Alta – Partì da Moio anche Cesare Paganoni, boscaiolo e principe, anzi,il «pontefice della siderurgia». La storia degli emigranti di Moio è legata a doppio filo a quella dell’industria pesante italiana, dove l’abnegazione brembana era ben accetta (anche se non certo ben pagata) negli stabilimenti e nelle fonderie. Oltre alla grande ondata di emigranti che raggiunsero la periferia milanese (in particolare Sesto San Giovanni) nell’ultimo dopoguerra per lavorare nei reparti di Falck, Breda, Magneti Marelli e Alfa Romeo, si ricorda negli annali l’esperienza di Cesare Paganoni, nato a Moio il 3 giugno 1848. La sua non fu la storia del ragazzo emigrato giovanissimo, dato che sino all’età di 38 anni visse a Moio lavorando come boscaiolo.

Nel 1886 una trasferta a Savona, sempre legata ru» dell’arte siderurgica, al punto da essere conteso dalle maggiori acciaierie italiane e consultato da ingegneri e tecnici per le operazioni più complesse e innovative. La sua fama divenne tale che le cronache dell’epoca lo segnalano con l’appellativo di «Pontefice dell’arte siderurgica italiana». Cesare Paganoni ebbe per quei tempi una vita abbastanza lunga. Morì all’età di sessantanove anni nella sua Moio il 14 maggio 1917, per una grave malattia e un disperato intervento chirurgico per il quale fu necessario anche un primordiale trapianto di pelle da moglie e figlia. Nel frattempo, Paganoni era divenuto molto conosciuto in città. L’Eco di del 17 maggio 1917 segnalava come i funerali riuscirono imponenti. Al camposanto di ricordarono l’estinto il sig. Ernesto Marchese di Bolzaneto, mandato dalla direzione delle Acciaierie con una commissione di operai, mentre per la famiglia parlò il professor Papi». Sullo storico notiziario »L’Alta Valle Brembana» il direttore don Giovanni Boni, che di Paganoni era fraterno amico, ricordò «le sue doti di buon cristiano e come da semplice operaio, con l’acutezza del suo occhio e del suo ingegno seppe farsi una posizione invidiabile fra i siderurgici italiani».

Giambattista – L’Eco di Bergamo