SONY DSCValtorta – Nel territorio non sono tuttavia molti i Carnevali che si possono definire «tradizionali», nel significato che a questo aggettivo viene attribuito dalla comunità scientifica e che è stato fatto proprio dall’Unesco e, recentemente, dalla Regione Lombardia con l’istituzione del Registro delle Eredità Immateriali (Reil) per la valorizzazione di beni e saperi che sono tuttora praticati e sono riconoscibili come prodotti della creatività di specifiche comunità locali, non riconducibili ai modelli della cultura di massa. Tra i sei Carnevali lombardi considerati di tradizione e inseriti nel REIL due sono in area , entrambi in Valle Brembana, a Valtorta e Dossena.

Il di Valtorta – che segue le scadenze del rito ambrosiano, come altri comuni della Valle Brembana assoggettati un tempo al dominio di Milano – si caratterizza per l’utilizzo di realizzate con stoffa, pelli e corna . Predomina su tutte la del Diavolo, chiamata furchetì , ricavata da pezze di stoffa rossa o nera, a formare un cappuccio con fori per gli occhi e la bocca. Nella parte superiore sono cucite corna bovine o di capra o di legno. Completa il travestimento una coda e calzature di pelliccia e un forcone. Le altre maschere principali sono il vecchio e la vecchia, il barba (zio scapolo) vestito di nero con grandi baffi di pelo di coniglio, la meda (zia nubile) con in mano rocca e fuso, varie maschere che rappresentano mestieri ambulanti con gli oggetti tipici del loro lavoro: sedie rotte, ombrelli sgangherati, paioli di polenta. Il corteo dei carnevalanti compie una lunga processione nel paese e nelle frazioni con soste nelle osterie che offrono vino e dolci. Un tempo, sino alla fine degli anni ’70, era d’uso la questua di noci e l’offerta di vino presso le cascine delle diverse frazioni, preceduta da uno scambio di battute tra le maschere e i padroni di casa per identificare chi si nascondesse dietro al travestimento: « Ma chi saral pò! Non si può conoscere, fa anche la voce diversa! Era quello il bello», raccontano gli anziani. Prima ancora, ricordano, il iniziava alla celebrazione di S. Antonio (17 gennaio) e si protraeva fino alla scadenza del sabato grasso, con ripetuti mascheramenti, in tutte le frazioni di Valtorta e nei comuni confinanti. Questa lunga questua mascherata, destinata a coinvolgere i vicini e a risolvere rivalità e screzi accumulati durante l’anno, veniva chiamata, significativamente parentèla.

Completamente diversa è la Mascherada di Dossena, una rappresentazione carnevalesca interamente recitata che si distacca nettamente da ogni altro modello conosciuto. Quella che viene messa in scena a Dossena è infatti una singolare sintesi tra Carnevale e Commedia dell’Arte che rinvia, almeno idealmente, alle figure degli Zanni e alla loro antica e documentata importanza nella Bergamasca e nel teatro popolare a partire dal XVI secolo. Non vi è a Dossena una carnevalesca, come avviene di consueto: un personaggio non mascherato, con il caschetto da minatore e una lampada ad olio in mano, l’òm de la lùs – con evidente richiamo al lavoro di cava e miniera, in passato prevalente tra gli abitanti di Dossena – apre la strada alla banda locale, che introduce la rappresentazione. La prima a comparire in scena è una maschera arlecchinesca, che compie salti acrobatici appoggiandosi a un lungo bastone: ha la funzione di far spostare gli spettatori e di creare lo spazio circolare necessario alla recita. Poi entrano gli attori, in maschera. La recita, in dialetto, si svolge in una serie di scene con personaggi che variano, come il copione, di anno in anno. Presenze fisse sono il vecchio e la vecchia, protagonisti di ogni rappresentazione, e le maschere di animali (il cavallo, il maiale). Altre figure, il prete, il notaio, il medico, il contrabbandiere, l’uomo selvatico, sono estemporanee.

Tutte le maschere sono realizzate in cartapesta, soprattutto, legno, stoffa. Molte sono recenti e a realizzarle è Pietro , animatore di uno dei due gruppi di attori che si contendono la messa in scena della Mascherata. Anche i testi sono scritti appositamente oppure costituiscono la rielaborazione di copioni già utilizzati.

Guido Bertolotti – Il Corriere della Sera – Bergamo e Provincia

Il Carnevale di Valtorta nel 2012