Un balzo indietro nel tempo. Con la nevicata dei giorni scorsi sembrava fosse ancora l’epoca in cui i guardiani della Ca’ San Marco dovevano assicurare alle carovane il transito per l’antico valico tra Valle e in ogni stagione, anche con grandi nevicate. Nuvole basse, foschia, cielo burrascoso: ed ecco venire avanti sulla un corteo di mucche, cavalli, asini carichi, cani, mandriani con il passo lento di sempre, in testa e in coda. È sempre dura la vita dei bergamì. Adesso che il rientro delle mandrie dall’alpeggio è divenuta un richiamo turistico, sembra che la loro vita lassù sia una specie di villeggiatura. Sì, non c’è più l’isolamento di una volta: c’è il telefonino, le strade silvopastorali hanno accorciato le distanze, escursionisti e i gitanti si fermano a fare due chiacchiere e acquistano le fresche formaggelle, ma e stagioni hanno regole che non sono mai cambiate.

Lassù in alto basta un brusco mutamento di tempo per mettere a rischio un’intera stagione. E allora bisogna portare al più presto il bestiame verso il basso, al sicuro nelle stalle dove trascorrerà l’inverno. La transumanza tra le valli valtellinesi e i pascoli solivi dell’alta Valle Brembana è antichissima. Prima ancora che Venezia tracciasse la , carovane di mandrie transitavano per il «giogo» (così era chiamato il passo). Il Bitto ha origine tra i due versanti. Tanto per intenderci. È dall’erba profumata dei prati brembani che da secoli nascono grandi formaggi, come il e anche il Bitto. È infatti sul lato che molti produttori valtellinesi trovano le condizioni ideali per il loro celebre formaggio. Ma e non sono da meno.

L’Eco di

Le immagini della bianca transumanza dall’Alpe Ancogno a Talamona dal valico del San Marco