centro della loro attenzione il principe, l’Italia liberale e costituzionale del primo ‘900 riscopre la necessità di formulare un’etica per chi si occupa di politica. Nell’Italia di Vittorio Emanuele III è il politico di lungo corso che gestisce il potere, i vari Giolitti, Luzzatti, Sonnino…; la legge elettorale pensata da Luzzatti e attuata da Giolitti concede il diritto di voto a tutti i cittadini maschi maggiorenni, superando almeno potenzialmente il privilegio della casta aristocratica e dell’alta borghesia, che si esprimeva nel notabilato. La prima guerra mondiale, poi, con il sangue versato da operai e contadini pone al ceto politico la necessità di ripensare il proprio rapporto con la nuova base elettorale e con i destinatari della propria azione politica. Il problema, quindi, che inizia ad essere percepito da esponenti nuovi del ceto politico e più sensibili alle grandi novità del periodo è quello della definizione di un modello di parlamentare, che non poteva derivare né dagli antichi testi di dottrina politica né dall’incipiente dottrina sociale della chiesa cattolica.

Belotti avverte l’urgenza di definire un modello di riferimento già durante la campagna elettorale del 1913 che lo vede opposto al comitato elettorale liberale e alle scelte della curia di che sostenevano la ricandidatura di quell’Egildo Carugati in parlamento, per sua ammissione, per sistemare i propri affari e dedito a frequentare i ministeri per trovare qualche finanziamento per comuni e parrocchie del proprio collegio. Il motivo base della campagna elettorale non è costituito tanto dalla definizione di un programma, quanto, in primis, dal rispetto della coscienza dei cittadini-elettori. Di fronte al comitato liberale che impone alla popolazione un accordo, che prevedeva la cessione di fatto del collegio -Valle Imagna ai cattolici, e alla imposizione dell’obbedienza agli elettori cattolici (“Siamo soldati, ed i soldati non hanno diritto di sindacare gli ordini dei duci; ai soldati spetta ubbidire”), Belotti rispondeva sollevando la questione della dignità del cittadino, padrone del proprio destino politico: “Noi vogliamo un deputato valligiano per i nostri interessi, per la nostra dignità, per far sentire finalmente nel paese una voce che sia nostra, tutta nostra” e Belotti, come voleva la sua Unione Valligiana, voleva essere voce, cioè espressione diretta e franca del proprio elettore.

Rispetto al proprio predecessore, in parlamento Belotti si dedicò ad un’intensa e appassionata attività politica volta a risolvere i problemi nazionali, magari anche quelli tipici delle zone montane, mettendo a frutto innanzitutto le proprie competenze di giurista e di economista. La prima guerra mondiale, però, complica la situazione: emerge infatti il tema del conflitto di interessi (e non solo), considerato che diversi imprenditori, in affari con lo Stato per le commesse, ricoprono ruoli di governo. La situazione di Belotti è ben più leggera: si trova ad essere parlamentare senza incarichi di rilievo ed insieme azionista di minoranza e consigliere di una ditta milanese, la Rejna, che si sta sviluppando proprio grazie a commesse militari. Belotti avverte la delicatezza della situazione e non sa come uscirne, tanto più che molti lo rassicurano sulla questione.

Da qui la sua decisione di chiedere consigli al deputato cattolico liberale e giurista Alessandro Stoppato (Cavarzere 1858 – Milano 1931), il quale gli scrisse questa bella lettera: Caro amico, Arquà Petrona (Monselice) 29.8.1916 prima di tutto ti ringrazio vivissimamente della amicizia che mi dimostri e della stima; ti assicuro che lo ricambio a te di gran cuore. La mia opinione, che naturalmente debbo dire intera, è questa che il Deputato al Parlamento non debba prender parte ad affari, neppure come consigliere di società, per onestissimi che essi siano (come lo sono quelli di cui parli) e non debba trovarsi mai per ragioni personali o rapporti commerciali o professionali in possibile conflitto di interessi con la pubblica amministrazione, né debba comunque difendere professionalmente, per quanto fondatamente e correttamente, interessi in contrasto con quelli della pubblica amministrazione. Ho detto così tutto il mio pensiero. Io capisco perfettamente come non ci sia niente di male assai spesso, come nel caso tuo, soggettivamente; ma considero che chi ha il mandato legislativo debba crearsi ed essere superiore e distante da ogni preoccupazione che non sia quella del mandato medesimo, libero nel senso più largo e ideale, in giudizi, critiche, discorsi e voti, e irraggiungibile da qualsiasi dubbi o aspetto di unilateralità di parzialità di reticenza
o di schiavitù o interessi non coordinati a quelli che egli rappresenta. E così la libertà come la immunità da ogni sospetto si conquistano e si conservano e si accrescono professando e attuando il detto metodo, più che con religione, con scrupolo e anzi con superstizione. Mi dispiace parlare di me stesso, ma io (sia pure con sacrificio perché non sono mai stato e non sono in larghezza, e ho fatto, senza la gran cassa il penalista-giurista… ciò che significa in massima prenderne pochi!…) per modo di esempio ho in questi tempi rifiutate molte e buone cause in difesa di fornitori dell’esercito (anche evidentemente innocenti) davanti a Tribunali locali o al Tribunale Supremo. Ho veduto che altri deputati e senatori pensavano più diversamente. Ciò vorrà dire che non ci sarà niente di male; ma non mi convince che nel mio rigido metodo non ci sia invece il meglio. Bisogna poi anche tener conto della invidia, della maldicenza, delle insinuazioni altrui; e del fatto che non può mai mancare un briccone che rinfacci come indelicatezza anche atti non indelicati, e che la passione politica esageri. Ci sono dei grandi uomini politici che sono viceversa anche dei grandi affaristi! Questione di fortuna o … di setta! Vi può essere un galantuomo, che commette un solo piccolo errore … e te lo ammazzano! Il mondo è tutto echi: bisogna tener conto anche delle esteriorità. Le parole buone e benefiche tardano a diffondersi; quelle malevole e malefiche si spargono subito … come l’etere.

Tu sei uomo di alto valore. Io sono vecchio e non uso a far complimenti. Ho la pretesa di conoscere un poco gli uomini, e tu puoi e devi salire. Sei della parte nostra uno dei migliori; e io mi auguro di potere avere, fino a che rimarrò alla Camera, autorità che mi basti almeno ad aiutare la tua salita. Dunque tu sii rigorosissimo. Anche le cose più chiare e più rette non fare, né cooperare indirettamente a farle, fino a che sei deputato, se, comunque, c’entri l’interesse o il servizio pubblico. Offri le tue dimissioni dalla carica di amministratore di codesta rispettabile Società. La ragione è tale per cui essa non ne può avere danno. Ecco come io penso. Grazie ancora e di gran cuore con verace stima ti saluto tuo Alessandro Stoppato Sono evidenti le riflessioni che Stoppato sottopone a Belotti e che tuttora paiono valide. Il conflitto di interessi, innanzitutto: chi ricopre un mandato elettivo deve essere libero da interessi particolari per dedicarsi completamente all’interesse della nazione e ciò riguarda un ambito piuttosto vasto di situazioni non limitabili ai soli deputati imprenditori. Inoltre la non ricattabilità o influenzabilità dell’eletto, tanto più che questi agisce in un ambiente difficile. L’eletto, insomma, deve porsi in una condizione di assoluta libertà di coscienza nell’espletamento delle proprie funzioni. Sembra di risentire qualche passo dello statista Marco Minghetti (1818-1886), che indicava come fine del parlamentare l’amministrare con imparzialità e che considerava che un rapporto troppo stretto (“catena di ferro”) “che lega elettori a deputati e deputati a ministri corrompe l’esercizio del più sacro dovere (il voto elettivo del parlamento) e cancella persino il sentimento della patria comune”.

Belotti, alla lettera del maestro Stoppato, lasciò in pochi giorni l’incarico nel consiglio di amministrazione della Rejna; più tardi quando fu nominato ministro sarebbe giunto addirittura a togliere il proprio nome dalla targa del suo studio legale, per non sfruttare la fama e il potere conseguito a fini professionali. Sappiamo che Bortolo Belotti pagò la propria dirittura morale con la persecuzione fascista, con il confino e, infine, con la morte in esilio. Ed ora lo sentiamo antiquato, lontano dalla nostra realtà in cui prevalgono la cura di interessi individuali e un poco chiaro (talvolta) rapporto col territorio, e partiti candidano al parlamento persone non solo di non chiare competenze ma anche di scarsa onorabilità.

Ivano Sonzogni – tratto dai Quaderni Brembani 9 del Centro Storico Culturale Valle Brembana