Da Piazza Brembana allo spazio profondo la sembra molto lunga. Ma forse non lo è poi tanto, almeno se si ascolta l’astrofisico Fabrizio Boffelli, 36 anni, ricercatore del Dipartimento di Fisica Nucleare e Teorica ’Università di Pavia. Boffelli, originario appunto del paese brembano, ha anche lavorato nel team di Agile, satellite italiano dedicato allo studio ’Universo nei raggi X e Gamma, di cui ha parlato ieri nell’ambito degli appuntamenti di BergamoScienza. «Ho cominciato a interessarmi alla scienza in generale e alla fisica in particolare durante il Liceo scientifico a – racconta. – Ho deciso poi di studiare fisica all’Università. Da lì sono passato all’astrofisica, all’astronomia, alla fisica delle particelle, da dove veniamo e dove andiamo».

Questo ce lo può dire la fisica?
«Per quanto si possano avere i piedi per terra, ognuno di noi ha in sé una base filosofica. Ma la filosofia non dà dei risultati sperimentali, mentre la fisica sì. E ci offre davvero gli strumenti per capire, appunto, da dove veniamo e dove andremo».

E a proposito del satellite al quale ha lavorato lei cosa ci può dire?
«Sopra la testa abbiamo molta roba che non conosciamo. Ci sono tanti corpi che emettono diversi tipi di radiazione, raggi X o Gamma. Andare a vedere questi raggi ci permette di capire come funzionano oggetti lontani miliardi di chilometri. I satelliti sono gli unici occhi che ci consentono di comprendere i meccanismi fisici alla base di questi oggetti, e quindi di capire anche dei dettagli ancora poco chiari di certe leggi della fisica».

Nonostante il successo di manifestazioni come quella di , in Italia spesso la scienza è vista con diffidenza.
«Siamo sempre a un passo dal dover chiudere tutto e di dover andare all’estero. Da noi la scienza è vista come una cosa incomprensibile, difficile, poco pratica e lontana dal senso comune. E quindi inutile da seguire e da studiare. Mentre è fondamentale per tantissimo motivi perfino ovvi, e almeno per quanto riguarda le basi può essere facilmente spiegata e compresa da tutti».

Lei lavora anche ai Laboratori del Gran Sasso dell’Istituto di Fisica Nucleare. Dica la verità: l’ha visto il tunnel che porta a Ginevra?
«Quella gaffe è un esempio di ciò che dicevo prima, e di come la scienza venga trattata da personaggi che dovrebbero rappresentare il mondo universitario e della ricerca. Noi italiani siamo molto apprezzati e ricercati all’estero soprattutto in un campo come l’astrofisica. E anche a me sono capitate offerte per andare in altri Paesi. Ma nonostante l’Italia ci maltratti, i fondi per le ricerche siano ridotti all’osso se non peggio e ci sia una situazione disastrosa della ricerca accademica, mi dico sempre: siamo italiani, e allora è giusto portare avanti quello che si può fare di positivo in Italia. Anche se bisogna combattere ogni giorno contro le sofferenze del sistema».

 

Fabio Paravisi – Il Corriere della Sera – Bergamo e Provincia