Alta valle brembana Hanno studiato più dei genitori e per questo hanno aspettative personali e professionali maggiori, ma il «far soldi» non è tra le loro priorità. Credono nella famiglia e nell’onestà e cercano qualcuno capace di ascoltarli. Un’indagine compiuta nel vicariato dell’alta Valle Brembana svela il volto dei giovani d’oggi. Quasi quattrocento i ragazzi tra i 16 e i 25 anni che hanno risposto ai 550 questionari distribuiti nei 20 comuni del vicariato (Piazza Brembana, Avevara, Branzi, Carona, Cassiglio, Cusio, Foppolo, Isola di Fondra, Lenna, Mezzoldo, Moio de’ Calvi, Olmo al Brembo, Ornica, Piazzatorre, Piazzolo, Roncobello, Santa Brigida, Valleve, Valnegra, Valtorta ).

«Un lavoro consistente dal punto di vista scientifico e per quel che ne sappiamo il primo del genere – spiega Michele Iagulli, l’insegnante che ha collaborato con Fabio Dovigo, docente di pedagogia sperimentale all’Università di Bergamo, alla stesura di questa “Indagine sugli orientamenti giovanili nei contesti di vita comunitaria” –. Abbiamo voluto conoscere il pensiero dei ragazzi sulle attività giovanili e parrocchiali. Conoscere il loro mondo valoriale e indagare sulla loro effettiva volontà di impegnarsi in campo sociale». Dovigo ha tirato le somme, che illustrerà dopodomani, mercoledì, al Centro don Palla di Piazza Brembana. Ne emerge uno spaccato del mondo giovanile che, se da un lato conferma aspetti già noti, dall’altro riserva qualche sorpresa.

Quasi tutti vivono ancora in famiglia
Il 90% degli intervistati vive ancora con i genitori, solo il 5% è sposato e il restante 5% vive da solo. Dati, questi, in linea con la tendenza nazionale. Le famiglie dell’alta Valle Brembana sono in prevalenza composte dai genitori con due figli. Un 30% i figli unici mentre le famiglie numerose (dai 3 figli in su) non vanno oltre il 14%. Più della metà degli intervistati dichiara di avere una visione positiva dello stare in famiglia, «c’è interesse reciproco e nessuno si impone in forma autoritaria», ma un 30% segnala scarso dialogo e contrasti frequenti tra le mura domestiche. Per il 42% la famiglia è fonte di orientamento, «ti indica la strada» dicono i ragazzi. Al 31% di loro dà sicurezza, per il 16% è importante «ma occorre imparare a fare da soli».

Piuttosto alto il livello di scolarità tra questi giovani: «Un dato interessante rispetto alla generazione che li ha preceduti – commenta Dovigo –, i loro padri hanno iniziato a lavorare presto, lasciando la scuola per la fabbrica». Gli intervistati sono quasi tutti diplomati o iscritti alle superiori e oltre il 30% dei venticinquenni è laureato. A scuola ci vanno ma non ne hanno una grande opinione. Solo il 23% la considera un contesto che «stimola la conoscenza e insegna a essere responsabili». C’è chi ha una visione pragmatica e funzionale dell’istituzione scolastica («serve a dare un titolo di studio», pensa il 14% degli intervistati) mentre un 7% la ritiene addirittura «inutile e inidonea a preparare i giovani al lavoro».

Proprio sul tema del lavoro i ragazzi danno le risposte meno scontate. Ovvio che la metà degli interpellati lo consideri «uno strumento per acquisire autonomia e indipendenza» e che per altri rappresenti «un mezzo per realizzarsi individualmente», ma solo un 5% cita come priorità il guadagno e il posto sicuro, segno dei tempi che cambiano e di una visione del lavoro diversa rispetto alla generazione che li ha preceduti. In alta valle chi lavora fa il pendolare, costretto dall’assenza di prospettive occupazionali, ma al paese non rinuncia e se dal lunedì al venerdì è costretto a stare lontano da casa, torna nel fine settimana.

Tra le sorprese riservate dall’indagine la scala dei valori cui i giovani fanno riferimento. «Piuttosto sconvolgente» secondo il professor Dovigo. Famiglia al primo posto, onestà al secondo, seguono lavoro, amore e ideali. Di soldi e successo non si parla, e visti i tempi pare questo l’aspetto più sorprendente. La maggior parte dei ragazzi tra i 16 e i 25 anni dice di trascorrere il tempo libero davanti alla tv o ascoltando musica, attività solitarie che non richiedono condivisione. Se si esce, si va al bar, principale luogo di ritrovo per i giovani che vivono nelle nostre valli. Lo sport si conferma attività che favorisce lo stare insieme, quasi completamente assente invece la voce «volontariato». Pochi frequentano l’oratorio, a parte un gruppo di fedelissimi impegnati nelle attività parrocchiali. Eppure il lavoro del curato è apprezzato anche se la frequentazione non è diretta.

Più della metà frequenta la parrocchia
La parrocchia è frequentata dal 55% degli intervistati, il 45% dice di non andarci. Un 30% dei giovani tra i 16 e i 25 anni va a Messa regolarmente, un altro 30% solo in occasioni speciali (le festività). Poi c’è chi entra in chiesa saltuariamente (14%) e chi non ci va mai (14%). Solo un 4% degli intervistati si dichiara frequentatore assiduo. Il 50% va a Messa perché spinto da una motivazione profonda, perché lo considera «un aiuto nel cammino di fede e una risposta a una esigenza personale». Il 40% di chi partecipa alle funzioni religiose lo fa per «abitudine o per obbligo». Il 60% degli interpellati vorrebbe una Messa con innovazioni per i giovani. Alta la percentuale di chi non vuole approfondire le basi della fede. «C’è la tendenza a intendere la fede come una dimensione molto personale nella quale è difficile aprire un varco» spiega Dovigo.

Cosa chiedono i giovani dell’alta Valle Brembana?
Di cosa sentono il bisogno? Prevale la domanda di spazi per attività autonome, luoghi protetti dove godere di una certa autonomia, anche in parrocchia. E c’è un’alta richiesta di ascolto. «A chi chiede loro cosa serve in valle rispondono spavaldi: “feste”, ma con questa provocazione sollecitano più vitalità, più iniziative» commenta Dovigo. E poi c’è il problema dell’isolamento, geografico e non solo. I paesi sono piccoli, hanno pochi servizi e sono scomodi da raggiungere, senza auto si è tagliati fuori, i ragazzi che ancora non hanno la patente vorrebbero collegamenti migliori e trasporti più efficienti.

Don Angelo Riva, curato vicariale, da nove anni lavora con e per i ragazzi dell’alta valle. «Vogliamo partire da questa indagine per ripensare la pastorale giovanile. Questo lavoro non deve restare lettera morta – dice il sacerdote, ricordando le indicazioni del vescovo Amadei a conclusione della sua ultima visita pastorale –. Gli spunti sono interessanti: i ragazzi ci chiedono attenzione e capacità di ascolto, sta a noi imparare a comunicare con loro, senza pregiudizi. In alta valle l’isolamento è tangibile, ma spesso per i nostri giovani è anche un alibi per non impegnarsi in prima persona, per non farsi coinvolgere nelle iniziative che gli vengono proposte; il dato sul volontariato deve far riflettere noi e loro. Ci lavoreremo tutti insieme nelle parrocchie del vicariato».

Camilla Bianchi - L’Eco di Bergamo

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