San Pellegrino Terme – Per gli antichi Romani le terme erano il massimo della vita: natura, relax, lusso, cura del corpo, luogo di incontri e di intrighi per l’upper class. Oggi sono tornate di moda. E Antonio Percassi a San vuole costruire «le terme più belle del mondo». Dominique Perrault ha in mano, in questo momento, la lampada magica – l’architettura – in grado di realizzare questi desideri, di dar forma a quel «frizzante domani» che mezza ormai si aspetta.

Immaginando i suoi grandi blocchi di vetro serigrafato e pietra, il dedalo di stradine in pendenza, scale, terrazze, la rete di canali che scorreranno tra le nuove Terme e il nuovo albergo a cinque stelle che sono al centro del progetto con il quale ha vinto il concorso di San Pellegrino, Perrault è andato forse un passo più in là anche delle sue fantasiose abitudini. Lui nega: «È un progetto che ha molti elementi in comune con altri miei lavori; qui, in più, c’è il dato specifico di questa presenza estremamente forte e potente che è la montagna». Eppure la San Pellegrino del progetto Percassi, vista sulla carta, ha davvero l’aura di una piccola ville lumière del XXI secolo.

In un certo senso è un passo verso una nuova «Art Déco», verso un rinnovato omaggio alle «Arti decorative e industriali moderne» che – in vista anche dell’Expo 2015 di Milano – dopo cent’anni sta tornando attuale, e che vede ancora il francese come la lingua naturale di uno stile aggiornato, eclettico e al tempo stesso popolare, disponibile alla celebrazione di una certa grandeur che ama sperimentare nuovi materiali, colori, giochi di luce e che non disdegna i toni emotivi, i simboli forti, un po’ sognanti. Nelle gigantesche morene del suo ghiacciaio immaginario, nelle megalitiche frane fantasticate e forse anche un po’ esorcizzate dall’architettura di Perrault c’è di nuovo un’aria d’inizio secolo, di sfide che hanno qualcosa di temerario.

L’architettura moderna
È stato lui stesso a spiegarlo, in un incontro alla Gamec delle scorse settimane: l’architettura «moderna» ce la siamo lasciata alle spalle da qualche decennio ormai, ma cosa verrà dopo di essa, cosa sia davvero il «post-moderno» è questione ancora tutta da decidere. Il progetto per San Pellegrino a suo modo ci prova: «Molti – dice Perrault – mi chiedono se la mia architettura è una reazione o piuttosto un prolungamento del Movimento moderno. Quello era un modo di progettare che aveva scelto di rendersi indipendente dalla geografia, che evitava di “toccare il suolo”». Il tipico «cubo» razionalista di cemento armato non fa altro che sovrapporsi al luogo in cui viene edificato: potrebbe sorgere in un altro sito qualunque, ovunque nel mondo. Nell’architettura moderna manca «un’azione critica», essa non entra in un processo dialettico con ciò che la circonda: «La realtà è considerata semplicemente come un materiale disponibile a essere manipolato e trasformato. Io credo invece – dice Perrault – che la relazione che abbiamo con un sito debba coinvolgere i sentimenti e anche un livello intellettuale».

A San Pellegrino confessa di aver dato il via a «un processo tellurico»: la colossale «caduta massi» che metterà in scena sulle rive del è un modo di «legare la montagna al centro abitato» ma rivela anche «la volontà di rompere» qualche meccanismo che nella cittadina si è inceppato e non funziona più. «Percassi si è impegnato in un progetto molto ambizioso – dice l’architetto francese -, ha fatto un investimento notevole, non solo sotto il profilo economico, per la rinascita di una città che oggi è come una Bella addormentata».

San Pellegrino è un luogo «molto forte», che ha già un’identità definita: Perrault ha voluto tenerne conto e al tempo stesso modificarla. Per questo ha immaginato «di prolungare la terrazza dell’attuale Casinò, che diventerà la base di questa valanga di blocchi che cadono dalla montagna». Un percorso in quota darà «l’impressione di un distaccamento delle rocce dal pendio sovrastante, creando poi in questo livello intermedio una fase di stasi». I «blocchi» disposti in modo apparentemente casuale, come se fossero detriti di un ghiacciaio in ritirata, avranno anche la funzione di mettere in dialogo il nuovo hotel da 140 camere e il nuovo complesso termale con il Casinò e il Grand Hotel d’inizio ‘900, di dare movimento all’intera architettura in costruzione, che è destinata a ridisegnare un po’ tutta la vita di San Pellegrino, nascondendo mille auto al coperto e riproponendo l’uso di percorsi pedonali, di moderni «» urbani. Il progetto vuole dare l’impressione «che queste rocce esistevano già, e che Percassi ha avuto l’idea geniale di trasformarle e farle diventare uno straordinario albergo e centro termale. Che con il progetto esse ritrovano il loro posto nella vita del borgo».

Accanto alla «medical spa», al centro di medicina estetica, alle cure anti-invecchiamento e ai reparti di dietologia e cosmesi, Perrault ha previsto percorsi ludico-termali e anche una piazza centrale – che oggi a San Pellegrino manca – e una rete di canali a simboleggiare «la presenza delle sorgenti che fanno la ricchezza di questo luogo». Il suo progetto vuole soprattutto «ritrovare e valorizzare» l’acqua e la luce a San Pellegrino. L’acqua «naturale», quella che sgorga dalle , ma anche l’acqua come impresa industriale: «Voglio metterla un po’ ovunque – dice -, e sarà in movimento. È un’acqua che va ad aprire, a scavare grotte e che permette così di rendere abitabili le grandi rocce che sono la caratteristica di questo paesaggio».

L’aspetto «pubblicitario»
C’è anche un forte aspetto «pubblicitario» in queste scelte: l’architettura secondo Perrault deve saper «vendere» il suo contenuto, in questo caso cure termali di alto livello. Dovrà comunicare in maniera immediata l’immagine del benessere e della forma fisica. Un benessere d’alto bordo naturalmente: per questo i blocks di Perrault sono orlati d’oro, hanno un ché di onirico, sono materia non solo reale ma quasi «dipinta» dall’architetto all’interno del paesaggio brembano. Il suo progetto renderà pubblico, evidente il valore dell’acqua che scorre nelle vene della cittadina, e l’acqua minerale , una delle più conosciute al mondo, comparendo sulle tavole di milioni di clienti internazionali è un brand che farà automaticamente pubblicità alle nuove terme: non stupirebbe veder comparire, prima o poi, la loro silhouette su qualche etichetta.

L’architettura di Perrault è da sempre in forte dialogo con la natura, che usa come elemento essenziale. Ma non pensate che a San Pellegrino voglia realizzare un jardin japonais: Perrault intende «creare una situazione geografica assolutamente straordinaria utilizzando il paesaggio come architettura». Per lui, infatti, «le paysage n’est pas la nature!»: il paesaggio non si identifica affatto con fiori, fronde e tane di scoiattoli, ma è una creazione intellettuale tipicamente umana. «Paesaggio – dice – è tutto ciò che si può percepire: di fronte al nostro sguardo non c’è solo la natura ma anche architettura, infrastruttura». Nei suoi progetti gli elementi naturali e artificiali dialogano, a volte i loro ruoli addirittura si invertono, come a Seul, dove ha costruito un edificio universitario infilandolo sotto il tappeto erboso di una grande collina artificiale.
L’elemento naturale, una volta risucchiato dall’architettura diventa a pieno titolo anch’esso un elemento razionale, assolutamente «culturale», tutt’altro che spontaneo o wild (selvaggio): anche in questo senso ha qualcosa in comune proprio con quel liberty che da cent’anni è la cifra della cittadina brembana, naturalmente riletto con strumenti, materiali e stili del tutto nuovi.

La natura, insomma, per Perrault non va idolatrata ma ogni volta anch’essa «costruita» dall’architettura. Come a Wattens, in Austria, dove ha inserito il verde all’interno di un piccolo supermercato creando un gioco di specchi per cui gli alberi si riflettono tra le corsie dove la gente fa la spesa: «Se la natura – spiega – non si può, fisicamente, mettere in mezzo agli scaffali, allora mi affido a questo lavoro “impressionistico”».

Niente «romanticismi»
Alla fine degli anni ’80, costruendo la Biblioteque National di Parigi, uno dei suoi progetti più famosi, all’interno dell’enorme edificio Perrault creò un giardino che fece subito arrabbiare gli ecologisti duri e puri: loro avrebbero preferito delle piante giovani che, con il passare del tempo, si sarebbero sviluppate in armonia con i ; lui invece piantò alberi già adulti, realizzando «un’architettura organicistica più che un lavoro “romantico”». E anche a Berlino, nel complesso del velodromo e delle piscine olimpiche, in piena città ha immaginato un bizzarro frutteto, file di alberi di .

Un’altra idea precisa di cosa Perrault intenda per «natura» può darla la Torre Fukoku che ha progettato per il centro di Osaka, che ha pensato «come un albero gigante, non in senso metaforico» ma reale: «È un edificio che ha una relazione molto fisica con il suolo» spiega. «Ben radicato nel terreno: pensavo alla sequoia giapponese». La sua possente radice si adatta «alla disposizione naturale del quartiere» giapponese, che già si sviluppa in gran parte sotto terra: il piede del palazzo è una grande hall che ospita tre gallerie commerciali che corrono al di sotto del piano stradale. «Questo grattacielo, a differenza di quelli americani, non va guardato verso l’alto ma proprio in questa sua grande radice» che succhia – anche molto concretamente – energie nel sottosuolo: niente di più artificiale di questo edificio «naturale» che si sviluppa verso il cielo come un albero dalla corteccia sempre meno rugosa man mano che i piani salgono.

Più vicino a noi, percorrendo l’A4, superata Milano in direzione Torino qualcuno avrà forse notato le due torri sghembe rivestite di vetro nero che Perrault ha disegnato di fronte all’ingresso della Nuova Fiera: è l’Nh Hotel di Rho, «un edificio in movimento, razionale e funzionale», nel quale uno dei due palazzi è leggermente inclinato per caratterizzare e dare dinamismo all’insieme (l’architetto Mauro Piantelli, autore dell’Nh Hotel Orio, ha curato il design degli interni). L’architettura per Perrault non è «un’idea geniale», piuttosto «il lavoro di un processo». Per lui l’edificio è «un dispositivo», qualcosa di artificiale e di dinamico capace di «lavorare» con l’ambiente con cui si trova a interagire: «Ciò che mi interessa è mettere in campo un dispositivo che permette di modificare un luogo».

Trasformare un luogo
Anche a San Pellegrino non voleva semplicemente «occupare un sito» con qualche costruzione originale, ma «trasformare un luogo esistente in un altro luogo. Io credo che per l’architettura di questo secolo che è appena iniziato sarà molto importante, più che la storia, la nozione di geografia. Il problema che mi sono posto è stato: come abitare una vita contemporanea, attuale, in questa città bergamasca».

Perrault confessa persino di non essere poi così sicuro «di essere veramente un architetto». C’è in lui una sorta di «sfiducia» verso l’idea più romantica di questo mestiere: «Vorrei aprire l’architettura, uscire dalla discussione stilistica e affrontare piuttosto quella politica, nel senso di entrare in rapporto con la società». È ciò che anche in cercherà di fare.

Carlo Dignola – L’Eco di Bergamo

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