Pizzo del Diavolo Diavolino PorisObiettivo: i 2914 metri del Pizzo del Diavolo. Ci troviamo alle sette e mezza a Carona: io, caciana, paolo e le nostre due guide: Rino, fratello di Gogis, e Gepi, il presidente del CAI di Trescore.

Si propone di salire in jeep fino alla diga di Fregabolgia, le nostre due guide scendono in municipio per ottenere il permesso mentre noi tre ci incamminiamo già lungo la sterrata per il Rifugio Calvi dove ci aspetterà Gogis arrivato dalla sera prima per perlustrare la zona e accoglierci in questo moderno “campo base”.

Continuiamo a salire di passo veloce, la jeep non arriva! Quando ormai abbiamo dato per disperso il mezzo motorizzato e vediamo già la diga di Fregabolgia un rumore ci coglie alle spalle: ecco il nostro taxi, che però è arrivato un po’ in ritardo (colpa delle burocrazia del municipio) e quindi non ha potuto scortarci.

Dopo aver fatto quattro risate e aver lasciato la jeep a dormire nello spiazzo raggiungiamo il Calvi dove Gogis appare maestosamente appostato in terrazza con un binocolo verso il Diavolo…alziamo anche noi lo sguardo e scopriamo una sgradita sorpresa: c’è neve sul versante ovest!

spedizione

Paradossalmente quindi la Via Normale diventa la più complicata da salire, c’è solo una cosa da fare: tentare la vetta attraverso la traversata che dal Passo di Valsecca ci porterà in vetta al Pizzo Diavolino e da qui sul Diavolo; su questo versante di salita infatti sembra che la neve non ci sia e poi non si può non provare una classica assoluta dell’Alpinismo Orobico.

La salita al Passo di Valsecca attraverso il Sentiero delle Orobie che porta al Rifugio Brunone è faticosa (soprattutto per me, caciana e Paolo che ci siamo già sorbiti due ore per arrivare al Calvi) ma ricca di soddisfazione per lo splendido scenario delle Sorgenti del e dei pascoli ricchi di stambecchi.

Il cielo è totalmente sgombro da nubi e ormai un caldo sole ci accompagna, dal passo attacchiamo la Cresta Sud del Diavolino dapprima erbosa ma poi, dopo un effimero pianoro con tanto di scultura commemorativa, appare un imponente e affilato scoglio roccioso culminato dalla piccola croce di vetta, che già vediamo quasi come un miraggio.

attacco della cresta sud del Diavolino

Da qui in poi si fa sul serio, per sicurezza ci imbraghiamo (così in caso di necessità sarà più agevole approntare un tiro di corda, anche se in verità resteremo assicurati solo per un brevissimo tratto della nostra traversata). In testa la guida Rino, dietro ci sono io quindi gli altri componenti della spedizione e per ultimo, ad angelo custode, Gepi. Si scala sempre sul filo della cresta, i passaggi non superano il II grado anche se dobbiamo superare alcuni tratti esposti da brivido.

cresta Diavolino

Dopo quaranta minuti dall’inizio delle rocce siamo sul culmine dei 2810 metri al Diavolino, scattiamo una foto ricordo su questa affilatissima cima e data la felicità sembra quasi di essere arrivati, in realtà basta voltarsi verso Ovest per capire che non è così in quanto il si erge austero almeno cento metri sopra di noi e per raggiungerlo dovremo perdere quota per altri cento metri fino ad una selletta aerea, che già vediamo sotto di noi.

vetta Diavolino

La discesa è molto problematica a causa della neve, la traccia canonica nella parte iniziale è coperta da una coltre bianca e non si può affrontare così Rino in perlustrazione ci indica un passaggio in cresta quasi appoggiandosi sul versante a Sud-Ovest, tento di seguire il consiglio ma ad un certo punto una lastra scoscesa e in bilico sul nulla appare insormontabile; così scendo verso la nostra guida in verticale appoggiandomi con l’istinto dello sciatore su un tratto nevoso, il manto tiene, si può passare e scendiamo tutti di lì senza l’aiuto delle corde.

discesa del Diavolino vista dalla vetta del Diavolo
Ora la discesa, pur scivolosa, si fa più facile e devo ammettere che mi diverto un sacco, arriviamo così all’intaglio tra i due colossi, il Diavolo è davanti a noi più austero che mai ma prima di raggiungere l’attacco alla cresta che dovremo salire si deve aggirare una roccia che rimanda vagamente ad un uovo pasquale per come “spancia” sull’esterno.

Rino e il presidente CAI si consultano e convengono che è meglio assicurarsi con la corda, è infatti il tratto più critico dell’intera traversata e lì sono già accadute tragedie. Il passaggio in sicurezza in effetti è provvidenziale, ora davvero siamo sui fianchi del Diavolo ma mancano ancora 200 metri di scalata per raggiungere la cima.

La fatica si fa sentire soprattutto dopo un primo tratto quasi verticale, la vetta sembra non arrivare mai soprattutto dopo uno spuntone che pensavo finale ma che poi mi ha rivelato l’ennesimo contrafforte che bisogna superare.

Il morale però è alto, Rino ispira moltissima sicurezza, controlla ogni nostro passo così come Gepi in coda al gruppo mentre Paolo fa sghignazzare un po’ tutti con sagaci battute.

quasi in vettaAlla fine come un miraggio vedo in alto una piccola e singolare piramide in ferro…è la croce! è spontaneo l’urlo “vettaaa!” che crea un senso di ilarità e gioia in tutti.

E’ davvero grande la soddisfazione, il panorama poi è splendido: tutte le Alpi e le , le Retiche con il maestoso Bernina, il Disgrazia e il Badile mentre più in là si notano il Monte Rosa e il Cervino; non solo: si vede benissimo il Lago d’Iseo con Mont’Isola che sembra messa apposta dov’è per essere ammirata dal Diavolo, la prospettiva infatti è perfetta.

vetta Diavolo

Mangiamo e scendiamo presto prima che la neve, che infesta la Via Normale, ghiacci lasciandoci nei guai. Siamo le prime persone che hanno raggiunto il Diavolo in quella giornata ed inoltre le nostre orme sono state le prime a calcare la neve del Diavolino, ne capiamo anche il motivo: la coltre bianca rende tutto più difficile.

via normale del Diavolo con neve

Fatichiamo infatti molto nella discesa della Via Normale verso la Bocchetta di Podavit, quando poi arriviamo alle sorgenti del Brembo io Caciana e Paolo ci guardiamo negli occhi e il pensiero è lo stesso: pediluvio! Da quanto sguazziamo nelle pozze sembra di essere a Caneva.

Refrigerati torniamo al Calvi dove ci attende una bella birra dissetante offerta da un simpatico signore che pare Il Pirata dei Caraibi e che guarda perplesso e ammirato la traversata che abbiamo appena affrontato.

Spedizione riuscita! E’ stata una faticaccia ma per un giorno abbiamo danzato tra terra e cielo, quando si va su certe montagne si ha la netta consapevolezza di quanto siamo piccoli di fronte alla maestosità del creato.

Andrea Carminati