mercatorumMa chi l’ha detto che i bergamaschi sono inospitali? Da Nembro a Oneta è bastato il tam tam dell’arrivo dei «novelli viandanti » per scatenare una gara d’accoglienza. Nella valletta del Budro, quel cameo di natura che sale verso il passo della Crocetta, tra Serina e , c’era il Giacomo «Pì d’Albì» a dare il benvenuto. Di buona lena, ha preso l’acqua dalla fonte e ha aspettato che il gruppo arrivasse per «mettere su» il tè per tutti nel suo cascinale. E lì ha raccontato la sua storia: «Qui, proprio qui, si doveva costruire una carrabile. Ma avrebbe “coperto” il tracciato della Via . E allora ho detto: prendete questo pezzo del mio terreno, ma non toccate la Via ». E così è stato. A Grumo, frazione di San Pietro d’Orzio, invece, ci ha pensato una gentile abitante a schiudere i tesori custoditi dalla chiesetta dedicata ai Santi Giacomo e Filippo. «Quando siamo arrivati, ci aspettava sul sagrato con le chiavi, senza che l’avessimo avvisata». Così come a Serina un giovane neolaureato ha fatto da Cicerone tra le opere d’arte di Palma il Vecchio. E diversi amministratorihanno portato il loro saluto. «Con la fascia Tricolore, e noi con gli zaini e gli scarponi».


La prima «lieta sorpresa» della carovana di alla (ri)-scoperta della Via Mercatorum – l’antica via che collegava nel Medioevo la città di Bergamo con l’alta Valle , attraversando la bassa – «è stato pr prio l’aspetto umano, la gentilezza delle che abbiamo incontrato», racconta Elena Ferrario, dell’associazione ambientalista. Una dei venti partecipanti (dagli 8 ai 60 anni) che in tre giorni si sono avventurati lungo i circa 45 chilometri da Nembro a Oneta. Dodici ore di cammino per fare un check-up a tutto tondo (dalla segnaletica alle infrastrutture di supporto) del percorso storico. Ed eccoci alla seconda lieta sorpresa. «La Via Mercatorum c’è, il tracciato esiste ed è percorribile tutto. Schiude tesori naturali e artistici che uno non penserebbe mai di trovare fuori porta. A trenta metri dalla strada asfaltata ci si trova in un altro mondo, con frazioni-gioiello tutte da ammirare. Ecco perché basta davvero poco perché possa essere promossa come si deve, a partire da chi abita nelle località attraversate, per farla diventare il traino di un turismo dolce e sostenibile », spiegano Roberto Cremaschi, guida d’eccezione della spedizione, e Nicola Cremaschi di Legambiente. Certo, qualche «punto debole » è stato messo a fuoco dai puntigliosi osservatori. «Ma si tratta davvero di dettagli – proseguono gli organizzatori –. A fronte di investimenti contenuti, la Via Mercatorum può diventare una risorsa per il territorio, anche in vista dell’». Il primo «neo» è l’assenza di strutture attrezzate per l’accoglienza dei gruppi organizzati. La carovana si è adattata (con un budget davvero low cost di 60 euro), tappetino e sacco a pelo alseguito. «Ma è evidente, e interessante – segnala Legambiente – la presenza di edifici vuoti che potrebbero essere utilizzati per l’ospitalità». Un esempio? «La bellissima casa natale di Fra’ Cecilio a Nespello, di proprietà del Comune di Costa Serina, già ristrutturata e senza destinazione al momento. Perché, magari, non darla in gestione a giovani del posto, creando anche nuovi posti di lavoro?». Anche scuole e oratori «con un minimo di attrezzatura potrebbero diventare un punto di riferimento».

Qualche carenza anche dal punto di vista dei negozi per il rifornimento, «anche se per rifocillarsi ci sono sempre grandi cucine e gruppi di volontari disposti a poco prezzo a fornire i pasti. Come le fantastiche signore dell’oratorio di Dossena che ci hanno cucinato degli ottimi Scarpinocc (o casonsei che dirsi voglia)». Altro versante è quello della segnaletica e della condizione dei sentieri. «Manca una visione unitaria della Via Mercatorum. Esiste solo a partire da , dove c’è una scritta sul muro di vecchia fattura e dove inizia la cartellonistica composta in maniera mista: paline di legno, frecce di metallo, tabelle e grandi poster in -Brembana, mentre in Valle Seriana non c’è alcuna traccia. Ci sono poi dei segnavia su sassi e pietre». Gli scatti immortalano poi muretti crollati, tratti che necessitano di manutenzione (come Forcella- Lonno), altri in preda alla vegetazione selvaggia o a piccole discariche (vedi a Tagliata). «Salta all’occhio che le ultime sistemazioni risalgono a una quindicina d’anni fa e che da allora non si è più fatto molto».
Mentre le «attrazioni» lungo il percorso (chiese ed edifici di pregio) vanno proprio scovati, «perché le indicazioni sono quasi del tutto assenti». Salvo poi imbattersi in qualche antica stanza affrescata diventata un garage. «Per fortuna, però, senza saracinesca. Così almeno le opere d’arte sono rimaste visibili».

 Benedetta Ravizza – L’Eco di Bergamo