(Durante la costruzione della Strada intervallare – Morbegno attraverso il ). “Qualche pastore, qualche malghese e qualche abitante sparso erano sempre lì a guardare, entusiasti e speranzosi. “L’era ura!”, dicevano. Solitari pastorelli, con accovacciati accanto cani pastori Bergamaschi dai lunghi mantelli grigi, ci osservavano in silenzio quasi spaventati. Sorvegliavano mucche frisone che pascolavano in prati ripidissimi e qualche mulo solitario che legato al muro della baita attendeva, con il basto carico delle forme di formaggio, che il malgaro lo portasse a valle.

Che ruote quelle forme, color oro grandi e bellissime che emanavano aromi di erbe e di latte! Dentro ai baitoni, addossati alle pendici, aperti sul davanti, riparo per le mandrie durante i temporali, c’era sempre del fieno, protetto da possenti muri portanti in pietra e grosse bore di legno che sostenevano rustiche e pesanti beole di ardesia. Da secoli erano lì che scrutavano le valli. Appena sotto, gran pozze di urina e cumuli di letame circondato da enormi ortiche e grandi foglie di romice con scrofe e maialini che frugugliavano felici. Il letame in autunno veniva sparso sul pascolo. Qualche volta c’era un prato delimitato da un disordinato muro in sassi, il barek, nel quale venivano raccolte le vacche o per la mungitura o per evitare che la notte si disperdessero troppo. Nel barek e per il calpestio e per i copiosi escrementi, il terreno era color cioccolato, senza un filo d’erba e le mucche ruminanti, in parte sdraiate attendevano al sole che il pastore girasse con il suo trespolino d’appoggio, legato al fianco in legno, tondo, basso, su tre piedini, e il secchio tra le gambe, con la testa appoggiata alla mucca, abilmente lo riempiva di schiumoso latte.

Quando capitava mi attaccavo a quel secchio che, ridendo mi porgevano! “L’e’ pègio d’un vedèl”. Ormai rari malghesi, si aggirano tra i pascoli, sempre più abbandonati. Le dei pastori disseminate lungo i pendii o in piccoli pianori, non sempre vicino ai baitoni, costruite con grossi muri di pietrame a secco sigillati con scaglie e poca calce magra, con una o due finestrine con inferriate ai lati di una stretta porta d’ingresso in legno con un “catenass” in ferro battuto o, tante volte, in legno. Il tetto con un colmo in tronco di larice sostiene le terzere e le rade tavole su cui poggiano rustiche ed enormi ardesie grigie. Il pavimento in pietrone, non certo livellate, scure e untuose, lucidate dal tempo e dagli scarponi. Sul fondo, sempre verso la un caminone con una gran cappa delimitato ai fianchi con pietre sovrapposte e sopra un travone in legno malamente squadrato. A fianco una gran forca in legno che gira incernierata al pavimento in basso, in alto al travone del camino.

Serve per portare al fuoco un enorme magnifico pentolone in rame pieno di latte. A volte, in quelle baite ci rifugiavamo, quando pioveva, avvolti da un fumo biancastro, che sfiorava la testa, e, sempre più compatto arrivava fino al tetto. L’ambiente era caldissimo invaso da un odore acre, pesante, indefinibile ma buono, sapeva di legna, di pino mugo e di formaggio. In un lato della baita, su trespoli di legno, il giaciglio. Vimini intrecciati con steso sopra un grosso telone di colore indefinibile con un pagliericcio o, a volte, solo fieno secco.

Dopo la fatica non soffrivano d’insonnia!

Vicino alla baita un piccolo baitello sopra una fresca sorgentina, nel quale, inseriti ai lati, grandi tavoloni con sopra posate splendide ruote di formaggio fresco ancora bianco. In cestini di vimini la ricotta. In quel della “Fraccia” trovai una donna con un pancione di otto mesi che risaliva a fatica il prato scosceso con la gerla piena di letame, lentamente, zigzagando. La fermai e le chiesi: ma il marito? Era in cima al prato seduto con due vacche che pascolavano.

Era di lunedì e sabato e domenica era andato all’osteria di Mezzoldo, tornando il lunedì mattina. A casa l’aspettavano perchè portasse la farina e il pane, quindi digiuni ad aspettarlo! “Adess l’è le’ ch’èl posa!!”. E quante di loro con ore di cammino, su impervie mulattiere, portavano al loro uomo o figlio al lavoro da mangiare e stavano silenziose a guardarli, e, tante volte, nel gerlo c’era il più piccolo arrotolato in calde coperte. Povere donne di montagna!

Il pettirosso Lulì!.
Stavo lavorando alla strada per S. Marco appena iniziata sul versante Valtellinese e, dato che avevo promesso al Sindaco di Averara di fare un salto da lui, decisi di scendere a piedi dall’Alpe di Ancogno accompagnato da un operaio del posto. Era una stupenda sera d’autunno inoltrato del 1967 ed imboccai il sentiero che dalla Casera di Ancogno (1759 m s.l.m.,) superato il Dosso Gambetta, scende ben più basso del roccolo Gambetta, ed entra nei prati appena sopra la Peghera che fiancheggia sulla destra orografica la Val Mora.

Qualche piccolo rustico in pietra a secco accostato al sentiero e, davanti a uno di essi, ci fermammo. Uno steccato in legno faceva da sponda a una panchina fatta con una vecchia tavola su due tronchetti; ci sedemmo e, visto che la porta era aperta ci affacciammo per vedere se c’era qualcuno. Sul pavimento in selciato grossolano poggiato su un pietrone c’era un secchiello di legno pieno d’acqua con appeso al bordo un mestolo. Ne approfittammo per bere, l’acqua era freschissima. Dopo un po’ riprendemmo il nostro cammino e fatti pochi passi mi girai. Intravidi affacciata allo stipite, una mezza figura. Mi sembrò fosse un bambino. Appena si accorse che lo guardavo si ritrasse immediatamente.

Chiesi all’operaio: “come mai?”.
“E’ un povero infelice che vive come può, abbandonato, ma è proprietario di alcuni pascoli”. Mi accorsi che era sicuramente Down. Tornammo sui nostri passi e appoggiammo due panini, che avevamo nello zaino, sul davanzale della piccola inferriata a fianco della porta. Camminavamo pensierosi tra rami di ginestra e di nocciolo in un sottobosco ancora verde illuminato a tratti da un sole splendente, quando appena davanti, svolazzò velocemente un qualche cosa che cadde, subito sotto il sentiero, tra l’erba e le frasche.

Avevo la giacca a vento sulle spalle e con un salto la buttai dove era caduto quel qualcosa che sembrava essere un uccellino. Dovetti rifare il lancio, perché era appena più in la. Non lo si vedeva ma tra l’erba alta saltellava! Riuscii a prenderlo! Era un pettirosso, conciato proprio male con un occhietto sanguinante e perdeva sangue dall’ala e tra le piume del ventre. L’operaio lo guardò e disse: “l’è ndacc”. Era giunto fin lì dal roccolo di Gambetta, che’ ogni tanto arrivava l’eco di uno sparo. Nel palmo della mano era immobile, sentiva un po’ di calore. Mi fece pena e avvolto nel
fazzoletto me lo misi nella tasca della giacca.

Arrivammo in un bosco tra frassini ed aceri ormai con i loro stupendi colori autunnali. Il sentiero era diventato una ripida mulattiera selciata tra verdi abeti e molti massi che racchiudevano stupende felci. Arrivammo a Valmoresca dove vicino alla vecchia scuola elementare, nella piazzetta mi aspettava il Sindaco di allora, Ottorino Baschenis, che mi era venuto incontro da Averara con la macchina. Ma torniamo al pettirosso; arrivato in macchina, me ne ricordai, piano piano misi la mano in tasca, era immobile nel fazzoletto, più morto che vivo! Lo appoggiai tra lo schienale e la giacca, ormai rassegnato a non poter far niente per lui.

Arrivai a Bergamo e mostrai subito l’uccellino alla Liù.
Avevamo in casa una vecchia e ampia gabbia; la pulimmo per bene e con un bel fiocco rosso che legava più pigne secche di resinose, la poggiammo sul ripiano vicino a un vaso nel quale una bella pianta di ficus, le cui foglie grandi e verdi unite a una felce, ne facevano quasi un angolo di bosco, appena prima del grande camino in pietra. Liù lavò come poté le ferite e lo ripose in un cestino su un cuscinetto d’ovatta tra una vaschetta d’acqua e la parete interna. Allora era con noi anche papà Luciano felice con i suoi adorati nipotini. Ogni tanto davamo un occhiata all’uccellino, mentre ai piedi del ripiano del camino, nella culla, veniva accudito Giorgio, il secondogenito, che aveva pochi giorni.

L’uccellino per lungo tempo rimase immobile. Liù con uno stecchino gli faceva ingoiare alcune gocce d’acqua. Aveva cosparso le ferite con polvere disinfettante. Un occhietto ormai era insecchito. Ma teneva duro, sempre immobile respirava appena. Un bel giorno si mosse, lo trovammo arrotolato nella bambagia, era vivo! Bisognava alimentarlo! Cercammo sul libro degli uccelli e scoprimmo che mangiava larve, bacche, vermi e mosche! Una parola dove trovarle! Andai in un negozio di pesca e mi suggerirono larve d’api! Sembravano, così bianche, piccoli bruchi. Provai ad aprirgli il becco e ne infilai una. Stette lì per un bel po’ poi trangugiò. Capimmo che sarebbe vissuto! E dopo più di un mese si mise in piedi, era un batuffolo di poche penne che ogni tanto non stava sulle zampette.

Dopo due mesi piano piano si era ripreso e saltellava nella gabbia. Ma non volava. Cercammo di sistemargli l’ala malconcia e con del burro fresco gli spalmammo un po’ il ventre e l’attacco dell’ala. Pian piano si riprese e svolazzava brevemente sempre nella gabbia. Venne l’inverno e visto che la vetrata della veranda era chiusa Liù pensò di lasciare la portina della gabbia aperta. Prima si affacciò poi rientrò, lo trovammo la mattina su un ramo del ficus! Mettevo le larve lì vicino o sul parquet. Scendeva, saltellava sul parquet e saliva sui rami. Si abituò ad entrare e uscire dalla gabbia. Quando era stufo di gironzolare sui mobili e le poltrone tornava nel suo rifugio che aveva la portina sempre
aperta, e si accoccolava sulle stecche o nel cestino.

Così irrobustito entrava e usciva dalla gabbia completamente libero! Ogni tanto Liù accudiva il bambino nella culla e lui era lì e guardava tra le foglie. Una mattina lo trovò appollaiato sul bordo della culla che guardava e ogni tanto faceva cip-cip e Lulì con gli occhi felici lo indicava col ditino. Ma sbalordimmo quando iniziò in sordina una serenata
lunghissima. Era un canto appena percepibile melodioso piuttosto malinconico, con variazioni stupende. Eravamo incantati. Pensammo volesse ringraziarci e sono sicuro che era riconoscenza! In una scatoletta portavo le larve e appena mi vedeva si metteva diritto sulle interminabili zampette e osservava dove le mettevo! Appena mi allontanavo zampettava velocissimo e con piccoli voli raggiungeva il cibo e poi cantava! Cip-cip-cip. Ogni tanto picchiettavo sulla
scatola e lui arrivava a debita distanza.

Era stupendo, diritto come un fuscello con la sua pettorina rossa, sembrava un soldatino sugli attenti. Ogni tanto nascondevo la scatola dietro qualche cornice sul como’ e lui andava diritto a scovarla e la picchiettava con il suo sottilissimo beccuccio. Come dire: “hai visto che l’ho trovata?”. Il pettirosso era libero di andare dove voleva, e non
tentammo mai di prenderlo! Era una gioia vederlo sul bordo della culla che gorgheggiava sempre in sordina, nel silenzio si sentiva appena la sua melodiosa serenata! Da allora chiamammo Lulì sia lui che il piccolo Giorgio che felice nel suo cestone di vimini, la sua culla, batteva le manine e il pettirosso non scappava!

Andò avanti così per quasi due anni, con la finestra aperta non se ne andava. Infatti non volava che per piccoli spazi! E mentre Paolo, più grandicello gli puliva il ficus che era pieno dei suoi ricordi, il più piccolo lo seguiva con lo sguardo incantato. Era meraviglioso! Ma un bel giorno la donna di servizio, aperta la vetrata, noi non eravamo in casa, si mise a sbattere i tappeti; il pettirosso era nella gabbia, come sempre quando uscivamo, ma non gli chiuse la porticina e così’, spaventato, volò sul tetto. Quando tornai me lo disse piangendo. Per tre giorni, salito sui tetti vicini, feci passare i coppi di tre o quattro case! Ma del pettirosso nemmeno una piuma. La disperazione fu grande perché sapevamo che non sarebbe potuto sopravvivere, volava solo per piccoli tratti e a fatica. Povero pettirosso!. Seppi poi che non si potevano ammaestrare!. Ma quell’uccellino, sono sicuro, ci fu grato. Questa è la storia vera del pettirosso Lulì.

Luigi Moser – tratto dall’Annuario C.A.I. Alta Valle Brembana

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