Dalla vicina provincia di Bergamo giungono notizie confortanti circa la presenza dell’aquila reale (Aquila chrysaetos) sulle orobiche. Tra la di Scalve e l’alta Brembana il Settore e Pesca della Provincia di Bergamo ha infatti censito 11 coppie nidificanti di questo splendido uccello, che solo alcuni decenni addietro era soggetto a notevoli persecuzioni ad opera di bracconieri, e la sua presenza veniva quantificata in numeri decisamente inferiori. Il grande rapace ha un’apertura alare che nelle femmine (che hanno dimensioni più grandi dei maschi) risulta compresa tra i 210 e i 230 centimetri: tali misure risultano comunque essere inferiori a quelle del grifone e del gipeto. Sono questi, assieme al corvo imperiale, gli con i quali l’aquila mostra una grande abilità ad esercitare il volo planato nei cieli limpidi dell’alta .Con il caratteristico volo a spirale sostenuto dalle correnti termiche ascensionali, quelle che si formano nelle ore più calde della giornata, controlla dall’alto il territorio, facilitata da una vista potentissima che è pari a circa 6 volte quella dell’uomo.

Si tratta di una specie monogama che vive in coppie legate al territorio di nidificazione per tutto l’anno: le uova vengono deposte tra marzo e aprile, e i giovani s’involano per la maggior parte nel mese di luglio. L’aquila reale viene spesso utilizzata in araldica in tutti i paesi dell’. L’aspetto fiero e forte di questo animale comunica con immediatezza concetti di libertà, potenza, naturalità, vittoria, ed è per questo spesso presente anche nell’iconografia degli : il V Reggimento Artiglieria da Montagna ad esempio, che fino a pochi anni fa aveva sede a Silandro in Venosta e nel quale hanno svolto il servizio militare anche numerosi bresciani, aveva quale motto la frase «Sopra gli altri come aquila vola», e nel suo stemma era raffigurata un’aquila in volo sopra le Tre Cime di Lavaredo.

Elementi fondamentali per favorire il ritorno di questo splendido rapace, e non solo sul territorio bergamasco, sono stati l’approvazione di specifiche norme di tutela di carattere nazionale, continentale e anche internazionale, quali ad esempio il Trattato di Washington per la protezione delle specie selvatiche. Non meno importante è stata l’istituzione di aree naturali protette per mezzo di lungimiranti appositi procedimenti legislativi, e la disponibilità di habitat specifici all’interno dei quali poter disporre di spazi idonei sia per la nidificazione, sia per il reperimento delle risorse nutritive.
Il fabbisogno giornaliero per la sua sopravvivenza ammonta a 200 grammi di carne. L’aquila non è particolarmente selettiva nella scelta delle prede, che sono costituite in prevalenza da mammiferi e da uccelli di dimensioni abbastanza grandi. In alcune zone dell’arco alpino, come ad esempio all’interno del Parco Nazionale dello Stelvio, i piccoli aquilotti vengono nutriti principalmente con le marmotte, mentre in altre quali il Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi la dieta si compone in prevalenza di giovani di e camoscio. Oltre che su queste specie la predazione può avvenire, come rilevato dall’analisi dei resti dei pasti osservati nei nidi presenti in alcune aree protette europee, su lepri comuni e variabili, galli forcelli e cedroni, pernici, corvi, volpi, martore e altri ancora, tra i quali anche serpenti, pecore e aironi. Nell’area centrale dell’arco alpino, alla quale appartiene la zona settentrionale del territorio bresciano, la marmotta rappresenta la preda più frequente della stagione estiva. Durante l’inverno invece la dieta dell’aquila è costituita in particolare da carogne di stambecchi e camosci rimasti vittime di valanghe.

Ruggero Bontempi – Il Giornale di Brescia