San Giovanni Bianco – Lo stop è durato cinque mesi. Le saracinesche di via Ponte Vecchio,
da una decina di giorni, si sono rialzate. San Giovanni Bianco e la Valle sono tornati ad avere il loro «scarpulì », mestiere ormai introvabile, ma ancora considerato un servizio (tanto che lo scontrino fiscale non è dovuto). E il lavoro, a quanto pare, c’è. Giovanni Gervasoni, 50 anni, ha preso il posto del fratello Roberto, l’ultimo «scarpulì» della Valle , morto improvvisamente nella notte lo scorso 10 agosto. Roberto, conosciuto come «Pigla» (ovvero la pece, il liquido usato dai calzolai per le riparazioni), se n’era andato a 58 anni, con la bottega ancora intatta, le commesse da fare, le scarpe da riparare. Un malore.

Con lui, che aveva ereditato quel lavoro dal padre Marco, dagli zii Palmiro e Costante e dal nonno che aveva aperto nel lontano 1924, se n’era andato un pezzo di storia sangiovannese e brembana (un tempo ogni paese aveva uno o più calzolai, a San Giovanni Bianco ce n’erano almeno cinque) . Roberto, in realtà, aveva iniziato come operaio alla e poi come carpentiere, in giro per l’Italia. Poi il calzolaio, accanto al padre, attività che portava avanti da una trentina d’anni. Più che un semplice lavoro, ricordano tutti, una passione, un modo anche per tenere amicizie. Tanto che, spesso, lavorava più di notte, impegnato com’era di giorno a conversare coi passanti e i clienti. Col suo addio il negozio è rimasto chiuso, ma tutto dentro come prima, le macchine, gli scaffali, gli attrezzi quasi introvabili. Un pezzo di storia ormai secolare, l’unico negozio sopravvissuto in valle. A riaprilo ci ha pensato due settimane fa il fratello Giovanni, sposato, padre di tre bambine, due gemelle di sei anni e una di quattro anni, residente a . Da anni lavorava per cooperative, negli ultimi tempi nel laboratorio di assemblaggio dell’Albergo popolare di .

«Ma la crisi si è fatta sentire anche qui – dice Giovanni – e da aprile ormai ero part-time, lavoravo solo di pomeriggio, oppure facevo lavori saltuari la mattina. Così ho deciso di riprendere l’attività che, peraltro, avevo già imparato da giovane. Le cose basilari le ricordo, quindi, non c’è stata molta difficoltà a ricominciare». Anche, naturalmente, nel ricordo del fratello Roberto. «Per i giapponesi “crisi” vuol dire opportunità – dice Giovanni – e per me questa è un’opportunità che mi viene data. Il lavoro c’era con Roberto e c’è anche ora. La crisi ha fatto anche in modo che ciò che prima si gettava senza problemi ora si ripara». Scarpe belle ma rovinate che, magari con poco, si possono riutilizzare. «Non buttare le tue comode scarpe – si legge ancora sul suo sito web del negozio, rimasto ancora col ricordo di Roberto –. Riparare il tacco, sostituire la suola, ricucire o riprendere parti scollate è possibile e conveniente ». Nonostante l’evolversi del mercato la bottega artigiana dei «Pigla» ha sempre resistito, anche di fronte alla chiusura, in valle, di tutte le altre. «Un lavoro, certo – conclude Giovanni – ma soprattutto una passione». Che può continuare, quasi dopo un secolo.

Giovanni Ghisalberti – L’Eco di Bergamo

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