Un fatto è certo: i grandi predatori sono tornati sulle Orobie. Orso, lupo e lince hanno ripopolato l’arco alpino ormai da alcuni anni e transitano anche sulle montagne bergamasche. Ancora presto per parlare di colonie stabili, si tratta piuttosto di peregrinazioni, considerate le grandi distanze che i tre predatori sono in grado di coprire in tempi relativamente brevi. Piaccia o no, con la presenza di questi bisogna imparare a fare i conti, spiegano gli esperti convocati dalla Provincia per un seminario di aggiornamento.

«Sono amici ingombranti, inquilini piuttosto scomodi – dice Gian Carlo Bosio, dirigente del settore Caccia e di via , aprendo i lavori dedicati alle interazioni dei grandi predatori con l’uomo e l’ambiente – che vanno accettati, rispettati e trattati da animali, senza falsi pietismi né tentativi di umanizzarli». Le leggi a tutela di queste specie già esistono: nazionali ed europee. E poi ci sono i progetti regionali, come «Life ursus» che dal 1996 salvaguarda gli orsi bruni del Brenta. «Lavoriamo sui dati scientifici e non sugli approcci emotivi – afferma Giacomo Moroni, responsabile del servizio Caccia e pesca –. La Provincia di Bergamo si è attrezzata per monitorare la presenza di questi animali e prevenire eventuali predazioni». A fornire dati di rilevanza scientifica sono due zoologi chiamati ad informare una platea composta da agenti della polizia provinciale di Bergamo e Brescia, amministratori locali delle aree montane ed esponenti di associazioni ambientaliste come il Wwf.

Eugenio Carlini, dello Studio Oikos di , parla di un «ritorno deciso» dei grandi predatori sulle dopo la scomparsa dovuta all’intervento dell’uomo. In Trentino quest’anno sono nati dieci orsi, su una popolazione complessiva di trenta esemplari, alcuni dei quali vanno e vengono dalla zona in cui si sono riprodotti, come dimostra l’arrivo di JJ5 sulle Orobie tra la primavera del 2008 e quella del 2009, e che ora se ne sarebbe tornato all’ombra delle Dolomiti. Un giovane plantigrado che in una prima fase si è distinto per predazioni di animali domestici (capre, pecore e galline), ma i casi cosiddetti «problematici», spiega Carlini dati alla mano, sono pochi rispetto alla popolazione complessiva di orsi dell’Europa centrale.

Ultimo esempio noto di plantigrado scapestrato è Dino, che ha portato lo scompiglio sull’altopiano di Asiago, dove nell’ultimo mese si è dedicato alla caccia agli asini. «Gli era stato messo un radiocollare per seguirne gli spostamenti, ma l’apparecchio si è spento. Ora qualcuno vorrebbe catturarlo e portarlo in Slovenia – dice lo zoologo –. Non ci pare la soluzione migliore».

Francia e Svizzera sono più avanti di noi nella gestione dei grandi predatori. Lì l’abbattimento di orsi, lupi e linci è previsto solo nel caso superino un certo numero o si rendano pericolosi per l’uomo. E intanto si investe sulla prevenzione: recinzioni elettrificate per proteggere il bestiame e le arnie (prede ambite dagli orsi), cani da pastore addestrati e asini da disturbo che segnalano la presenza di predatori. «Dove il controllo del bestiame è maggiore i danni sono limitati» spiega Guido Tosi, uno dei principali zoologi italiani. La massiccia presenza di ungulati sulle nostre montagne («oggi tanti quanti ce n’erano nel Medioevo») rappresenta una di cibo certa per i grandi carnivori, che salvo casi particolari non hanno motivo di cercare cibo d’altro genere.

«La questione va affrontata con onestà intellettuale – continua Tosi –. Pregiudizi e paure ataviche, associati alla scarsa abitudine a questi animali, rischiano di portaci ad una sopravvalutazione dell’impatto sul territorio e dei danni causati dai grandi predatori. Basti pensare che i danni causati dai cinghiali sono ben maggiori di quelli provocati da orsi e lupi che, va detto, non portano alla riduzione delle prede selvatiche ma anzi alla loro stabilizzazione». Informare, prevenire, risarcire («I risarcimenti agli allevatori danneggiati sono atto dovuto») restano le tre regole d’oro. Cui va aggiunto un buon coordinamento tra enti (Regioni, Province e Aree protette) per monitorare le presenze e pianificare la prevenzione.

Camilla Bianchi – L’Eco di Bergamo

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