La cosa che più lo indispettisce è quando chi passa chiede se lì dentro hanno anche l’acqua calda. «Rispondiamo di sì e c’è qualcuno che ancora si stupisce. Ma per chi ci hanno preso?». La , vista da sotto, pare sempre un nido d’aquila per misantropi solitari, tipi a proprio agio tra privazioni ascetiche, penitenziali. E pure noi, inerpicandoci da Carona, c’eravamo immaginati un posto da romanticismi claustrali, un eremo abitato da serenità e gente un po’ selvatica, insomma, un rifugio al riparo da ansie moderne, da invidiare in tempi di Pil, spread e Borse che crollano. «Ma mi tengo informato anch’io. Ho moglie e due figli, io e i miei colleghi qui restiamo al massimo 4 notti la settimana.

Poi scendiamo e pure noi dobbiamo fare i conti con i prezzi che aumentano e la vita che si fa sempre più difficile». Quassù da 27 anni La caffettiera borbotta sul fornello della cucina. Nella camera di sopra la vecchia sveglia sferraglia verso le 11. Anche i piccoli rumori quotidiani sembrano amplificati dal silenzio, quassù a 1.850 metri di quota, nella casa dei «Dura star lontano dai miei» Il vento frizzante scuote i larici e porta in giro profumo di erbe medicinali e suoni di campanacci. La luce piove come cristallo in questa conca presidiata dal Pizzo del Becco, Pizzo Farno, Monte Corte e Pizzo dell’Orto: in fondo, guardiani pure loro. Mario confida che «star via dalla famiglia è dura. Sono qui, a mezz’ora di da casa, ma è come se fossi a Napoli o in Germania. Ogni volta che ci torni impieghi un po’ ad ambientarti perché i ritmi sono diversi da qui. A volte quassù è pesante, perché quando sei da solo, lontano dai tuoi, pensandoci e ripensandoci, persino i piccoli problemi si possono ingigantire. Però non mi lamento, semmai è mia moglie che ha il diritto di farlo, visto che quando sono via ricopre anche ruoli prettamente maschili».

Non è il tipo che si piange addosso, anche perché questo mestiere se l’è scelto lui. «L’ho voluto fare perché mi piace la montagna. Avevo la possibilità di fare un altro tipo di lavoro sempre all’interno dell’Enel, ma non ci ho nemmeno pensato. Così come non ho mai pensato di fare l’operaio in fabbrica, anche se, finito il turno, sei tutti i giorni a casa tua. Qua sto bene. Però, mi fanno ridere quelli che passano in queste giornate di sole e dicono di invidiarti. Non sanno cosa vuol dire stare qui d’inverno, quando non passa nessuno per settimane. Va be’, la gente in vacanza ci vede da un altro punto di vista. Idealizza, crede sia tutto idilliaco. Magari qua resisterebbero solo pochi giorni». È l’improvvisa malinconia dell’autunno, quella che lo mette più a disagio. «A novembre fa buio prima delle 17, così cerchiamo di restare fuori finché c’è luce. In quella stagione possono cominciare a capitarti anche tre, quattro giornate di nuvole basse di fila, che non sai nemmeno dove sei. L’inverno per me non è così duro. A me piace veder nevicare e amo girare sugli sci.

Qui la arriva anche a tre metri, ma è normale. Magari non esci il primo giorno perché c’è pericolo, però danno più fastidio i 30 centimetri per strada a Roncobello. La per noi qui è lavoro: poi si scioglierà, riempiendo i laghi e
assicurando energia. Mi fanno più effetto le tormente. Il vento quassù lo senti sibilare, fa un certo effetto anche quando sei dentro la casa. Ce lo hai sempre nelle orecchie, ti innervosisce». «È la natura che comanda» Ecco, in quelle folate sinistre che suscitano l’ansia di Mario c’è forse la crudezza sublime della natura, che è ancora forte e può ancora essere minacciosa, malgrado sia stata dominata e calpestata dall’uomo. «Qui ti accorgi davvero che è lei che comanda». Fuori,
escursionisti in transito verso i e rari fischi di marmotte. Per uno che arriva, la guardianìa dell’Enel è un piccolo naufragio. Non ci sono appigli, né clamori, e la solitudine genera pensieri. Mario Gervasoni, 48 anni, di Roncobello, orecchino al lobo sinistro, in questo vuoto ci vive da 27 anni. «Ho iniziato nell’aprile dell’84, me lo ricordo ancora il primo giorno. Sono arrivato quassù con la funivia dell’Enel. C’era la neve, mi sono messo gli sci con le pelli di foca e siamo andati subito ai Gemelli. All’epoca c’erano le radio ricetrasmittenti, grosse e pesanti. Adesso abbiamo i telefonini satellitari e l’Arval, la sicurezza è migliorata di molto. Ecco, magari a quei tempi ti sentivi più autonomo, c’era un po’ più di autogestione nel lavoro e a volte avevi l’impressione che a valle non sapessero nemmeno che ci fossi. Ora invece i contatti telefonici sono più frequenti e ti senti più guidato».

Mario non è della generazione dei guardiani solitari, quelli sì in odore di misantropia (qualcuno però si portava la famiglia) che fino agli anni ’70 rimanevano quassù da soli per mesi ininterrotti, quando le di guardia avevano ancora riverberi letterari, fortezze Bastiani nel deserto d’alta quota. «Ora siamo sempre in due – spiega -, per ragioni di sicurezza. Se uno sta male, l’altro può dare l’allarme. Certo, se hai la sfortuna di fare il turno con uno che ti sta sulle balle,
non ti passa più. Starci insieme per 24 ore al giorno sarebbe insopportabile. Fortunatamente noi – siamo in sei a ruotare – andiamo tutti d’accordo e così le giornate passano meglio». Controlli in cinque laghetti Le mansioni di Mario e dei compagni sono sempre le stesse, anche se ultimamente è venuta in soccorso la tecnologia. Fare il giro dei cinque laghi della zona (Pian Casere, Marcio, Becco, Gemelli, Colombo), controllare gli , trasmettere dati, occuparsi della piccola manutenzione e intervenire sulle urgenze («Ma in 27 anni non ho mai vissuto situazioni di rischio, è sempre filato tutto liscio»). Il pericolo, semmai, incombe dopo l’orario di lavoro, quando alle 17,30 si smonta. Tirare sera qui non dev’essere semplice e il fiume del tempo che passa sopra la guardianìa screpolando muri e limando scalini, anche per gli uomini può diventare un nemico.

«Non è che puoi andare al bar, né vedere la famiglia o gli amici. Certo, d’estate qualche volta saliamo al rifugio dei Gemelli o passiamo a trovare gli altri abitanti di questo microcosmo estivo: bergamini, gestori dei rifugi, pastori, gente che viene su nelle proprie baite. Facciamo quattro chiacchiere». C’è anche chi pesca trote o va a e chi, come Mario, si dedica alla lettura: «Riviste e libri, mi piace Mauro Corona, anche se per noi di montagna certe cose che scrive sono scontate – confessa -. No, niente playstation, né computer. Pure la tv, io ne guardo poca». Anche perché lo spettacolo più bello gliel’ha finora regalato la finestra che affaccia sul lago di Pian Casere. «Era un mattino di primavera di qualche anno fa, il ghiaccio sullo specchio dell’acqua non s’era ancora sciolto del tutto. Ho visto un cervo maschio scendere dal pendio, entrare in acqua e attraversare il lago nuotando tra i lastroni di ghiaccio, nel silenzio più assoluto. Era maestoso, solenne» cole in volo sembrano graffi sulla sua fronte. Gli escursionisti si fermano per qualche attimo davanti alla guardianìa e forse fantasticano di poetiche solitudini. L’isolamento delle dighe di montagna ispira come le luci intermittenti dei fari marini, soprattutto se sei in fuga dal disordine e dalle voci del mondo. Solo che l’acqua salata parla un suo esperanto, rincorrendo la linea retta dell’orizzonte, mentre l’acqua dolce da queste parti deve sempre farsi largo tra la pietra, rimbalza tra sassi, preme sorniona su argini, è spigolosa, parla il dialetto di questi uomini.

«So che c’è la moda di isolarsi, adesso, questo percorso a ritroso che porta la gente stanca della civiltà industriale in campagna, nei fari, nei posti fuori dal mondo – commenta disincantato -. Scappa dal rumore, dall’inquinamento, dallo stress. È una scelta diversa dalla mia. Quando ho deciso di venire qui non ero certo esasperato dal caos: a Roncobello uscivo dopo le 8 di sera e non c’era in giro nessuno. No, non mi sento un eremita. Anzi, pur rispettandoli, diffido un po’ da eremiti e asceti. È una loro scelta, ma bisogna anche vedere come la seguono e per quanto. Il mio è un isolamento imposto, non posso, come fanno loro, smettere quando voglio. Per questo il mio essere qui l’ho sempre visto come un lavoro e non come altro». «Il segreto è meravigliarsi» Ma, in fondo, non è neppure questo il suo segreto. «Il mio vantaggio è saper ancora apprezzare il paesaggio, che per chi vien qui poche ore può sembrare sempre lo stesso. Devi invece vedere come lavora la neve, come lavora il vento, la luce: creano paesaggi incredibili, che magari vanno via dopo mezza giornata. Riuscire ad accorgersi, a meravigliarsi di certi particolari, ecco, questo ti aiuta ad avere stimoli per lavorare quassù».  Nulla di imprevisto accadrà nelle prossime ore, giorni, anni. Mario continuerà i suoi giri d’ispezione, la neve tornerà a scendere, il vento e le marmotte a fischiare, il sole a fare il suo mestiere nel disgelo. Eppure, lasciandoti alle spalle la casa sulla diga per rituffarti nel mondo di sotto, hai quasi l’impressione che in nessun altro posto come qui succeda tanto senza che succeda nulla.

Stefano Serpellini – L’Eco di

I Laghetti Alpini dell’Alta Valle Brembana