Olimpiadi-Valtorta-2013-3Se Valtorta fosse capitale del libero stato di non ce ne sarebbe per nessuno. Piero Busi sarebbe davanti a tutti. Anche ai più resistenti autocrati africani. Morti e vivi. Compreso il libico Gheddafi. Il gabonese Omar Bongo. O lo zairese Mobutu. Più che un sindaco Busi è un dittatore. Lo dice lui. Alla gente che lo ferma per strada, gli stringe la mano e si congratula, risponde: «Avanti con la dittatura». A 81 anni, ha stabilito il record nazionale di mandati. Undici. Che sarebbero stati dodici senza la pausa forzata dal 2004 al 2009. «Avevo appena terminato il mio nono mandato», spiega, «ed è passata una legge secondo cui se ne potevano fare al massimo tre. Mi sono guardato in giro, in paese ho trovato uno di mia fiducia e gli ho detto: tu fai il sindaco. Io sarò il tuo vice». Non è difficile immaginare, chi fosse tra i due a contare di più. Nel 2009, Busi è tornato come nuovo.

O meglio. Come usato sicuro. E ha vinto. E adesso, anno di grazia 2014, all’età di anni 81 (ne compirà 82 a giugno), ha stravinto. Come Renzi. «Non guardo a destra, sinistra o centro, mi interessano le persone e Renzi mi piace, un bravo giovanotto, merita fiducia», dice nel suo ufficio al primo piano del municipio di , «gli pronostico un grande futuro. Del resto anch’io non scherzo. Mi preparo al 2019 e da qui al 2024 sono altri dieci anni». Poi ruota la poltrona verso la finestra, punta lo sguardo in alto, al di sopra dei boschi, tra le rocce ancora innevate della montagna più alta. «È il pizzo dei Tre signori. Il nostro Everest. Ma oltre i Tre signori, ancora più su, di Signore ce n’è un altro e alla fine sarà lui a decidere per me».

Finora sono sempre riusciti a mettersi d’accordo. E a fare regolarmente quel che voleva Busi. Cinquanta anni da sindaco, più cinque da vice fanno cinquantacinque. Se si aggiungono cinque anni da consigliere comunale a inizio carriera sono 60. Sono tanti. Ma se a quelli si sommassero anche tutti gli altri, di vite non ne basterebbe una. Busi è nato presidente. Lo è stato per 24 anni alla . Per 25 anni dell’ospedale di san Giovanni Bianco e alla Usl di Zogno. «Compreso il Gal, Gruppo azione locale, lo Sci club e la casa di riposo Don Palla a un certo punto di presidenze ne avevo sei». Gli è rimasto il ricovero. «Non ho dubbi», interviene, «di tutte le cose che ho fatto è la più bella». Bella è una parola grossa. È un centro per anziani con 85 posti a cui si è aggiunta una sezione di 15 per malati terminali. Ma Piero insiste. «Bella, stupenda. Soprattutto l’hospice. Ce li mandano da tutta la regione. Uomini e donne con poche settimane o pochi mesi di vita. Vado a trovarli ogni giorno. Parliamo, mangiamo insieme. Sono esseri incredibili. Vivono come sospesi. E in quel momento di passaggio bisogna essere lì, stare accanto a loro, accompagnarli giorno per giorno per sentire in quella lenta discesa tutto il calore che prendono e tutto il calore che danno. Fino all’ultimo secondo. Fino all’ultimo respiro».

Piero Busi,sposato da 51 anni con Maria Pia Boffelli, padre di due figlie e nonno di due nipoti, nasce di notte con un urlo avvertito in tutta la valle. Il padre è fornaio. In giro c’è miseria. «A casa non c’era un soldo», sorride. «Forse è allora che mi sono abituato a non sentirne il bisogno. Non ne avevo. E anche se nella vita ne ho trovati tanti, un’infinità, non sono mai finiti nelle mie tasche». Per gli studi lo mandano a Bergamo. Tre anni di scuole medie industriali, l’anticamera del lavoro, all’Istituto San Vincenzo. Affidato a Don Bepo Vavassori: «Un maestro», ricorda. «Gli devo tutto. Compresa la riconoscenza per avermi capito. Mi aveva adocchiato, aveva riconosciuto il mio amore per il comando. E non me lo aveva negato. Mi aveva caricato di responsabilità e assieme a quelle mi aveva passato tutto il corredo di valori necessario ad esercitarle. Generosità, altruismo, solidarietà, pazienza, tolleranza. Porto tutto qua dentro. Tutto quello che sono, tutto quello che ho fatto lo devo a Don Bepo. E anche se i miei genitori non mi hanno permesso di continuare gli studi come avrebbe voluto lui, sempre e dovunque ho portato la sua testimonianza come me».

Dopo tre anni i genitori riportano Piero, quarto di nove fratelli in valle. A laurà. Lavorare. Non c’è luce. Si lavora tutto a mano. E nel calore del forno, tra acqua e farina, nell’impasto del pane finisce anche il sudore. Arrivano i 18 anni e la cartolina di precetto. Sulla destinazione non si accettano scommesse. In alta valle si è di default. Piero fa il corso sottufficiali ad Aosta e il servizio a Merano. Parte ragazzo e torna uomo. Al paese riprende la vita di sempre finché un’estate incontra un sacerdote, fratello di un onorevole e in un momento di stanchezza si sfoga. Non vuole rimanere in un retrobottega, tutta la vita a impastare pagnotte. Il prete gli propone di trasferirsi a Bergamo. Cercano impiegati all’Inam, la mutua di una volta. Piero non se lo fa dire due volte. Sale sulla prima corriera, incontra un dirigente e viene assunto. La sua vita di colpo cambia. «Ho cominciato a frequentare la Democrazia Cristiana», racconta, «erano gli anni dei Pandolfi e dei Citaristi. C’era un sacco di roba da fare e io mi muovevo come una trottola, sempre pronto a correre ovunque per fare tutto quello che mi veniva chiesto. E piano piano ho cominciato a farmi conoscere. Ho creato una mia rete di amicizie, conoscenze, relazioni. Mi apprezzavano per quel che facevo. E col tempo hanno cominciato ad ascoltare quello che dicevo. La mia conoscenza della valle. I miei progetti. I miei sogni».

A 82 anni, con i ricordi di una vita che si affollano alla mente, non è facile imbrigliare il racconto di Busi. L’ordine non è più quello cronologico dettato dall’ordine temporale degli eventi, ma quello filosofico di chi ripercorrendo una vita cerca di darle un senso. «Ho una fortuna sfacciata», dice, interrompendo una storia. «O forse è la Provvidenza. Non lo so. Ma è sempre capitato così. Se uno mi pone un problema soprattutto sul piano pratico o economico tante volte al momento non so da che parte voltarmi. Ma poi quel problema comincia a frullarmi nella testa, comincio a parlarne, lo ripropongo a un sacco di gente, dico cosa voglio fare e alla fine trovo sempre qualcuno che mi dà una pacca sulla spalla e mi dice: Piero, ci sto». Oltre che dittatore, Piero si definisce Pierino. Strizza gli occhi, con un ghigno solleva una mano e imprime alle dita un eloquente movimento rotatorio. «Il mio obiettivo è “rubare” – dice -. Prendo i soldi a chi li ha. L’importante è che non vadano in tasca mia». Ne ha presi tanti. Tra le sue vittime più illustri ci furono due ex ministri dei lavori pubblici. Il primo è il bresciano Prandini: «Ma questa, no, non la posso raccontare».

Il secondo Remo Gaspari. E questa la racconta tutta. «Siamo usciti dall’alluvione del 1987 con la valle distrutta – ricorda -.ma i danni peggiori erano stati in Valtellina e lì si concentravano i finanziamenti per la ricostruzione. Grazie a Pandolfi portammo Gaspari a Piazza Brembana in un’assemblea di sindaci. Io non c’entro, ma la Provvidenza fece sì che alcuni di noi lo fischiassero». Gaspari, permaloso da morire, uscì infuriato dalla riunione. Ma Busi seppe come lavorarselo. Ci avrebbe pensato lui a ricreare un clima più disteso. «Andai a Roma e lo convinsi a tornare in valle», spiega Piero, «prima parlai io, gli illustrai i disastri dell’alluvione, i disagi e le speranze della popolazione. Quando Gaspari prese la parola non aveva scelta. O i fischi o gli applausi. Si impegnò ad aiutarci per realizzare tutto quello che stavamo chiedendo per la valle e i suoi paesi. E piovvero gli applausi». Dopo gli applausi piovono i miliardi. La viabilità della valle, ferma all’epoca del Carlo Codega in pochi anni viene rivoluzionata. Si aprono i tratti in galleria di Lenna e Piazza Brembana, passando da una sponda all’altra del fiume viene scavalcato l’abitato di San e si pongono le basi per il tunnel da Zogno ad ancora in costruzione. In termini economici è il colpo grosso di Busi.

Il colpo da Arsenio Lupin lo fa vent’anni prima. Nel 1964, con tutte le frazioni di Valtorta collegate da una rete di mulattiere, decide di fare qualcosa: «C’erano una miseria pazzesca», racconta, «famiglie con sette, otto figli che non sapevano come tirare avanti. Vedere quelle madri che d’inverno scendevano a valle con la alle ginocchia, coi bambini con le labbra tumefatte dal gelo, era una scena che gridava vendetta. Me ne sono fregato. Senza avere una lira ho lanciato una gara d’appalto per costruire una strada che arrivasse in ogni angolo più sperduto del comune. Costo: 114 milioni. Ci poteva stare un fuoriclasse per la mia Atalanta. Non ci dormivo di notte, ma alla fine i lavori sono partiti. E quando l’impresa ha capito che qualcosa non funzionava, ho chiamato i vecchi amici e mi son fatto portare a Roma. Soldi non ce n’erano. Ma la Provvidenza sì. E alla fine i fondi sono saltati fuori. Indovina da dove? Dalla Cassa del ». Tutte operazioni che potrebbero sparire davanti al kolossal. L’ultimo sogno del Ras. Del piccolo grande uomo della . Un’opera da 80 milioni. Di cui, per ora, non vuole parlare. «Se non ce la farò io», scommette, «ce la faranno i giovani che ho portato in consiglio comunale. Tra loro, sono sicuro, c’è il mio successore».

Beppe Fumagalli – Il Corriere della Sera

 

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