Valle – La vacca Bruna alpina tornerà regina delle nostre ? Per ora è soprattutto un auspicio ma si sono messe le basi: con i primi capi che stanno per essere riconosciuti ufficialmente dall’Associazione provinciale allevatori in un registro anagrafico. Premessa: fino ancora a vent’anni fa circa, nella nostra provincia, in e in pianura, gli allevamenti bovini erano di Bruna alpina, ovvero la razza originaria, nata in Svizzera, con il latte della quale per decenni e oltre, si sono prodotti i formaggi orobici diventati poi famosi nel mondo, dal al , dal Bitto al Branzi. Ma già dal 1940, in Italia, e quindi anche da noi, venne introdotta la Brown Swiss, un incrocio americano della Bruna alpina, con un’attitudine più lattifera rispetto all’originale. In sostanza produceva più latte e, perciò, in nome del commercio e del profitto, la Bruna alpina originale, più rustica e adattabile all’alpeggio, ma meno lattifera, venne «insanguata» con la razza oltreoceano.

«Più rustica e adatta all’alpeggio»
«Prima degli inserimenti americani – spiega Giulio Campana, funzionario zootecnico della – anche da noi esisteva il ceppo originale di Bruna alpina, rimasto ora, (con un numero di capi limitati, ndr) solo in Svizzera, Austria e Alto Adige. Se l’Alpina aveva una duplice attitudine, per latte e carne, quella oggi diffusa ovunque, ovvero la Bruna derivata dall’incrocio americano, è prevalentemente per latte, ma è anche meno resistente, meno adatta alla montagna e, sugli alpeggi, non è sufficiente che si alimenti di erba, ha bisogno di un’integrazione alimentare di cereali». La razza antica star su Canale 5 Così, negli ultimi vent’anni, anche nelle nostre valli, la tradizionale vacca alpina è stata sostituita, oltre che dall’incrocio con la Brown Swiss (col semplice nome di Bruna), anche da Pezzate rosse friulane e Frisone, un mosaico di razze ormai lontano dalla tradizione orobica. Ma a volte ritornano. Da qualche anno la Bruna alpina ha fatto la sua ricomparsa sulle valtellinesi, grazie ad alcuni produttori di Bitto storico, visto che il consorzio a cui fanno capo vieta proprio in alpeggio l’integrazione alimentare delle bovine, ormai diventata necessaria per tenere in piedi le Brune di origine americana.

Ora è la volta della .
Per il ritorno della razza originaria si parte dalla Valle Brembana, culla di formaggi: i primi due allevamenti tornati (o rimasti fedeli) alla Bruna alpina sono quelli dell’ Ferdy di Lenna (con cinque capi già certificati e arrivati da Austria e Svizzera, con alpeggio in Valle Inferno, ) e alcuni capi, ancora da certificare, dell’allevamento di Ignazio Carrara (con alpe ai ). Proprio domenica scorsa il programma di Canale 5 Melaverde ha messo in onda una puntata dall’agriturismo Ferdy, incentrata anche sul recupero dell’antica razza bovina, da tempo messa da parte sulle nostre Alpi. «I primi capi – spiega ancora Campana – saranno visionati dagli esperti dell’Associazione nazionale razza Bruna, per verificarne la riconducibilità alla razza originaria. Momentaneamente prenderanno il nome di “linea carne” all’interno della razza Bruna, anche se tale denominazione è poco corretta e andrebbe modificata: le Brune alpine, infatti, hanno sempre avuto la doppia attitudine, alla carne ma anche al latte, con cui per secoli sono stati prodotti i nostri formaggi d’alpeggio. Una volta identificati i capi, l’Associazione provinciale allevatori aprirà il registro anagrafico e, con controlli semestrali, verificherà il mantenimento dei requisiti di razza».

«Valore per ambiente e turismo»
«Si tratta sicuramente di un ritorno positivo – aggiunge il funzionario della Provincia – soprattutto per quelle piccole realtà zootecniche, magari di montagna, che hanno tra gli obiettivi la salvaguardia ambientale, visto che una razza di questo tipo, più rustica e muscolosa, è anche più resistente e adattabile alla montagna». Un ritorno che potrebbe avere, per gli allevatori, anche una valenza economica – legata eventualmente a sovvenzioni europee per le razze in via di estinzione – ma soprattutto un ritorno che ha il valore della tradizione e dell’identità territoriale, con tutte le implicazioni positive in ambito
turistico.

Giovanni Ghisalberti – L’Eco di Bergamo