Valle , 28 febbraio 2013 – È ormai terreno di scontro la pista ciclabile della Valle Brembana, inaugurata tra fanfare e squilli di tromba nel 2007, ma entrata presto in una spirale di polemiche che sembra non finire. Le cause? Gallerie chiuse, deviazioni, frane, scarsa manutenzione, degrado e abbandono, Comuni che non accettano il passaggio di proprietà e altri che non vogliono sistemare a dovere il proprio tratto di ciclovia. E alcune amministrazioni e la Provincia di hanno recentemente dichiarato di non essere più intenzionati a gestirla per non sostenere le spese.

L’ente di via Tasso, in particolare, dall’1 gennaio ha ceduto la proprietà ai singoli Comuni su cui il tracciato passa: , , , Lenna e . Ma due di loro, Camerata Cornello e Lenna, non hanno ancora firmato il passaggio di consegne. L’amministrazione di Camerata Cornello, inoltre, accusa la Provincia di aver modificato unilateralmente gli accordi inizialmente presi. E poi c’è San Giovanni Bianco, che ha preso in carico il tratto di competenza della ciclabile, ma non vuole riparare l’impianto di illuminazione ora guasto della propria galleria e pericolosamente al buio, con passaggi vietati e deviazioni sull’ex provinciale.

Sulla vicenda è scesa adesso in campo l’Aribi, l’Associazione per il rilancio della bicicletta, che ha inviato una lettera aperta agli amministratori pubblici bergamaschi (Uffici regionali locali, Provincia, della Valle Brembana, sindaci e assessori comunali interessati) chiedendo «il rapido ripristino degli impianti inefficienti e l’integrale riapertura del percorso». Non solo. Claudia Ratti, presidente dell’Aribi, chiede anche «la costituzione di un opportuno consorzio di gestione comprendente non solo tutti i comuni attraversati dall’infrastruttura, ma anche le amministrazioni sovracomunali interessate: , Provincia di Bergamo e Comunità Montana, non certo estranee anche in ragione dell’interesse turistico connesso con l’imminente , per la cui partecipazione da parte del territorio di Bergamo il ripristino ed il mantenimento in efficienza di quelle recenti opere potrebbe rivelarsi molto più che opportuno ed anzi urgentissimo. Confidiamo — conclude Claudia Ratti — che una ragionevole e fattibilissima proposta trovi ascolto prima che la collettività debba stigmatizzare con la protesta il disinteresse, l’abbandono e lo sperpero di una importantissima risorsa, solo da poco recuperata».

Michele Andreucci – Il Giorno