La sua storia di casaro, Abramo Milesi la tiene racchiusa in una cartelletta, nel mobile bello della sala. Non un casaro qualsiasi, ma il più anziano della valle, quello che sulle spalle ha decenni di lavoro, nella stalla, in alpeggio, in latteria. Sempre al lavoro, per portare avanti un pezzetto di quell’economia povera che sta scomparendo nelle nostre valli, ma che, per fortuna di tutti, viene oggi riportata alla ribalta, rivalorizzando le tradizioni, la genuinità e la qualità dei prodotti, l’esperienza del lavoro.

Nella cartelletta spuntano le tante attestazioni dei premi ricevuti, i ritagli di giornale, le foto in alpeggio, i volti di tanti amici, molti dei quali scomparsi, che con lui hanno condiviso la storia del formaggio a . Ci entrerà adesso anche l’«attestato di benemerenza» ricevuto sabato al Salone del gusto di Torino. Il lavoro non è cosa del passato per Abramo che ha da poco compiuto 82 anni. La sveglia suona ancora presto, prima delle 5, perché la stalla non può aspettare, ci sono due vacche da latte e 3 vitelli. A fare il casaro ha imparato sessant’anni fa, frequentando un corso a Romano di Lombardia. Prima aveva fatto per qualche anno il boscaiolo, come il papà. Un’infanzia trascorsa in Francia e poi il ritorno a e la prima vacca nel 1939.

Abramo ha imparato a lavorare il latte che gli altri allevatori gli portavano. «Altri tempi» commenta sfogliando un quaderno che ha compilato negli anni Settanta, con i nomi delle aziende, i giorni del mese e i litri di latte conferiti. Erano 40 allora le aziende di Valtorta che consegnavano il latte ai Milesi. Abramo faceva il giro del paese due volte al giorno sulla sua Renault 4, dove trasportava tutto comodamente grazie al portellone dietro. La sua vita l’ha trascorsa d’estate in alpeggio e d’inverno nella Latteria sociale, nata nel 1954.
Al papà ha insegnato lui a fare il casaro. In alpeggio, al Camisolo, ai piedi del Pizzo dei Tre Signori, si faceva il formaggio che prende il nome dal luogo. 45 quintali all’anno che si portavano a valle nella gerla o sul dorso dei muli. «Un anno 51 quintali» ricorda. Ora in alpeggio non ci può più andare, colpa del cuore che fa le bizze. Qualcuno c’è ancora lassù d’estate a fare le forme di Camisolo, ma le quantità si sono più che dimezzate, colpa della forza lavoro che manca. Forme pregiate che vanno a ruba e che vengono prenotate dai privati anche un anno prima.

La sua specialità sono sempre stati gli «agrì», formaggini cilindirici dal gusto delicato realizzati nella Latteria sociale. Prima si impastava tutto a mano, ora ci sono le macchine, ma la forma finale viene data ancora a mano. È sempre stata la moglie Onesta la specialista del lavoro finale. Movimenti rapidi, un formaggino nella mano destra e uno nella mano sinistra. A fare la pasta ci pensava Abramo. A seguire le sue orme è il figlio Primo Isacco che lavora in Latteria.

Ora a Valtorta le aziende agricole si sono ridotte a 7. «Il lavoro è cambiato negli ultimi trent’anni – dice Abramo –, ma era meglio prima». Una vita di fatica, di sacrifici, ma che lui riassume in un senso di grande soddisfazione e non cela un po’ di preoccupazione per il futuro, per il rischio che le nuove generazioni non comprendano la bellezza di questo lavoro. Una vita senza sosta, senza ferie, ma nessun rimpianto. «Al mare ci sono andato una volta nel 1937, poi non ci sono più tornato. Ma non fa niente. È meglio la ». M. G.

L’Eco di Bergamo