quadroLa maggior parte delle sue opere a sfondo sacro si trovano in piccole chiese delle . Nello stanco albeggiare del 20 gennaio, nel lontano 1609 accolse in seno alle uno dei più grandi stendardi  dell’ arte pittorica vallare. E’ il caso di Carlo , figlio di poveri calzolai che emigrarono dalla Valsassina in cerca di fortuna. L’infanzia dell’ artista fu divisa dalla durezza della realtà e dell’indigenza economica, edulcorate dal perpetuo sogno della fama pittorica. Formatosi come autodidatta, a vent’anni venne ingaggiato per affrescare le pareti delle chiese dei paesi limitrofi, e ciò gli valse l’ingresso nella bottega del pittore milanese Daniele Crispi. La formazione del risentì fortemente delle caratteristiche della Scuola pittorica Lombarda, e poté fruire degli insegnamenti impartitigli dal maestro, grazie a cui riuscì ad affinare le innate abilità artistiche.

Il 1630 sancì una battuta d’arresto dell’autore, violenta quanto la peste manzoniana che si abbatté sulla capitale lombarda. Gli anni a seguire segnarono la morte del maestro Crispi, contagiato dal morbo, ed il ritorno in del Ceresa. La crisi sociale ed economica spinse l’artista ad ampliare i suoi orizzonti pittorici, spaziando nella ritrattistica che muoveva su committenza privata. La svolta, nella travagliata vita del Ceresa, è connotata dal matrimonio, più convenzionale che sentimentale, con la ricca Caterina Zignoni. Avvalendosi di una cospicua rendita annuale, il pittore , poté ripartire indisturbato con una carriera tanto florida quanto longeva, cui solo la morte si interpose.

Ma la sorte scosse ancora una volta la vita del pittore, che assistette alla morte di cinque degli undici figli che suggellavano la sua unione matrimoniale. La devozione dell’ artista per la vita, però, rese imperituro il ricordo della prole defunta, che venne ritratta in ogni suo quadro dove si riproponevano i volti dei figli, posti sul corpo degli angeli. Col tempo anche la sacralità del matrimonio e l’arte divennero un unisono, e queste due matrici continuarono ad intrecciarsi in tutte le sue opere. Venne ritratta la moglie sotto le mentite spoglie di una Madonna avvinta dal supplizio della morte di Gesù, ugualmente come Caterina per i suoi figli.

Nel periodo attorno al 1670 Ceresa si trasferì a , dove sacrificò anche gli ultimi anni della sua vita all’arte. A suo merito sono da ricondursi gli affreschi dipinti nella chiesa di Sant’ Alessandro della Croce. Nel 1679 il pittore fu colto dalla morte, lasciando la sua famiglia ed una cospicua eredità. La sua fama, invece, imbevuta d’eternità, si è protratta nei secoli sino a noi, e riecheggia per tutta l’ Europa la memoria di uno dei più grandi pittori italiani.

tratto dal mensile InterValli