Se la prospettiva di perdere il posto di lavoro è già di per sè brutta, i 117 lavoratori della Valbrem rischiano anche di rimanere senza la copertura della cassa integrazione, planando direttamente in mobilità dal primo gennaio. E’ con questo stato d’animo che gli operai hanno tenuto ieri l’ennesima protesta a , dove la fabbrica di cerchioni acquistata a fine 2007 dalla Ronal rimane l’ultimo baluardo occupazionale di spessore. Faceva parte del gruppo Mazzucconi, marchio famoso nelle due e quattro ruote finito in concordato preventivo (lunedì scorso l’omologa) che tuttavia ebbe il fiuto o la fortuna di vendere la società nel momento clou del boom globale: e gli svizzeri della Ronal debuttarono in effetti con 40 assunzioni, lottando con i sindacati per ottenere il ciclo continuo di lavoro.

Questa situazione andò avanti per un anno. Nell’autunno 2008 il mercato dell’auto si è fermato, così la Ronal ha guardato ai camion e alla Valbrem hanno iniziato a produrre i cerchioni Man. A dire dell’azienda, inoltre, in la casa madre ha effettuato investimenti per 17 milioni di euro, raccogliendo però soltanto frutti amari. Di qui la decisione di trasferire la linea in Messico, mercato per più vivace dove già opera la controllata Ronal Mexicana SA. E a Lenna? Oggi come oggi, pare che il posto più vicino dove si cercano operai metalmeccanici (duecento) sia la N&W Global Vending di Valbrembo, subissata dalle richieste a tal punto, da affiggere in portineria un cartello con la scritta «Qui non si fanno assunzioni». «La è stata barbaramente dimenticata – afferma senza mezze misure Paola Guerini della Fiom Cgil, ieri al presidio dei lavoratori Valbrem che hanno scioperato per 8 ore – e quanto sta accadendo alla Valbrem è soltanto l’ultimo esempio di una lunga serie: fatte salve SMI e , ormai stiamo galoppando verso il deserto produttivo, ne sono consapevoli tutti e c’è il massimo impegno per evitare l’ennesimo schiaffo, però anche la proprietà deve fare la sua parte».

Che parte si chiede alla Ronal, lo spiega Gianfranco Maifredi della Fim Cisl, che segue la fabbrica dai tempi dei Mazzucconi: «Serve assolutamente temporeggiare fino a marzo – dice – per maturare i requisiti che consentiranno di chiedere due anni di cassa integrazione straordinaria, altrimenti il rischio è di trovarsi in mobilità da gennaio. Certo, sarebbe ancora meglio se l’azienda decidesse di non chiudere, però l’obiettivo alla portata di tutti rimane quello della cigs. Da parte sua – continua il sindacalista – la direzione ci assicura la disponibilità a richiedere un ulteriore periodo di cassa in deroga, però a questo punto andiamo incontro a un problema enorme che è quello della copertura di bilancio: a oggi, la cassa in deroga è finanziata soltanto fino al 31 dicembre prossimo e non si sa se il Governo o la Regione Lombardia saranno in grado di garantirla anche per l’anno prossimo».

Il margine di manovra sarà più preciso martedì, fra tre giorni, quando azienda e sindacati si incontreranno alla Confindustria Bergamo per la trattativa vera e propria sulla chiusura della fabbrica. Fino all’estate scorsa, prima di perdere le commesse Man, era allo studio l’ipotesi di concentrare a Lenna tutte le lavorazioni cosiddette «fine serie» del gruppo Ronal, sfruttando al meglio le doti di flessibilità dell’impianto bergamasco; questo sistema garantirebbe volumi sufficienti, tuttavia sembra che il piano sia stato accantonato dopo la decisione di mantenere il «fuori serie» in capo a ogni singolo sito. Appuntamento a martedì, quindi. Ci saranno anche i 116 lavoratori della Valbrem, decisi a far sentire la loro voce sotto le finestre della Confindustria.

Il Giornale di Bergamo