caso nazionale per la longevità amministrativa ma anche per il volontariato in politica. L’unica indennità dalla . «La mia ? La Provvidenza». Dal 1955, quando aveva appena 22 anni, siede nei banchi del Consiglio comunale di . Solo i primi cinque da consigliere e tutti gli altri da sindaco, tranne una breve pausa da vice (ma solo sulla carta) dal 2004 al 2009. È un caso unico in Bergamasca, ma con tutta probabilità anche in Italia. Al Guinness della longevità amministrativa si aggiunge quello dell’indennità. In questo caso, però, è un record al contrario rispetto all’attuale classe politica: non ha mai preso una lira o, se vogliamo, un euro. Insomma, una figura in via di estinzione.

Lei è in carica da 57 anni. La maggioranza nella Dc?
«No, sono sempre stato eletto con una lista civica, mai politica. Sia a Valtorta sia in tutti gli enti che ho presieduto non ho mai rappresentato i partiti».
Come si chiamava o si chiama la sua lista: «Busi per sempre»?
«Non scherziamo. Il nome l’ho sempre cambiato. Lo inventavamo a ogni elezione. Una volta si prendeva il nome di una pianta, un’altra di un fiore di montagna».
L’unico che non è mai cambiato è il sindaco, come è possibile?
«Perché faccio due liste, quella di maggioranza e quella di minoranza».
Che strano concetto di democrazia…
«Certo che sono democratico. Io ho sempre esposto l’invito a tutti coloro che sono interessati a candidarsi come consiglieri. Ci troviamo in 20 o 30 e poi, a sorteggio, si fanno due liste. Quando escono i manifesti, diciamo agli elettori: votate le , non le liste. Così non ho mai avuta una delibera di giunta e di consiglio che non fosse votata all’unanimità, perché in una lista o nell’altra eravamo tutti d’accordo».

Come ha fatto a tenere lontane liste non del posto?
«Un sabato mattina, ultimo giorno utile, mi chiamano dal Comune: “Piero, si è presentata una lista forestiera”. Sono partito al volo da , alle 10 a Valtorta dicevo a tutti quelli che incontravo: tu entri in questa lista. A avevo un’altra lista oltre alla mia. All’altra lista interessava entrare anche solo come minoranza: neanche uno è entrato. Li ho fregati: in due ore».

A parte la parentesi del 2004, lei è sindaco dal 1960. Più che il primo cittadino, non le sembra di essere il padrone del paese?
«Padrone, se così le piace, ma sempre attraverso i rapporti umani, perché senza quelli, non c’è niente. Credo di essere l’unico caso nazionale».
Chissà quanti soldi ha intascato con così tanti anni di poltrona…
«Io, dai miei 57 anni di amministratore, personalmente non ho mai avuto il ritorno di una lira, tante invece ne ho portate al mio paese e alla mia ».
Mai una bustarella?
«Tanti anni fa, alcuni personaggi importanti ai vertici dei poteri mi invitarono a cena per chiedermi come avevo fatto a non farmi mai corrompere».
E lei cosa ha risposto?
«Prima i miei genitori Pietro e Dosolina, poi don Bepo Vavassori al Patronato mi hanno trasmesso i valori dell’onestà, della correttezza e del dedicarmi agli altri».
Come ha conosciuto don Bepo?
«Al Patronato dove ho frequentato i tre anni di scuola industriale, tipo le medie di adesso. Mi aveva addocchiato subito e al secondo anno mi aveva dato l’incarico di gestire le scolaresche. Aveva capito che mi piaceva comandare. Al terzo voleva che andassi avanti a studiare all’Esperia ospitandomi gratuitamente».
Come è finita?
«I miei hanno aperto un forno e mi hanno messo lì. È stata dura, tutto si faceva a mano».
Quando il fornaio ha iniziato a far politica?
«Quando sono tornato dal militare e ho incontrato l’onorevole Colleoni. Lo ricordo come fosse oggi, mi disse: “Ma tu cosa fai qui? Non puoi stare qui. Non verresti a Bergamo a fare l’impiegato?”. Mi ha fatto fare la domanda l’8 agosto, al 1° settembre ero già al lavoro come impiegato alla mutua in via Scotti. Da lì ho iniziato a tessere numerosi rapporti con tante persone ed enti vari».
Torniamo alla questione economica. Lei non ha mai fatto i soldi con la politica?
«Assolutamente no, quello che avevo 60 anni fa, l’ho ancora oggi. Ho avuto la fortuna di avere una famiglia che mi capito, aiutato e sostenuto sotto tutti gli aspetti».
Lei ha ricoperto tante cariche in valle, quante indennità riceveva?
«Ho fatto il presidente dell’ospedale di San Giovanni Bianco (per 24 anni, l’ho preso in mano dall’inizio), dell’Ussl, del Gal, del Centro Don Palla e della Comunità montana della Valle Brembana. Ecco, l’unico posto dove ho preso l’indennità è stata la Comunità montana. Negli altri enti, mai niente. E ho avuto pure cinque presidenze contemporanee».

Quanto prendeva dalla Comunità montana?
«L’ultima indennità è stata di 1.500 euro mensili lordi. Come sindaco invece non ho mai preso indennità. Qualche volta chiedo alcuni rimborsi spese, ma non sui 50 mila chilometri all’anno che faccio. Tenga conto che vado anche due volte al giorno da Bergamo in valle».
Come ha fatto a raccogliere tanto fondi per la valle?
«Instaurando rapporti umani con tutti».
Si spieghi . In questi giorni di arresti per collusione con la ‘ndragheta è fare chiarezza.
«Ho raccolto fondi conoscendo le persone, dialogando con loro, coinvolgendole nelle varie iniziative e nei miei sogni».
Che differenza vede tra lei e i nuovi politici?
«Non tutti, ma tanti oggi fanno il politico per la carriera e per contare. Io l’ho fatto per la disponibilità agli altri, per aiutare chi ha bisogno, ovviamente nelle mie possibilità».
Vabbè, ma è mica un santo. Lo sa che viene accusato di essere un accentratore? Avrà pure dato tanto, ma altrettanto ha controllato, lasciando poco spazio agli altri. Le ricordo che è al potere dal 1955…
«La mia forza è sui rapporti umani, quindi non accentro ma decentro. Prima di decidere una cosa, ne parlo con centinaia di persone. Quando ho capito che quella iniziativa che mi viene indicata da un altro merita, vado avanti. Questo non è accentramento, ma la sintesi del pensiero di decine di centinaia di persone. Poi decido io, ma è il mio ruolo. Ho la capacità di chiudere le questioni ma non per merito mio. È il frutto di questo tipo di politica, che non è politica, è disponibilità per gli altri».
Un’altra critica nei suoi confronti è che lei ha ottenuto fondi soprattutto per il suo «feudo» di Valtorta.
«Se mi arriva la Provvidenza, cosa devo fare? E poi arriva in base a quello che chiedo».
Provvidenza?
«Certo, non ti piovono i soldi dal Paradiso, ma credo che lassù c’è qualcuno che ti ascolta e ti da tanto».
Mi faccia un esempio.
«Nel 1960 ho promesso la strada alle frazioni di Grassi, Costa e Cantello dove c’erano tante famiglie numerose che dovevano scendere in paese da un sentiero ripido. Costava 110 milioni di lire. Ho trovato chi mi ha fatto il progetto . Purtroppo nel ’64 la legge sulle aree depresse aveva esaurito i fondi ma io avevo già fatto la gara d’appalto».
Un bel guaio, come l’ha risolto?
«Prima ho chiesto aiuto alla Provvidenza. Poi sono andato a Roma da un parlamentare che conoscevo. Prima mi ha riempito di insulti, poi dopo 3 giorni di summit nei vari ministeri mi ha fatto ottenere finanziamenti dalla Cassa del Mezzogiorno, anche se eravamo gente del Nord. Lì di soldi ce n’erano sempre e vi attingevano tutti. L’abbiamo fatto a fin di bene».
Lei è finito a processo con otto reati penali per una pista da sci. È stato condannato?
«Prima di essere interrogato dal pubblico ministero, mi sono affidato alla Provvidenza. In aula ho chiesto di poter fare una premessa prima di rispondere alle domande. Mi è stata concessa e ho raccontato la mia vita amministrativa. Dopo avermi ascoltato, il pubblico ministero ha detto al giudice: Busi ce ne ha raccontate di cotte e di crude, ma tutto quello che ha combinato, lo ha fatto per il bene della sua gente. Sono stato assolto con formula piena».

Bruno Bonassi – L’Eco di Bergamo