Non c’è tempo da perdere. In ci sono dieci zone fuorilegge per fognature o depuratori inadeguati, se non del tutto assenti. L’Unione europea non scherza, il termine perentorio per mettersi a norma e non incappare nelle pesantissime sanzioni è per alcuni il 2015, per altri il 2016. In tutto sono stati individuati dieci agglomerati (aree omogenee che possono comprendere da poche centinaia di abitanti ad alcune migliaia), la stragrande maggioranza è nelle valli: alcuni sono privi di collettamento (fognature e depurazione), altri con gli non a norma. La lista nera indica i comuni dove è necessario intervenire e sono quelli di Colzate e , Castelli Calepio, , Onore e Castione, San Giovanni Bianco, Schilpario, San , Zogno e la Val Serina (con Algua, Bracca, , e Serina), Cortenuova, e Sedrina.


A rischio multa da 100 milioni
La Bergamasca è quindi in grave deficit nel trattamento delle acque reflue, ma non siamo i soli. «Basti pensare che la Lombardia è sotto sanzione per un miliardo di euro» spiega Antonio Pezzotta, amministratore delegato di Uniacque, la società che dal 2007 gestisce il servizio idrico integrato provinciale. C’è di che preoccuparsi? «Abbiamo obbligatori 23 milioni di investimenti. Inderogabili. Per il 31 dicembre 2015 bisogna avere attivato alcuni impianti nelle zone soggette a sanzione, questo vuol dire che bisogna correre». Per evitare di finire sotto una scure che rischia di far male. Ogni agglomerato rischia una sanzione di 10 milioni, oltre 100 milioni in tutto, e se l’opera non va a regime entro la data indicata, scatta l’ulteriore multa che va da un minimo di 11.904 euro a un massimo di 714.240 per ogni giorno di ritardo. Una mazzata che scivolerebbe a cascata. «La comunità europea taglierebbe i fondi allo Stato, il governo alla Regione e quest’ultima si rifarebbe sulla Provincia e quindi sul gestore. Se noi saremo messi nelle condizioni di fare gli investimenti e non li faremo colpiranno noi, altrimenti vanno sugli enti locali». E quindi sui cittadini.

Lavori obbligatori
Ecco perché la priorità è dare il là a tutta una serie di azioni che permettano a Uniacque di trovare soldi e intervenire. «Entro il 2015 dobbiamo fare impianti di depurazione, collettamento e adeguamenti. Nel libro dei sogni del vecchio piano d’ambito c’erano investimenti per 518 milioni, poi diventati 718. Oggi su 57 milioni di ricavi investiamo 13 milioni in lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria, ma non sono opere nuove. Questi 23 milioni sono un primo passo, obbligatorio». Ma un conto è mettere mano in una zona come quella della città, dove la gestione della rete è più strutturata, un altro in , una delle zone da bollino rosso. «Sono 4.000 abitanti e avrebbe bisogno di un impianto di depurazione da 7 milioni che pesa qualche decina di migliaia di euro di gestione all’anno».

«Prima i conti, poi i lavori»
Ma ora la parola d’ordine per Uniacque è mettere a posto i conti, il bilancio 2011 è chiaro: al netto di utili di 2,8 milioni di euro, c’è uno squilibrio finanziario di 61,5 milioni tra debiti verso le banche e fornitori, mutui ed esposizione per l’acquisto di Bas Sii. «Quando i sindaci ci chiedono quando facciamo i lavori, dico loro “prima mettiamo a posto l’azienda, poi si fanno gli investimenti”» sottolinea Pezzotta. La situazione è critica: «Di investimenti ora neanche a parlarne. Non è possibile farli con il sistema attuale. L’errore è stato fatto fin dall’origine, i soci (223 in tutto, Comuni più Provincia), anziché dotare la società del capitale iniziale previsto che era di 83 milioni, hanno versato solo 120 mila euro, assolutamente insufficiente per gestire un fatturato di 100 milioni di euro e una tale portata di investimenti. Beh nessuno qui ha la capacità di fare la moltiplicazione dei pani e dei pesci…». Senza contare che «quando Uniacque è partita è stata caricata di tutti i mutui dei Comuni senza dargli i beni».

«Le reti a Uniacque»
La situazione non fa dormire sonni tranquilli. «In questo momento serve una vera assunzione di responsabilità da parte di tutti gli enti pubblici soci a seguire un progetto di patrimonializzazione. Che vuol dire chiudere tutta una pletora di società che ci stanno attorno, conferendo le loro reti a Uniacque. Questo ci permetterà di avere una società più solida e una visione diversa una volta che il nuovo sistema tariffario entrerà a regime». Patrimonializzazione e revisione della tariffa: queste dunque le strade da percorrere per non finire a scatafascio. Il patrimonio acquisito servirà da garanzia con le banche, così da consentire a Uniacque di accendere i mutui e partire con i lavori. «Nel contempo – prosegue – stiamo cercando di coinvolgere anche Hidrogest e Cogeide in un percorso parallelo che gli consenta di applicare la tariffa unica, dando a noi quel più che incassano. L’ambizione è di far entrare anche l’accordo con loro nella delibera che passerà nei Consigli». La tabella di marcia è stabilita. «La delibera passerà nei Consigli tra fine ottobre e novembre, contiamo di chiudere l’operazione al massimo per l’inizio del nuovo anno».

Vanessa Santinelli – L’Eco di Bergamo