Alta Val – L’appello era stato lanciato lo scorso autunno: «Cerchiamo il mais che per decenni, se non per secoli, anche in alta Valle Brembana, era stato coltivato. Recuperiamolo e proviamo a tornare a coltivarlo». Si cercava qualcuno che avesse ancora pannocchie rinsecchite in qualche cantina o in qualche solaio, magari appese per bellezza o ricordo. Purtroppo nessuno si è fatto vivo, almeno fino ad ora. Prima di partire, comunque, con il progetto di coltivazione voluto dal Comune di Cusio, dal Consiglio per la ricerca in agricoltura (Cra) e Slow food Valli Orobiche, si vuole fare un ultimo tentativo alla ricerca di una varietà locale di mais.

L’invito è rivolto a chi sia «a conoscenza di antiche varietà di mais che un tempo erano coltivate in alta Valle Brembana, oppure che abbia ritrovato in qualche angolo antiche sementi di granoturco», dicono dal Comune di Cusio. «Non siamo ancora riusciti a trovarlo – spiega il sindaco Andrea Paleni – ma il progetto partirà comunque, grazie alla collaborazione con il Consiglio di ricerca in agricoltura (Cra) che individuerà le sementi più idonee alla coltivazione in alta Valle Brembana, tenendo conto dell’altitudine e che il ciclo di maturazione dovrà essere più breve. Finora abbiamo avuto l’adesione di una quindicina di privati, disponibili ad avviare la produzione sui loro terreni: a Cusio, ma anche a , Moio de’ Calvi, Mezzoldo e .

Qualcuno, di fatto, ha già iniziato, a Cusio, , Olmo al Brembo, ma si tratta di piccolissime realtà. L’idea è di avviare la coltivazione il prossimo mese. Sarebbe l’anno “zero”, quello sperimentale, per individuare la semente più adatta». Il progetto si chiama «Coltiviamo insieme il futuro» e coinvolge l’Unità di ricerca per la maiscoltura di Bergamo (il ricercatore Paolo l’ha definita una «coltura eroica» per via delle pendenze e delle altitudini, ma di qualità), Slow food Valli Orobiche, e vuole anche valorizzare i due antichi mulini ancora funzionanti in alta valle, a Cusio e di , nei secoli scorsi utilizzati per macinare, oltre al mais, anche noci, orzo, riso. Con un indotto finale anche a livello gastronomico-turistico: coltivato il mais, sarebbe macinato in valle. Unito al , al Bitto, al Branzi e al burro, (e perché noi, ai ) sempre dell’alta valle, nascerebbe una taragna totalmente «a chilometro zero». Un valore aggiunto da sfruttare in ambito turistico. Così come si sta facendo, in valle, per altri prodotti, a cui il mais si aggiunge: tralasciando quelli ormai diffusi un po’ in tutti i paesi o quasi, ovvero formaggi, piccoli frutti, mele e altra frutta, il carnet dei prodotti agricoli di nicchia brembani si arricchisce ormai di anno in anno.

Lo zafferano, per esempio, partito in sordina pochi anni fa con la , ora, grazie anche a un progetto del vicariato dell’alta Val Brembana e dell’associazione «Gente di montagna», ha preso piede in diversi paesi. «Ormai sono tante le famiglie che hanno aderito al progetto – spiega l’assessore comunitario all’Agricoltura Orfeo Damiani –. Si cercano forme alternative di economia famigliare complementare, così come lo sono quelle del latte d’asina o del parüch. Tutte iniziative che hanno poi importanti risvolti sia da un punto di vista ambientale, sia da quello turistico: pensiamo al recupero di tanti territori, a come, per esempio, grazie alle coltivazioni di mele, si siano valorizzati prati abbandonati; e, puntando sempre alla qualità altissima, questi prodotti siano comunque un elemento di attrattività turistica».

Giovanni Ghisalberti – L’Eco di Bergamo