paci-pacianaIl cartello è comparso sul vecchio edificio in via Romacolo. Lì il brigante spiava gli avventori. Rocambolesca fuga nel Brembo. Zogno – È in vendita l’osteria di Pacì Paciana, il celebre brigante. Lui se ne stava là a spiare, attraverso uno sportellino, gli avventori e ascoltava quello che dicevano. Un calice di vino scioglieva molte lingue che per il «padrù de la al Brembana» (al secolo Vincenzo Pacchiana) erano preziosa di informazioni. Tradizioni e leggende, storie raccontate un tempo, vicino al camino o nella stalla, che oggi vengono ripetute ormai solo negli spettacoli dei burattinai. Eppure fino a qualche tempo fa c’erano in paese degli anziani che assicuravano di aver visto proprio quello spioncino nel pavimento della stanza di sopra. A lui bastava sollevare lo sportello per sentire tutto quello che si diceva nell’osteria. In più nel muro sulla c’era una feritoia attraverso la quale si poteva controllare l’ingresso.

Per un bandito che doveva stare sempre sul chi vive quella casa era il rifugio ideale: spiare e raccogliere informazioni, e anche poter tirare con l’archibugio contro le guardie che avessero cercato di fare irruzione. Tradizione e leggenda, naturalmente, perché spioncino e feritoia non ci sono più. Murati anni or sono, si dice. Ma è sempre così, quando si incomincia a raccontare con un «c’era una volta…». Resta solo questo vecchio edificio dai muri scrostati, l’unico a non essere stato sistemato in quel primo tratto di via Romacolo, subito dopo il ponte che scavalca il fiume Brembo. Dove tutto sembra parlare delle gesta del brigante.

L’ex osteria è al civico 5. Al piano terra c’è un bel portoncino dai battenti in vecchio legno con accanto una finestra; due finestre al piano di sopra e altre due sotto la gronda. Sulla facciata l’intonaco è sbiadito ma si legge ancora, sia pure a fatica, «Osteria del ponte», con chiaro riferimento al ponte distante pochi metri. Chi viene dal centro di , una volta scavalcato il Brembo, può prendere la strada per , oppure quella per Grumello de’ Zanchi, che è appena più in là, o continuare lungo la sponda in direzione di Romacolo. Uno snodo di traffico, poco importa se di soli viandanti e muli, un tempo importante. Qui altri riferimenti sul Nostro non mancano. , ad esempio, dove era solito bazzicare tanto che lo si diede anche nativo di questa località. E poi i che tra i boschi di castagni salivano, e salgono ancora se ben poco frequentati, verso il monte Canto. Li usava anche Pacchiana per raggiungere evitando i controlli lungo la strada di , la Priula.

Ma è una favola che svolgesse la sua attività di brigante rubando ai ricchi per dare ai poveri. Sicuramente in valle godeva di complicità e di una rete di informatori, ma fu un volgare malfattore, più fortunato e anche più sanguinario di altri. Il 4 giugno 1806 il direttore generale di polizia Diego Guicciardini, nell’annunciare la taglia di cento zecchini a favore di chi lo avesse preso vivo e di sessanta a chi lo avesse ucciso, segnalava che il bandito si era sottratto a due ultimi tentativi di cattura, uccidendo «due guide e lasciando feriti tre gendarmi e un’altra guida».

Certo, Pacì Paciana non era tipo da farsi sorprendere. Anzi, la sua fama di imprendibilità aumentava perché era anche un abile trasformista: «Suole travestirsi – come si legge nel bando affisso in tutta la valle – in mille guise, ed anco di donna». Non scampò tuttavia al tradimento. La taglia gli fu fatale. Fuggito a Gravedona, il brigante brembano fu ucciso da un suo compare, tale Carcino Carciofi, che ne portò a Bergamo il capo dentro a un sacco per riscuotere la taglia.

Ma veniamo all’episodio più famoso: quello del salto dal ponte. Dicono che dopo spiate, controlli, appostamenti il Commissario di polizia Salvi fosse riuscito a tendergli una bella trappola. Un giorno che il bandito transita sul ponte a , le guardie gli bloccano la strada a una estremità, altre si schierano dal lato opposto. Per Pacì Paciana non c’è scampo. A questo punto gli si fa incontro il commissario suo acerrimo nemico, il quale non può trattenersi dallo sbeffeggiarlo: «Finalmente si prendono anche le vecchie volpi!». Pronta la replica del bandito: «Ma non di questo pelo», cui fa seguito il tuffo nell’abisso. E chi s’è visto, s’è visto.

Lo stesso storico Bortolo Belotti, nel suo libro su Zogno, aveva avuto delle perplessità sull’episodio, ritenendo invece che fosse avvenuto al ponte dell’. Ma nelle loro recite i burattinai sono sempre stati irremovibili: la frase del commissario, la risposta del Pacì, il salto dal ponte, che per i cantastorie di casa nostra resta e resterà quello sul Brembo a Sedrina.

Spostiamoci invece a Zogno e concentriamo l’attenzione sul ponte accanto alla famosa osteria. L’attuale struttura, che risale al 1838, si presenta con due ampie arcate e un poderoso pilastro centrale. Prima ce n’era un altro danneggiato da una piena: dalla sagoma gotica, era percorso da una angusta mulattiera. Potrebbe essere stato questo il teatro del celebre agguato mentre il bandito era diretto all’osteria o se ne usciva per raggiungere Zogno.

Pacì Paciana era anche accompagnato da fama di invulnerabilità. Le guardie gli sparano e credono, anzi sono certe di averlo colpito. Ma eccolo schizzare via come se niente fosse. Sotto gli abiti portava un «giaco», un corpetto di ferro che rendeva inoffensivi i colpi di fucile. Insomma, già allora indossava una specie di giubbotto antiproiettile che si era fatto confezionare su misura, come quelli degli 007 e che i militari Nato portano in Afghanistan. Proprio così: diavolo d’un Pacchiana!

Pino Capellini – L’Eco di Bergamo