Domus de Talieto, mihi omnino ignota =casa di Talieto, a me del tutto sconosciuta: questa misteriosa citazione, in latino, sta a pag. 36 del Vol. II dell’opera di Gerolamo Tiraboschi, Vetera Humiliatorum monumenta1, la storia più completa – con l’elenco minuzioso, paese per paese, delle loro case comunitarie – dell’Ordine degli Umiliati in Lombardia. Anche se il dotto autore, di origine bergamasca, confessa di non sapere assolutamente nulla di quella casa di “Talieto”, anzi ipotizza che potesse trovarsi in territorio mantovano, con ogni probabilità quella riga parla di un luogo piuttosto familiare ai brembani: quel “Talieto” va letto Taleggio, , come diceva già l’ing. Giuseppe Arrigoni nel suo lavoro fondamentale sulla storia della Valsassina e delle terre ad essa collegate.

Si sanno molte cose della storia della Valle Taleggio. Perché c’è il conforto della tradizione, di numerosi libri importanti – come quello già citato, o come i “Cenni ed Osservazioni sulla Vallata di Taleggio”, opera manoscritta del 1823 di , recentemente ritrovata e data alle stampe3 e come molti altri ancora, scritti e pubblicati nell’ultimo secolo -. E, ancora, perché negli archivi in proposito è rinvenibile, almeno da una certa epoca in qua, una di documenti, molto più abbondanti rispetto a quelli disponibili per altre Vallate, e questo grazie al fatto di essere stata per 4 secoli terra di frontiera, con ogni piccola questione privata o tra le comunità trasformata immediatamente in questione di Stato.

Naturalmente i documenti, per parlare, vanno letti, trascritti, interpretati e gli archivi, specie l’Archivio di Stato di Milano, ma anche quello della Curia Arcivescovile, quelli di Stato di Bergamo e di Venezia e anche i piccoli Archivi delle Parrocchie valtaleggine contengono faldoni di materiale che, in parte ancora cospicua, restano in attesa del lavoro di appassionati e studiosi per rivelare tutti i loro segreti o, per lo meno, per fare luce più piena su quello che già, almeno in parte, sappiamo. Anche se alcuni ritrovamenti recenti nell’area di (utensili del periodo dell’alto medioevo) e un carotaggio del CNR del 2004 al Suaggio di Vedeseta (pollini fossili di lino di quasi 2000 anni fa) hanno aperto uno squarcio emozionante sui secoli remoti, vi sono però periodi e cose di cui si sa piuttosto poco, soprattutto quelli anteriori all’epoca della spartizione della valle tra Venezia e Milano del 1428, sancita con la Pace di Lodi del 1454 e integrata con l’accordo di Milano del 1456.

Cose che la patina del tempo ha coperto pesantemente e di cui, allo stato attuale della ricerca, non pare vi siano tracce consistenti e decisive nemmeno nelle carte degli Archivi: di esse a noi non è arrivato che qualche balbettio, quasi un tenue bagliore, di quelli che, nella notte, si scorgono lontano, oltre le e che non illuminano niente, se non le cime più alte. Di esse, magari, è rimasta traccia, in qualche “si dice” della tradizione orale -, come la vicenda relativa al passo di Baciamorti, dove si vuole che i morti dell’Alta Valle, portati lassù dai parenti, venissero consegnati ai portantini valtaleggini incaricati di trasportarli alla terra sacra di sepoltura di San Bartolomeo: forse, un barlume di verità ma non certezze -. Forse anche qualche toponimo, qualche nome di luogo dialettale, se indagato potrebbe apparire rivelatore, stuzzicare la nostra curiosità senza però, ovviamente, soddisfarla appieno. Uno di questi nomi-spia potrebbe essere il Mistirolo o, in dialetto, “Mistiröl” o “Misteröl”. Parola che secondo le interpretazioni più accreditate verrebbe – attraverso forse “Monistirolo” ancora usato nelle mappe napoleoniche ottocentesche – dal latino (“Monasteriolum”, cioè piccolo monastero), così come molte parole della parlata valtaleggina.

Ora che al “Mistirol”, posto su un ripiano riparato (a metà strada tra Olda e quella contradina cresciuta attorno al ponte di pietra sull’Enna, più noto come ponte dei “Senés” o Senesi, per secoli un trait-d’union unico e fondamentale tra i due versanti vallivi) e circondato fino a non molti anni fa da prati e da campetti e lambito all’inizio del secolo scorso dalla cosiddetta “Strada Bassa” costruita da Vedeseta per avere un percorso solido e regolare verso l’Orrido dei Serrati, ci sia stato un tempo una comunità di frati è rimasto in qualche racconto della tradizione orale e, come detto, lo accenna anche l’ing. Giuseppe Arrigoni. Ma attorno a questa presenza poca certezza e, soprattutto, nebbia totale circa il quando e da dove e per quanto tempo e circa l’eventuale Ordine di appartenenza della comunità monastica.

La citazione tratta dalla storia degli Umiliati del Tiraboschi, riportata in apertura di questo intervento, ci regala un po’ di luce su quella presenza. I frati del Mistirolo appartenevano, con grande probabilità, all’Ordine degli “Umiliati”. Chi erano costoro? Di essi si sanno molte cose ma è difficile descriverli in poche parole. Quello degli Umiliati è un movimento religioso fiorito a Milano e in Lombardia e nel nord Italia a partire dal XII secolo e presente con una ventina di “domus” anche in Bergamasca (, Caravaggio, Bottanuco, Osio, Ciserano, Bergamo…).

Vivevano del lavoro delle loro mani e propugnavano un ritorno verso una spiritualità più austera e una vita frugale, in contrasto con i costumi rilassati e con la ricchezza diffusa e era composto di tre gruppi: il primo che diventerà Ordine Religioso nel 1201, era quello dei chierici, cioè laici che praticavano il celibato e vivevano in una casa comune; il secondo quello dei laici, uomini e donne, organizzati in una vita comunitaria ma che potevano sposarsi; facevano parte del terzo laici che praticavano una forma limitata di povertà. Tutti e tre si impegnavano a dare ai poveri quello che eccedeva il normale fabbisogno. L’Ordine, che ebbe i suoi centri più importante in Brera, a Milano, e nell’Abbazia di Viboldone, appena a sud della città, ebbe un grande sviluppo grazie soprattutto all’attività tessile praticata dagli aderenti – i loro panni chiamati “umiliati”, cioè grezzi, non tinti, destinati alla stragrande maggioranza della popolazione ebbero un successo straordinario – e, successivamente, anche a quella bancaria. Ma anche nella diffusione del gelso per il baco da seta e – elemento che ha caratterizzato il paesaggio lombardo per secoli fino ai guasti dei nostri tempi insipienti – nella pratica delle marcite per aumentare la produzione del foraggio c’è un forte merito degli Umiliati. Che, diventati potenti e, spesso, in odore di eresia e progressivamente allontanatisi dallo spirito originario, si troveranno frequentemente in attrito con la gerarchia fino alla soppressione del ramo maschile del sodalizio da parte di Papa Pio V al tempo di San Carlo, nel 1569 fatto segno di un colpo di archibugio, senza gravi conseguenze, da parte di un fratello Umiliato successivamente messo a morte da parte delle autorità spagnole. Chiarito a che ordine appartenessero i frati della casa di Taleggio più difficile rispondere al quando, e per quanto tempo, più intuitivo rispondere al perché della loro presenza nella valle dell’Enna. Sul quando, finché non ci verranno in aiuto nuove carte, possiamo solo dire che in atti notarili della metà del 1400 sono citati beni in località Mistirolo, segno che il toponimo, e quindi la presenza dei frati, è antecedente a quella data. Si potrebbe quindi ipotizzare che l’insediamento sia antichissimo, forse in corrispondenza con la iniziale, grande fase di espansione dei fratelli lanieri. Sul perché in Valle Taleggio, due le ipotesi possibili: la prima è quella di chi pensa che anche nel catino dell’Enna la predicazione e il modo di vivere semplice degli Umiliati abbiano trovato seguaci che si sono costituiti in comunità mantenendosi con il loro lavoro. La seconda è più suggestiva, anche se ci mancano troppi dati per ritenerla certa, e si riassume così: la Valle Taleggio del 1200 e del 1300 è, probabilmente, un po’ diversa da come l’abbiamo conosciuta nei decenni passati e da come potremmo essere tentati di immaginarla: più boscosa (come sta recentemente tornando ad essere), più ricca di capre (numerose fino a metà ottocento) e, soprattutto, di pecore anche se, probabilmente, non mancavala presenza dei bovini, allora sicuramente di piccola taglia. Una valle, quindi, sì, ricca di formaggi ma soprattutto ricca di lane, come storicamente è accertato per l’intera Valle Brembana. Forse la Valle Taleggio di quei secoli lontani in fatto di pecore e di produzione di lane potrebbe aver avuto una situazione simile a quella dei primi anni del 1800 (1700 ovini e una produzione annua di 30 quintali di lana, dice una ricerca) e di cui parla anche Giuseppe Locatelli che ci dice del permanere, sempre in quel periodo, della produzione di mezze lane e di coperte della Valle, oggetto di buon commercio (anche se, per esse, egli auspicava una maggiore qualità). Un po’ in contrasto con questi dati quelli forniti dal capitano veneziano Giovanni da Lezze nel suo rapporto su Bergamo di fine 1500: alle pagine su Taleggio parla solo di 200 pecore stanziali accanto a 500 “ vachini”.4

Se la situazione al 1300 è, comunque, quella ipotizzata, è chiaro che non può non aver attirato l’interesse di chi dai bisogni crescenti era costretto ad andare a cercare addirittura in Inghilterra e nelle Fiandre la materia prima da trasformare in e da avviare ai mercati. La Valle Taleggio a questo ben si prestava e la “domus” del Mistirol – abitata da fratelli locali o da gente venuta da fuori? – deve aver svolto, almeno per un certo periodo, egregiamente il suo compito. Viene facile immaginare i contatti con i pastori, le operazioni di tosatura, gli acquisti e i lavaggi e, poi, carovane di muli, carichi di sacchi di lana, snodarsi lungo le faticose mulattiere per portare la preziosa materia verso il Lecchese o verso Bergamo, se non verso Milano, per le necessarie successive operazioni prima della commercializzazione: la battitura, la cardatura, la pettinatura, la filatura, la .

A meno che, ma qui si aprirebbe un nuovo capitolo in una storia avvincente ma con poche certezze, i muli non trasportassero addirittura il prodotto semifinito e che almeno parte di queste lavorazioni non si compissero in Valle. Magari presso qualche follo posto in prossimità di qualcuno dei numerosi corsi d’acqua, e magari da parte di manodopera specializzata fatta venire apposta dalla Toscana, da Firenze o da Siena, in particolare, alle quali gli Umiliati assicuravano il rifornimento per i loro redditizi commerci locali e internazionali di stoffe. Si potrebbe spiegare così l’origine, la presenza e il soprannome di una antica famiglia, attorno alla quale c’è sempre stato un po’ di mistero, quella degli Offredi “Senés”, che hanno lasciato il loro nome al ponte di pietra sull’Enna?

Arrigo Arrigoni – tratto dai Quaderni Brembani 9 Centro Storico Culturale Valle Brembana