Non poteva avere collocazione migliore il bell’Oratorio dedicato a San Rocco, così ben adagiato sul costone solitario che sale da Caprile Basso; i primi raggi del mattino lo inondano di luce e di calore anche nel periodo invernale quando il sole spunta dietro il Faino.

La sua posizione dominante e intermedia è sempre stata luogo di passaggio e di sosta degli alpeggiatori prima di raggiungere gli alti pascoli; ma era soprattutto un punto di osservazione sulle frazioni di Caprile Basso, Valmoresca, sui bei prati del Vidischì, di Piazza Serva, dei Grasselli e sul percorso della Via Mercatorum, importante via di collegamento con il Nord, da cui provenivano le antiche popolazioni celtiche stabilitesi nella Valle di Averara; da questo luogo si potevano quindi controllare anche i traffici ed i commerci di quei tempi. Non una crepa o fessura nei solidi muri di questo Oratorio, ben appoggiato su roccia; semplice ma austero, esso fa parte di quegli edifici a carattere religioso costruiti dopo gli oratori in quota sugli alpeggi e prima delle Chiese Parrocchiali erette nei paesi più a valle. Quando si formano i primi insidiamenti umani stabili, dando origine alle antiche frazioni, dopo aver disboscato il territorio, dissodato il terreno per coltivarlo e costruite le prime abitazioni, l’uomo sente la necessità di erigere un luogo di culto; ed ecco che viene scelto sempre il posto più bello, meglio esposto e più sicuro, protetto anche da eventuali calamità naturali.

Dedicato a San Rocco, non è una chiesa della peste, ma risale a molto tempo prima; i defunti, sepolti nel sagrato antistante l’edificio, gli conferiscono un ruolo primario; raccoglieva tutte le genti dislocate sul territorio fra le Valli di Caprile e della Val Mora; i numerosi sentieri che da qui si dipartono, lo collegavano con tutti i “focolari” che anticamente erano sorti qua e là, dando origine ai primi insediamenti stabili, alle prime frazioni dell’Alta Valle.

Non a caso il nome Caprile proviene da capra che è un animale completo, facile da allevare, e fornisce all’uomo latte, carne, pelle; nulla viene sprecato e diventa tutt’uno con il territorio che ripulisce da erbe e cespugli. Il maschio, “Ol Beck”, è il soprannome di quelle genti che, ancora oggi, vanno orgogliose di risiedere su questi territori, tanto da inserire il simbolo di questo animale nel loro stemma.

Gianni Molinari – Notiziario “L’Alta Valle Brembana”, maggio 2008