Lo conoscono molto bene, tant’è che vive in casa con loro. Sembra, però, che dalle quattro pareti domestiche non lo facciano uscire o lo presentino solo a qualche amico. Loro sono i giovani di , in alta , nati dal 1983 al 1993, e lui, segregato nell’intimità familiare, è il dialetto. Da un’indagine svolta dal settembre 2008 al maggio 2009, infatti, risulta come il dialetto sia parlato solo in un ambito familiare e intimo e sia compreso ma parlato di rado e in situazioni specifiche. È quindi l’italiano la lingua più utilizzata in diversi domini d’uso tra i giovani di Lenna, ma si può senza dubbio affermare che i ragazzi, indipendentemente dalla reale competenza del codice, hanno un buon rapporto con il dialetto.

L’indagine, svolta tramite la somministrazione di questionari, si è posta l’obiettivo di indagare gli atteggiamenti linguistici e le valutazioni dei giovani parlanti nei confronti del dialetto. Il questionario utilizzato per l’inchiesta è stato infatti costruito con l’intenzione di verificare la comprensione, l’utilizzo e la considerazione valoriale del dialetto bergamasco tra i giovani. Stando ai risultati dell’inchiesta, che comunque si fonda su un campione di oltre il 50% della popolazione giovanile del paese, i giovani di Lenna sembrano avere un rapporto complessivamente positivo con il dialetto, che salvo rarissime eccezioni, piace e non è mai stato di vergogna.

Al di là delle che si immaginavano, non essendoci altre ricerche di questo genere sul territorio alle quali fare riferimento, si nota come per la maggior parte dei ragazzi il dialetto al giorno d’oggi è utile e solo per una piccola percentuale è destinato a scomparire. Tra questi ultimi pare che le risposte nascano da convinzioni stereotipate: per esempio, è evidente che con l’alta scolarizzazione degli intervistati rispetto ai genitori o nonni, il dialetto non sia parlato frequentemente, ma ciò non toglie il prestigio socioculturale che lo ricopre. Pochi, infatti, considerano il dialetto una cosa passata o «da vecchi». Il complesso delle risposte ottenute nel questionario permette di ricostruire un quadro, per quanto solo indicativo, dell’ambiente linguistico in cui gli intervistati sono vissuti e vivono: pare di intravedere un ambiente linguisticamente misto in cui vengono utilizzati alternativamente sia l’italiano sia il dialetto, con una prevalenza di uso del dialetto fra i genitori e di italiano fra genitori e figli. Con gli amici poi, metà dei ragazzi parlano l’italiano, ma gli altri di loro usano l’italiano/dialetto, con intercalari o modi di dire in bergamasco, e scrivono addirittura messaggi col telefono cellulare in dialetto. Edgar Radtke, linguista tedesco, ritiene che nel linguaggio giovanile il dialettismo serve solo a staccarsi dal lessico degli adulti rafforzando il sentimento del voler essere diversi66. Sembra, infatti, che per i giovani intervistati la scelta di parlare dialetto non sia dettata da inferiorità
socioculturale, ma sia considerata una varietà del linguaggio nata dall’esigenza di rendere più personale e colorita la conversazione tra coetanei.

Questo modo di pensare non è una novità: a partire dagli anni Sessanta, infatti, in Italia la realtà giovanile si è imposta come componente autonoma e identificabile della società. Questo linguaggio italiano/dialetto utilizzato dai giovani di Lenna non sembra quindi nascere per nascondere agli estranei il senso di una conversazione, né per contrapporsi alla lingua nazionale, quanto piuttosto per riconoscersi in un gruppo. Una forte contrapposizione ideologica è da trovarsi inoltre nella dicotomia fra scuola – ambito esclusivamente legato all’italiano – e famiglia, nella quale, nonostante
i giovani vivano in un ambiente quasi esclusivamente italofono, trovano (o troverebbero) la dimensione giusta per parlare dialetto. La maggioranza dei genitori sono dialettofoni e tra i coniugi si utilizza il dialetto o un comportamento bilingue (uso del dialetto e italiano). Nell’esprimersi con i figli, però, i genitori prediligono la lingua italiana o espressioni bilingui. In questi ultimi anni si assiste quindi a un nuovo fenomeno: l’utilizzo alternato del dialetto all’italiano, al di là dell’ovvia constatazione che i genitori dei ragazzi intervistati hanno vissuto – tra la metà degli anni Settanta a quella degli anni Ottanta – con l’idea di valenza negativa che culturalmente e socialmente era attribuita al dialetto.

Il dato che però risulta con forza è il ruolo dei nonni, e in parte anche dei genitori, nell’educazione dei giovani. I nonni assumono quindi un ruolo linguistico, oltre che formativo, e in generale la generazione adulta risulta essere stata determinante nella trasmissione del dialetto ai posteri. Questo compito di ‘passaggio del testimone’ ai posteri non sarà probabilmente messo in atto dalle giovani generazioni. I ragazzi, infatti, comprendono in maniera quasi totale il dialetto, ma ne fanno poco uso. Sembra quindi che i giovani abbiamo un’alta competenza del dialetto, ma la usino in rari casi. La lingua dialettale non è più uno strumento di comunicazione, ma solo un intercalare.

In conclusione, i giovani considerano il dialetto appartenente alla propria storia e cultura, ma lo utilizzano poco o in alternanza con la lingua italiana. I ragazzi di Lenna, quindi, hanno una competenza passiva del dialetto bergamasco: lo comprendono in maniera quasi completa, ma lo utilizzano in maniera ridotta e in modo alternato con l’italiano. Se per il dialetto si sottolinea la preclusione ai domini formali, infatti, per l’italiano si pongono in evidenza il valore istituzionale e le ampie possibilità comunicative.

di Arizzi – tratto da Quaderni Brembani 8 – Centro Storico Culturale Valle Brembana