Sono anni che il C.A.I. Alta Valle Brembana ha instaurato un buon rapporto con gli alpeggiatori, custodi delle nostre , pubblicando fra l’altro sugli Annuari numerosi articoli, interviste e ricostruzioni storiche riguardanti gli e la transumanza. Riteniamo che l’attività dell’alpeggiatore sia fondamentale per la montagna ed oggi vediamo forze nuove a capo di queste Aziende e ne siamo contenti, fiduciosi in un futuro più roseo per il nostro territorio. Gli alpeggiatori che occupano i nostri monti provengono quasi tutti dalla ; grazie alla agevole del Passo San Marco essi possono comunicare facilmente e ritornare in breve tempo alle loro abitazioni e alle loro aziende situate sulla piana valtellinese per falciare il fieno o dedicarsi ad altre attività anche nel periodo che trascorrono in alpeggio, circa cento giorni sulle nostre montagne.

Solitamente nelle casere troviamo una struttura a conduzione famigliare; l’azienda casearia investe sulla famiglia ed è bello e soprattutto incoraggiante vedere che i padri hanno lasciato ai figli, dopo anni di insegnamento, la loro azienda e questi ne assumono la gestione e le conseguenti responsabilità. Noi come C.A.I. quest’anno abbiamo voluto investire nell’alpeggio; avendo in gestione il Bivacco “A. Zamboni” al centro dell’Alpe Azzaredo abbiamo speso alcune delle nostre risorse nella ristrutturazione del bel “barech” antistante al bivacco, ripulendo il prato dai sassi ed erigendo, con il loro utilizzo, dei “menir”, anziché ammucchiarli disordinatamente nei “caref”. Anche la sistemazione completa del “Sentiero delle casere”, con una bella segnaletica è frutto di una volontà che vuole incitare questi lavoratori, che hanno dei ritmi particolari, ma che durante l’arco di una giornata sono sempre in malga o nella casera o nella baita, a non desistere dal loro lavoro che li porta ad essere indipendenti e a godere delle bellezze naturali, in mezzo ad una natura intatta. Anche il fatto di accompagnare gruppi di ragazzi e scolaresche o singole persone in gita sugli alpeggi è una testimonianza di come vogliamo coinvolgere questo mondo agricolo con il turista, l’escursionista, l’alpinista.

Ho notato che vi è un grande rispetto da parte di chi percorre o visita gli alpeggi e si ferma a parlare con gli alpeggiatori ed è sempre più frequente trovare un dialogo con loro e una maggior disponibilità a dimostrare al turista come viene prodotto il formaggio in alpe. Sono anni ormai che questi alpeggiatori sono ritornati alla lavorazione del latte come si faceva anticamente, rinunciando ad utilizzare il mangime in alpeggio. In questi ultimi anni sono sorti punti di vendita del formaggio di monte o Bitto nel fondovalle e nelle casere, punti ben attrezzati e puliti, che funzionano perché apprezzati dai turisti; gli stessi ristoranti della zona utilizzano i prodotti degli alpeggi per preparare la tipica “” e consigliano la “mascherpa” (ricotta). L’indotto pertanto funziona e offre posti di lavoro a persone che si fermano a vivere in montagna. Il solo pensare che i pascoli non siano più “manticati” (mangiare l’erba) e vederli rossi e bruciati, sarebbe un oltraggio alla montagna ed anche per noi del C.A.I., che segnaliamo i sentieri curandoli e sistemandoli, sarebbe una sconfitta. Tutto il Sentiero 101 delle Orobie Occidentali da noi curato attraversa gli alpeggi dell’Alta Valle Brembana, partendo da quelli di Cassiglio, Valtorta, Ornica con la Valle d’Inferno e il Valletto, per passare da Cusio con il ed arrivare sino a Cambrembo, e Foppolo, dove purtroppo in questi ultimi anni è stato caricato meno bestiame. Riteniamo quindi importante considerare gli alpeggiatori persone molto utili ed indispensabili per la salvaguardia della montagna. Quest’anno, parlando con molti di loro, anche se sono poco loquaci e di carattere riservato, è emerso che la stagione dell’alpeggio, che si concluderà a metà settembre, è stata positiva.

Il tempo ha voluto bene alla montagna; la pioggia è arrivata bagnando e facendo crescere l’erba necessaria al bestiame; i temporali, di solito abbondanti e portatori di grandine, sono stati deboli; il clima non è mai stato rigido, anzi favorevole. Ho visto questi alpeggiatori finalmente contenti, consapevoli di una vita di fatica ma soddisfatti dei loro risultati. Gli alpeggi che abbiamo visitato sono situati nei Comuni di Santa Brigida, Averara, Mezzoldo e sono ben serviti dalla strada che sale verso il Passo San Marco; ritengo interessante fare un raffronto fra la potenzialità degli anni ’50, quando essi erano meta della transumanza del bestiame dalla pianura padana e quella dei nostri giorni, con gli alpeggiatori che ora provengono dalla Valtellina per il 90%. In questi anni alcuni monti sono stati attrezzati con fontane, acquedotto ed alcune baite rinnovate, come pure i locali per la lavorazione del latte resi più attrezzati ed
efficienti.

Forse solo le casere, locali dove il formaggio viene messo per la stagionatura, sono rimaste com’erano perché perfette e adatte allo scopo di ben conservare il formaggio. Personalmente ritengo che bisognerebbe affrontare il problema alpeggi oggi più che mai, perché sono impegnate tante forze nuove, operatori giovani, consapevoli di poter svolgere un lavoro redditizio, anche se impegnativo, ma soprattutto di poter lavorare liberamente in un ambiente sano e a diretto contatto con la natura. La Fiera del Bitto che si svolge ogni anno a Morbegno verso metà Ottobre, è il luogo giusto per dibattiti e convegni sull’alpeggio e sui problemi della montagna perché qui convergono tutti gli alpeggiatori delle e Prealpi Orobie. Interviste agli amici alpeggiatori Costante e Aldo, con i quali condivido da anni l’amore per la montagna; andare a trovarli è sempre una gioia; all’inizio non sono molto loquaci ma poi, rotto il ghiaccio, si raccontano e parlano volentieri della loro vita vissuta sempre in alpe; entrambi hanno sempre caricato lo stesso alpeggio: Costante il “Gambetta” e Aldo l’”Ancogno Solivo”. Costante Luzzi, 87 anni, in alpeggio da 64; moglie Rita Luzzi; figlio Bruno; un aiutante; alpeggio Gambetta – Cosa si sente prima di andare in alpeggio?

È un dovere; il sangue ti ribolle dentro; non penso sia un’abitudine.

– Com’è una giornata-tipo in alpeggio?
Sono sempre uguali però, se non piove, sei più contento, ma direi che è bello. Sveglia prima dell’alba, prima mungitura, assegnare il pascolo alle vacche, colazione, curare la masticazione delle vacche, pranzo alle ore 14, breve riposo, seconda mungitura, assegnare pascolo, cena alle vacche, cena alle 21, breve ritorno al pascolo,
riposo notturno.

– Cosa si prova quando si scende dall’alpeggio?
Sono contento se la stagione è andata bene; quest’anno è stata buona ma ha fatto troppo caldo.

– Dove abiti d’inverno?
Abito a Talamona dove ho la stalla e accudisco le mie bestie con il figlio agricoltore.

– Come sono le persone che passano in alpeggio?
Anni fa sporcavano lasciando carte e bottiglie sugli alpeggi; oggi sono più educate e chi ama la montagna si ferma e vuole sapere. È bello parlare con la gente.

– Come vedi il futuro dell’alpeggio?
Tra alcuni anni non ci saranno più persone che vanno in alpeggio, è da molto tempo che lo dico. Io ho avuto tanti giovani che venivano in alpeggio, bravi e non viziati e, dopo questa vita di sacrificio, hanno fatto fortuna in altri campi.

– Come vedi i giovani e le nuove generazioni in alpeggio?
Non ci sono più ragazzi cascì che vengono in alpeggio; arrivano anche giovani che hanno studiato a chiedere di lavorare ma non è il loro futuro.

– Si ricava un utile economico in alpeggio?
Una volta c’era un buon guadagno in alpeggio ma oggi, con il costo della vita, si assottiglia, non vedo un buon futuro.

– Com’è la salute in alpeggio?
È ottima, vedi la mia età.

– Cos’è l’amore per la montagna?
Provo una gran gioia in montagna, è per questo che ci vengo. Ai giovani bisogna fare una iniezione per far amare la montagna.

– Ricordi un episodio bello in alpeggio?
Sono sempre passate tante belle donne in alpeggio e non ne ho mai picchiato neanche una. Ricordo soprattutto quelle che venivano a trasportare il formaggio col gerlo: quanta fatica!

– E un episodio brutto?
Nel 1946 c’è stata l’afta-epizootica: ho perso 18 vacche, me lo ricordo ancora e non lo dimenticherò mai.

– Progetti per il futuro?
Se ci sarò ancora, vieni a trovarmi l’anno prossimo. Aldo Duca, 60 anni, in alpeggio da 47; moglie: Caterina Sala, figli: Carlo, Luigi, Rita; un aiutante; alpeggio Ancogno – Solivo

– Cosa si sente prima di andare in alpeggio?
In primavera go voia dè venir fòra e vengo anche prima per vedere l’erba. Sono uno dei primi ad arrivare.

– Com’è una giornata-tipo in alpeggio?
Dalla mattina sino alla sera sono 16/17 ore di lavoro, con i ritmi delle bestie. Tèl sé già mò.

– Cosa si prova quando si scende dall’alpeggio?
Quando si scende si sente molta malinconia, però il dovere ti chiama.

– Dove abiti d’inverno?
Abito a Talamona dove ho la stalla con 54 vacche e 46 manze.

– Come sono le persone che passano in alpeggio?
La gente normale ragiona, però ce ne sono di quelli che dicono stupidate. Molti fanno domande, altri non si interessano; ora sono più educati di una volta.

– Come vedi il futuro dell’alpeggio?
Vedo che pian piano l’alpeggio perde; i malasc arriveranno sulla strada. C’è sempre meno forza lavorativa a dare una mano; viene avanti il selvatico; adesso in alpeggio si fanno solo le cose più indispensabili.

– Come vedi i giovani e le nuove generazioni in alpeggio?
Ce n’è uno su cento di giovani che capisce qualcosa e sono pochi quelli che vengono in alpeggio. Per fortuna io ho due figli: Carlo fa il casaro e Luigi segue la mandria.

– Si ricava un utile economico in alpeggio?
Quest’anno la stagione è buona e, se le cose vanno bene, si guadagna.

– Com’è la salute in alpeggio?
Quando piove e ci bagniamo, Tè sentèt d’inverno i dùlùr.

– Cos’è l’amore per la montagna?
È sempre bello alzarsi alla mattina anche se c’è buio; poi viene l’alba e sé gh’è l’sul l’è amò piò bèl.

– Ricordi un episodio bello in alpeggio?
Una volta ho visto tre belle donne nude in mezzo all’erba e ho detto: L’è mèi chè vedè ona vipera.

– E un episodio brutto?
Quando le vacche vanno a rodèla l’è ùn brùt mester.

– Progetti per il futuro.
Per il futuro, se non siamo morti, certo se vedum un altran.

Gianni Molinari Presidente C.A.I. Alta Valle Brembana
 Tratto dai Quaderni Brembani 8 del Centro Storico Culturale Valle Brembana