Il mito dell’uomo selvatico, quale ci è tramandato dalla cultura agropastorale del mondo alpino, ben rappresentato in area e valtellinese, si arricchisce di una nuova figura enigmatica. Non si tratta di un essere controverso che vive nei boschi, ai margini della società, con caratteristiche talvolta demoniache, signore degli animali, amico degli spiriti dei boschi, come ce lo rappresentano gli affreschi di Oneta o di Sacco: egli ci sorprende dal palcoscenico di un piccolo teatro dismesso, in una veste inusuale per l’iconografia corrente. Il piccolo teatro in questione è ubicato nella cripta della parrocchiale di Sant’Andrea Apostolo, di via Porta Dipinta a Bergamo, ricostruita nel 1828 su progetto dell’arch. Ferdinando Crivelli. Il Crivelli incluse nel suo progetto una grande cripta, posta presumibilmente al livello dell’antica Basilica Cimiteriale, risalente, pare, al V secolo “situata sotto il muro della città”. La sopraelevazione della nuova chiesa in corrispondenza dell’attuale livello stradale, ha praticamente consentito la sopravvivenza della cripta
sottostante trasformata dal Prevosto negli anni 50 in teatro.

Sul palcoscenico costruito di fronte al luogo dove sorgeva il vecchio altare, si alternarono alcune compagnie, nate spontaneamente tra i giovani della parrocchia. Varie furono le rappresentazioni sia di teatro classico che leggero. Proprio sulla parete del palcoscenico, oltre alla figura di è affrescato uno strano uomo selvatico, ricoperto da peli, dalle fattezze vagamente scimmiesche. Il nostro Selvatico è raffigurato seduto nel vano di una finestra, tra ampi drappeggi, con la mano destra appoggiata sul davanzale, mentre con la sinistra regge uno specchio nel quale sembra contemplare la propria immagine. Davanti a lui su di un tavolo alcuni oggetti tra i quali figurano un pettine, una bottiglia, un vasetto per creme e una brocca quasi a rappresentare l’interno di un camerino per attori. Si tratta di una versione del Selvatico piuttosto inusuale e singolare che sembra confermare come la tradizione dell’uomo selvatico, nella sua veste di della rappresentazione teatrale, sia rimasta viva nella nostra cultura e confermi allo stesso tempo lo stretto legame che questo mitico personaggio conserva con la storia del teatro.

In realtà l’homo selvadego era conosciuto anticamente, forse più di quanto possiamo immaginare, nella storia della letteratura e del teatro. Esisteva infatti in epoca molto antica una maschera chiamata Homo Selvadego, villoso, armato di un nodoso bastone. Lo troviamo protagonista di molte rappresentazioni ludiche o carnevalesche. Abbiamo infatti notizia di una rappresentazione tenuta nel Prà della , a Padova, nel 1208 dal titolo “Magnus ludus de qondam homine selvatico”. Di questa figura popolare si impadronì alla fine del XVI secolo la commedia popolare per dare nuovo spicco alla maschera dello Zanni, progenitore di Arlecchino. Ne consegue un nesso di stretta parentela tra l’Arlecchino pregoldoniano, i giullari organizzati nel ‘500 e i loro antenati silvestri selvadeghi. L’Arlecchino francese infatti porta un costume che non è quello goldoniano a pezze colorate geometriche, ma che risulta invece dalla combinazione di foglie colorate, retaggio della sua origine silvestre.

Testimonianze di questa lontana origine e dei suoi aspetti grotteschi sono rintracciabili anche in area brembana. Si pensi per esempio alle mascherate carnevalesche della valle e in particolare all’Arlecchino di San Gallo munito di corna e di coda, quasi a ricordare la sua origine demoniaca. Analogo esempio offre il di , ove sono presenti delle insolite a cappuccio, munite di corna che corrono continuamente ai margini del corteo, spaventando la gente. Un interessante esempio della convivenza dell’uomo selvatico e la maschera di Arlecchino è documentato in un testo per il teatro delle marionette Orfeo nell’Elisio con Arlecchino perseguitato da Proserpina nel quale la parte del Selvatico è impersonata da Arlecchino.

Con l’evolversi della Commedia dell’Arte la figura di Arlecchino ha perso quelle sue antiche connotazioni per divenire la maschera bonaria sciocca e credulona che non ha nulla di demoniaco, ma il Selvatico raffigurato ad Oneta assume un significato che alla luce della ricerca appare sempre più evidente. Anche lo strano personaggio raffigurato sul palcoscenico del teatro, ricavato nella cripta sotto la Parrocchiale di Sant’Andrea, testimonia la continuità, anche in epoca recente, di una tradizione ludica e di spettacolo che utilizza il mito del Selvatico nella rappresentazione teatrale.

Il fascino di questo “teatro” pressoché sconosciuto ai bergamaschi, sta nella sua solenne architettura, nella posizione unica a picco sulle mura veneziane e sulla città bassa, nell’acustica perfetta, nel sobrio palcoscenico e nella sensazione di trovarsi ancora una volta, in un luogo ricco di storia e di memorie. Ci guardi da secoli tra i capitelli delle cattedrali, o nascosto sulle colonne dei pulpiti o sui portali delle pievi gotiche, come nei più sperduti teatri, l’uomo selvatico rappresenta il carattere sacro delle forze naturali di cui è testimone e difensore. Scrive Fulcanelli (Le dimore filosofali): “Dietro una maschera d’indifferente serenità egli conserva il suo mutismo e mette il suo segreto al riparo delle vane curiosità”. Proseguendo Fulcanelli lo definisce il Silenzioso e ripensando a questo aspetto della sua personalità possiamo ben comprendere l’immagine disegnata da Giovannino De Grassi nel suo celebre Taccuino che rappresenta l’uomo selvatico con un dito sulle labbra, quasi a invitare al silenzio e alla contemplazione della natura, lontano dai rumori assordanti del vivere moderno. Nel silenzio, che regna assoluto nel piccolo teatro di via Porta Dipinta, l’uomo selvatico ci invita a guardarci allo specchio, simbolo di verità e di saggezza. Se è vero che l’anima è lo specchio dell’universo, riflesso nello specchio è il mondo temporale e la conoscenza di sé.
“Conosci te stesso” ci dice il selvatico, come Socrate 2400 anni fa.

Nevio Basezzi – tratto dai Quaderni Brembani 9 del Centro Storico Culturale Valle Brembana