Cusio – «Quanto accaduto al passo di Crocedomini è assurdo ed esecrabile. Il legame che si crea tra il pastore e il suo cane da lavoro è ancora più forte di quello tra una persona e un semplice cane da compagnia. E gli alpeggiatori non sono assolutamente così». La condanna, ieri ai Piani dell'Avaro di Cusio – dove si disputava l'11° campionato di cani da pastore – è stata unanime. Del malgaro che a metà luglio, a Breno, nel Bresciano, ha ucciso a bastonate e sassate il suo cane perché divenuto mordace e poco utile al lavoro, quasi non si vuole parlare. Perché un gesto del genere – dicono gli allevatori e alpeggiatori – non fa parte della nostra cultura. Un gesto che però, a Breno, ha convinto il Comune ad annullare la storica gara dedicata proprio ai cani da pastore, manifestazione storica che si svolgeva dal 1988.

Così il campionato di Cusio, organizzato alla memoria dell'alpeggiatore Gianrenato Bianchi, è oggi rimasto l'unico e il più importante di tutta la Lombardia. E da tutta la Lombardia, ma anche da fuori, ieri sono arrivati in 77 per contendersi l'ambita bronza del vincitore. In gara con la mandria I cani, obbligatoriamente muniti di microchip, in poche decine di secondi, dovevano radunare o spostare una mandria di una cinquantina di vacche, eseguendo i comandi del proprio conduttore. maltrattati? «Assolutamente no – dice Felice Regazzoni di Zogno che, da 11 anni, con la moglie Caterina Bianchi organizza la manifestazione a Cusio, insieme al Comune –. Vengono prese tutte le precauzioni. I cani devono essere dotati di microchip, ci sono due veterinari che controllano lo stato degli animali e sono pronti a sospendere la gara se qualche capo dovesse ferirsi. Ma non è mai successo. Se il cane dovesse mordere la vacca, viene subito fermato. E, nonostante in gara ci siano oltre 70 cani, le vacche non hanno mai dimostrato segni di stanchezza. Il latte che producono la sera o la mattina successiva non è mai diminuito rispetto allo standard. E poi sono pochi i cani che realmente riescono a spostarle».

La gara è durata circa quattro ore, tra le 14 e le 18, spareggi finali compresi. Gli allevatori arrivano da tutta la Lombardia, e «c'è qualcuno che si prepara anche un anno intero per questo giorno». Il cielo sembra minacciare pioggia, ma poi tutto corre via liscio. Gli alpeggiatori si susseguono nelle prove, uomini ma anche tantissime donne, giovanissimi come Dino Colli di Delebio, 10 anni, o non più giovani, come Benito Omacini, 77 anni, di Dossena. C'è chi grida a gran voce al proprio cane cercando di guidarlo e indirizzarlo verso la mandria, chi usa bastoni per dargli la direzione, chi usa solo il fischio e ha un'intesa perfetta. Tutto attorno al campo gara, delimitato da due fili, un migliaio di che ogni anno salgono fino all'Avaro per godersi questo spettacolo. «L'obiettivo resta sempre lostesso – prosegue Regazzoni – ovvero la valorizzazione dell'alpeggio, di un antico mestiere che non deve andare perso. Gli alpeggiatori sono sempre meno perché di vacche in se ne vedono sempre meno, quindi anche la funzione dei cani da pastore rischia di perdersi. La nostra gara, per la quale qualcuno si prepara anche per un anno intero, cerca di mantenerlo. E poi così si dà anche una grande mano al turismo. Da quando abbiamo iniziato è sempre stato un crescendo di pubblico e partecipazione». Ma le difficoltà ci sono sempre quando si organizza una gara in cui protagonisti sono gli animali, perché innanzitutto vanno garantiti la salute e la sicurezza.

Un buon addestramento «Il segreto per avere un bravo cane?
– risponde Michele Midali, 25 anni di Branzi – Portarlo sempre con sé, anche quando non si va in alpeggio o non lo si usa per tenere il bestiame. Occorre un feeling particolare, un legame fortissimo. Così lui si fida di te e ti ascolta. E mai picchiarlo, al massimo si sgrida. Se lo picchi hai l'effetto contrario, non ti ascolterà più, avrà sempre timore». Vittorio Torri, 56 anni, di Parre, ha vinto già due edizioni all'Avaro. «Quello che è successo al Crocedomini è un caso isolato, forse di un allevatore arrivato all'esasperazione – dice – ma non si fa così. Il cane va trattato bene, va educato al suo lavoro. Se poi non è più in grado di farlo va messo a riposo o gli si fa fare altro». «È vero che su 30 cani magari solo uno è veramente bravo – aggiunge Andrea Astori, 31 anni, di Dossena, muratore con la passione dell'allevatore –. Ma questo non giustifica il comportamento dell'allevatore di Breno. Gare come queste, al contrario, servono anche a far capire che gli allevatori amano gli animali». Dopo le prove le premiazioni: la vittoria è andata nel Bresciano, a Salvatore Paroletti, di Grevo (Cedegolo), 58 anni, con il suo Brilla di 4 anni, seguito da Chiara Persico, 17, di Cene, e da Paolo Rota, 19, di Paladina. Riconoscimenti agli organizzatori, Caterina e Felice Regazzoni, ma anche agli alpeggiatori che da anni mettono a disposizione la mandria per la gara, la famiglia di Angelo Giupponi di .

Giovanni Ghisalberti – L'Eco di

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