– «Sfrattati», seppure solo di qualche decina di metri, dallo stand al «Salone del gusto» di Torino. La guerra del Bitto Storico continua, a colpi anche di metri, quelli della più importante fiera agroalimentare italiana organizzata da Slow Food, in corso fino a lunedì nel capoluogo piemontese. Cos’è successo? Serve innanzitutto una premessa: da circa 16 anni è in corso una guerra tra l’associazione del Bitto Storico, formaggio che si produce in un’area molto limitata delle (anche su quattro alpeggi brembani, seppure dalle mani di casari valtellinesi), e il Consorzio valtellinese del Bitto che, invece, ha confini di produzione molto più ampi (tutta la provincia di Sondrio e anche in alta Brembana). I primi, i «ribelli», sono sostenitori di una rigida produzione «all’antica», con un regolamento che vieta l’uso di fermenti caseari e di mangimi nell’alimentazione degli animali (vacche e capre): solo erba d’alpeggio. Metodi che garantiscono una qualità di assoluta eccellenza e hanno fatto del Bitto Storico un gioiello caseario di valore mondiale.

Il Consorzio valtellinese, invece, ha derogato alla tradizione storica, consentendo l’uso di mangimi, come nella più diffusa produzione industriale e di pianura, e allargando l’area di produzione. Ebbene, i produttori di Bitto Storico sono ospiti della kermesse torinese nello stand della Regione Lombardia. E, anche perché l’associazione rappresenta uno degli storici presìdi Slow Food, l’organizzazione gli aveva assegnato una posizione di primissimo piano, proprio davanti al Consorzio valtellinese. Ma, prima dell’apertura, i «ribelli», sono stati «allontanati». Arrabbiato, ma ormai abituato alla guerra, Paolo Ciapparelli, alla guida dei produttori di Bitto Storico: «Era stata l’organizzazione a posizionarci davanti – spiega – visto il nostro grande prestigio conquistato in questi anni. E proprio loro, con sorpresa, mi hanno avvisato mercoledì: un funzionario della Direzione regionale agricoltura della Lombardia imponeva che noi fossimo spostati. Non potevamo stare davanti al tavolo del Consorzio istituzionale».

«Addirittura – scrive sul suo sito Internet Michele Corti, docente di zootecnia montana e studioso del Bitto – minacciavano di ritirare la presenza al Salone se il presidio del Bitto Storico non fosse stato spostato». A quel punto Ciapparelli e i suoi, seppure con dispiacere, hanno accettato l’«invito» della Regione e si sono trasferiti qualche decina di metri lontano, in posizione più defilata.

«Avanti senza istituzioni»
«Purtroppo – prosegue Ciapparelli – a qualcuno dà fastidio che noi siamo più bravi, che siamo riusciti a portare questo formaggio a livelli mondiali senza il sostegno delle istituzioni. E anziché difenderlo viene attaccato. Ma non è certo una colpa avere un grande prodotto, come è un peccato che non si riesca a promuoverlo adeguatamente. In questo modo non si fa altro che penalizzare chi, invece, grazie a quanto costruito in questi anni, potrebbe rendere ancora più forte il turismo enogastronomico». Ciapparelli – ospite, peraltro, lunedì sera alla trasmissione Rai «Che tempo che fa» di Fazio, come rappresentante di un presidio bandiera per Slow Food – prosegue, ciò nonostante, nella sua battaglia. Promuovendo anche gli altri formaggi orobici. Domani, alle 12, parlerà infatti del progetto dei «Formaggi principi delle Orobie», marchio sotto il quale ci sono anche Strachitunt , Stracchino all’antica, Agrì di Valtorta, Ftb e Formai de mut, riuniti per la comune origine orobica.

Giovanni Ghisalberti – L’Eco di