Da Milano in Val Taleggio per la «VaCcanza» tra mungitura, lavorazione del latte e assaggi. In alpeggio a lezione di mastri casari e bergamini, per imparare a mungere e fare il formaggio, per vivere l’esperienza dell’allevatore, facendo il fieno e vivendo a contatto con vacche, cani pastore e l’economia di . Per far imparare ai bambini di città che il latte arriva dalle vacche, appunto, e non dalle scatole di cartone al supermarket.

La nuova frontiera del turismo passa anche da qui. Forse nulla di nuovo, forse già da anni turisti che hanno la seconda casa in alta Valle Brembana o in Valle sanno già cosa vuol dire, per un alpeggiatore, alzarsi alle 6 di mattina e coricarsi solo dopo 14 ore di lavoro: sacrifici ma anche la bellezza di un mestiere a contatto con la natura e tutto ciò che è genuino.

Ora, però, c’è chi propone al villeggiante di vivere in prima persona, anche solo per poche ore, l’esperienza del contadino montanaro. In poche parole: cari turisti, venite in Valle Taleggio e trasformate la vostra vacanza in «VacCanza», ovvero provate a conoscere ciò che ha consentito lo sviluppo di questa valle, la vacca appunto. Oppure, cari turisti, venite a Ornica, e provate per una volta a tagliare l’erba con la «ranza», a rastrellare, girare e portare il fieno nelle gerle, fino al fienile; magari soggiornando per qualche notte nelle vecchie baite dei contadini.

La prima «VacCanza» è stata proposta domenica scorsa dall’Ecomuseo , all’alpeggio della Sella, sopra , mentre la fienagione per i turisti si è svolta settimana scorsa sui prati a monte di Ornica, a cura della cooperativa «Donne di montagna» e dell’ di Lenna.

E, probabilmente, neppure gli organizzatori ecomuseali domenica si attendevano così tanta partecipazione all’alpeggio: in 250 circa sono arrivati dalla , molti dalla Bassa, dal Milanese e dal Lecchese. La partenza ad Avolasio, sopra Vedeseta, lungo la strada che porta in Valsassina. Un’ora e mezzo di cammino intervallato dalla recitazione teatrale sul valore della natura, della montagna e dei boschi a cura degli attori dell’associazione Koinè di Modena e accompagnato dal racconto (tramite radio cuffie) sulla storia degli alpeggi di Arrigo Arrigoni, storico di Vedeseta. Poi l’arrivo all’alpeggio, preceduti da una mandria di mucche. E le prime esperienze, per bambini, giovani e adulti, da alpeggiatori con la storica azienda di Guglielmo Locatelli di Vedeseta, mastro casaro di 78 anni, custode dei segreti per produrre lo Strachitunt, il formaggio «più buono d’Italia» per lo chef Vissani.

Ed è proprio Locatelli, con l’aiuto degli animatori di Koinè, a introdurre i turisti alla vita d’alpeggio. Si inizia radunando alcune mucche: bastano due fischi e un comando e il cane pastore fa il suo dovere guidando gli fino alla stalla. Poi la mungitura, eccezionalmente fatta a mano a scopo dimostrativo, quindi con le moderne macchine di oggi. Nella tecnica, più o meno azzeccata («ci vuole esperienza» dicono gli allevatori») si cimentano anche un ragazzo di Cassano d’Adda, futuro agronomo, e una mamma, entrambi seduti sul classico sgabello in legno usato un tempo da tutti i bergamini.

Si passa alla produzione del formaggio: in mezzo al prato viene posta la «coldera» col latte appena munto e qui Locatelli insegna come arrivare alla cagliata (la massa gelatinosa ottenuta grazie al caglio, estratto dallo stomaco dei vitelli) che viene fatta assaggiare ai turisti perché, dice Locatelli, «il sapore della montagna si sente solo mangiando la cagliata». Ma gli aspiranti casari hanno anche l’opportunità di provare il «fiurì», ottenuto proprio da ciò che resta nel fondo della «coldera», dopo la cagliata. Si prosegue celermente (troppo lungo il procedimento dalla cagliata al formaggio per poterlo fare in pochi minuti) e si arriva alla degustazione guidata dello Strachitunt, per scoprire la storia di un prodotto ormai entrato nell’élite casearia, e cercare di assaporarne tutte le sfaccettature. Ma non finisce qui perché, se della mucca va scoperto tutto ciò che entra (fieno ed erba), va conosciuto anche tutto ciò che esce, latte ma anche letame.

Un po’ titubanti, così, i turisti vengono accompagnati vicino a una massa di stallatico «vera ricchezza per il contadino» dice l’animatore ecomuseale, ricordando che le parole «letizia» e «letame» hanno la stessa radice, perché «poteva ritenersi contento l’allevatore che ne aveva tanto». La giornata finisce: per i casari e i bergamini una giornata diversa, in «cattedra» per insegnare il mestiere, prima di tornare al lavoro vero; per i villeggianti e gli escursionisti, soprattutto cittadini, una vera e propria scoperta «del valore delle cose semplici e genuine e del sacrificio che c’è dietro», dicono. E chissà che tra loro, come Luca di Cassano, provetto mungitore e futuro agronomo, qualcuno domani aspiri a tramandare l’antico mestiere dell’alpeggiatore.

Giovanni Ghisalberti – L’Eco di Bergamo

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