Zogno «Il piano industriale per rilanciare la di è stato modificato dalla crisi economica del 2008, ma ci sono tutti i presupposti per rilanciare l’azienda come gli anni passati. Senza nessun esubero di personale. L’obiettivo è quello di non lasciare nessuno a casa». Parole forti, dette con convinzione, dall’amministratore della Manifattura di Brembana Massimo Trabattoni, gli scorsi giorni durante le presentazione del libro «Manifattura di Brembana, cent’anni di storia» al cinema Trieste di Zogno. «Dopo un periodo di ristrutturazione costato parecchio, in termini finanziari e di posti di lavoro – ha aggiunto Trabattoni – siamo però riusciti a ultimare il piano industriale presentato allora e poi modificato durante la scorsa crisi.

A breve metteremo mano a un nuovo piano industriale, con un punto fermo su cui crediamo tutti fermamente: questa azienda non penserà mai a delocalizzare». La presentazione del volume, realizzato dal compianto Felice Riceputi e ultimato dal culturale Valle Brembana, è stata l’occasione per fare il punto della situazione sulla storica azienda vallare.

«La Manifattura ha caratterizzato tutto il secolo passato – ha spiegato il sindaco di Zogno Giuliano Ghisalberti – con influenze economiche e sociali positive. Ringrazio la famiglia che ha dato molto alla gente di Zogno e della valle, ma voglio ringraziare anche le delle nostre comunità che hanno trascorso la propria attività lavorativa all’interno dello stabilimento contribuendo a farla divenire un fiore all’occhiello della produzione tessile nel panorama industriale nazionale». Il primo cittadino ha poi ricordato la figura storica di Felice Riceputi, scomparso lo scorso settembre e presidente del Centro storico culturale. «Riceputi è stato in grado di interpretare la storia non come un mero susseguirsi di vicende – ha aggiunto l’attuale presidente Tarcisio Bottani e moderatore della serata con Simona Gentili – ma come la risultante di azioni collettive. Riceputi ha applicato questo metro di analisi nella stesura del libro. Le scelte dei dirigenti si sono mosse con le esigenze degli operai, in particolare delle migliaia di donne che hanno fatto dello stabilimento la loro seconda casa».

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