brettoIniziati nel settembre del 2007, sono si sono da poco conclusi i lavori di restauro della chiesetta di San Ludovico nella frazione Bretto di .

Il valore storico-artistico dell’edificio e la complessità dell’intervento hanno attirato sui restauri l’attenzione di studiosi di storia dell’arte e dell’architettura, suscitando l’interesse dei mezzi d’informazione che vi hanno dedicato ampie cronache. In effetti si è trattato di un restauro eseguito secondo le più moderne tecniche, con l’utilizzo di materiali d’avanguardia e nel pieno rispetto delle norme di conservazione e valorizzazione dei beni culturali. I lavori sono stati costellati da una serie di sorprendenti scoperte di carattere architettonico, artistico e storico che hanno animato le giornate dei restauratori e messo alla prova gli esperti, chiamati a risolvere quelli che a tutta prima apparivano come veri e propri enigmi.

Inagibile dal 2003, anno in cui il Comune ne aveva ordinato la chiusura per ragioni di , le condizioni della chiesa erano andate via via peggiorando: un eventuale crollo della volta, fratturata in tre punti, e del tetto avrebbe danneggiato irrimediabilmente il ciclo di affreschi del 1504 distribuiti sulla volta e sulle pareti laterali del presbiterio, oltre all’ancona con la pala d’altare dedicata al patrono San Ludovico da Tolosa, i banchi collocati nella navata e il coro ligneo addossato alle pareti laterali del presbiterio, tutte opere che bisognava rimuovere prima che fosse troppo tardi. La prima sorpresa si ha nella primavera del 2007, quando il parroco di Camerata Cornello, don Luca Sonzogni, decide di mettere al sicuro gli arredi e i quadri. Le operazioni di rimozione si svolgono il 27 marzo, alla presenza del restauratore pittorico Marco Bresciani e del restauratore di mobili Gian Battista Gritti. Per prima viene levata l’ancona lignea con la pala che copriva quasi tutta la parete dell’altare. Già le osservazioni effettuate dagli studenti e docenti dell’ di Zogno nel 2001 avevano evidenziato che su questa parete affioravano tracce di affreschi seminascosti dal leggero strato di intonaco e da successive decorazioni e avevano avvalorato l’ipotesi che anche l’ancona coprisse a sua volta dei dipinti.2

La sorpresa è comunque grande: rimossa l’ancona con la pala, ecco apparire una serie di figure rimaste celate per tre secoli e mezzo, figure nitide e ben conservate, eccezion fatta per la fenditura che, prolungandosi dalla volta alla parete dell’altare, attraversa questi affreschi danneggiando alcuni soggetti, tuttavia in modo non irreparabile. Il restauratore Bresciani compie alcuni assaggi sotto l’intonaco che copre il resto della parete, confermando che gli affreschi si estendono sull’intera superficie.

Da una prima sommaria osservazione emergono alcuni dati preliminari, relativi ai soggetti raffigurati, alla datazione, ai committenti e all’esecutore dei dipinti. Le figure affrescate sono distribuite in vari riquadri posti su due ordini. Al centro dell’ordine inferiore, appena sopra l’altare, una bella raffigurazione della Trinità; alla destra la figura di San Ludovico da Tolosa, seduto sul trono in abiti episcopali; alla sinistra un’altra figura di Santo in trono, semicoperta dall’intonaco; alle due estremità altri soggetti di difficile identificazione. I riquadri si trovano entro una struttura architettonica in affresco costituita da archi a tutto sesto, sorretti da lesene recanti sul lato frontale una decorazione a festoni simile a quella che si trova in altre parti del ciclo. Al centro dell’ordine superiore è affrescata un Crocifissione, parzialmente coperta, con alla base della croce la bella figuretta della Maddalena. A destra della Crocifissione, una Madonna in trono col , pure semicoperta, al pari della figura posta sulla sinistra, che sembrava rappresentare un altro Santo in trono. Tra il primo e il secondo ordine è possibile leggere una scritta riferita al committente: Guariscus f.q Boni de Tasis f. f. pro testamento suo hoc opus e alla data di esecuzione: 1504 die 23 augusti.

Il committente è quindi Guarisco fu Bono uno dei principali esponenti del ramo della famiglia dei del Bretto; la data indica che l’esecuzione degli affreschi avvenne negli stessi giorni in cui furono realizzati tutti gli altri dipinti del presbiterio, nell’ultima decade di agosto del 1504, lasciando supporre che l’esecutore sia lo stesso pittore de Averaria, nome che si legge sulla predella dell’affresco di Sant’Antonio abate effigiato sulla parete destra del presbiterio, quindi con buona probabilità un esponente dei Baschenis.

Ma le sorprese non sono finite. Ultimate le operazioni sulla parete di fondo, si procede alla rimozione degli stalli del coro i cui schienali coprono le due pareti laterali del presbiterio per un’altezza di circa due metri; la parete di sinistra appare priva di evidenti tracce pittoriche e piuttosto compromessa dall’umidità, su quella di destra viene alla luce quello che già era stato previsto dal gruppo di studio del Turoldo: sotto gli schienali compaiono le porzioni di affreschi che completano le figure rimaste in vista nell’area soprastante gli stalli. In dettaglio, partendo da destra San Sebastiano, la Madonna che allatta il Bambino e San Bartolomeo apostolo, inoltre, quasi alla base della parete, la figura di un Offerente in atteggiamento di preghiera.

Sull’estremità sinistra della parete, rimosso un leggero strato di calce, appare una lunga scritta in corsivo che a prima vista sembra ripetere i testi riportati alle basi delle varie figure del ciclo, quasi che l’artista avesse voluto scriverli qui in minuta. Queste positive sorprese confermano l’urgenza di dar corso ai restauri e finalmente, superati gli ultimi scogli burocratici, nel corso dell’estate 2007 sono espletate da parte del Comune le operazioni d’appalto e all’inizio di settembre sono consegnati i lavori alle ditte appaltatrici. Durante la fase iniziale consolidamento statico dell’edificio viene alla luce, all’esterno della navata, sul versante a monte, la linea di congiunzione tra la parte vecchia della chiesa e quella fatta aggiungere nel Seicento dal canonico Luigi Tasso e dal fratello Maffeo, corriere postale.

bretto1 Ma un’altra e più interessante sorpresa coglie i restauratori il 26 ottobre, quando nel corso del discialbamento della superficie intonacata della parete sinistra della navata, cominciano ad affiorare le parole di una lunga iscrizione e poi l’immagine di un volto affrescato. Le prime parole: Memoria admirationis Torquati Tassis… fanno sobbalzare i presenti che si chiedono se quel Torquato sia proprio il grande poeta della Gerusalemme Liberata. La conferma arriva poco dopo, quando viene parzialmente portato alla luce il busto dipinto sopra l’iscrizione, con il volto parzialmente cancellato di cui però si colgono nitidamente i baffi, il naso, gli occhi e il viso coronato d’alloro. Non ci sono dubbi: è proprio Torquato Tasso! Che cosa ci fa qui il ritratto del poeta morto nel 1595 a Roma poco prima di ricevere dal papa Clemente VIII in Campidoglio l’incoronazione poetica?

Quasi certamente nella prima metà del Seicento il canonico Luigi Tasso, proprietario insieme ai fratelli Maffeo e Giuseppe della chiesa, nel contesto dei lavori di ampliamento e ristrutturazione dell’edificio da lui ordinati, decise di rendere omaggio al suo illustre parente facendone raffigurare il busto sul muro della navata, alla destra dell’altare laterale (ora rimosso) che era sormontato dalla pala di Sant’Alessandro, fatta dipingere dallo stesso canonico in ricordo del padre Giovanni Battista. Ma allora dovrebbe esserci un altro busto, simmetrico a questo, sulla sinistra dell’altare – si chiedono i restauratori. Infatti, ecco emergere sulla sinistra frammenti
di affresco con tracce di un testo: troppo poco per indicare chi vi era raffigurato, ma non è fuori luogo supporre che si tratti del padre di Torquato, Bernardo, anche lui poeta di valore.

Le sorprese non finiscono: lunedì 29 ottobre si procede alla rimozione dell’altare che risulta visibilmente posticcio rispetto a quello originale che sembra esservi inglobato. Nel corso dell’operazione viene alla luce il vecchio altare, più stretto e più basso, comprensivo della mensola alta una ventina di centimetri che ha il lato frontale decorato da un fregio in affresco avente le caratteristiche analoghe a quelle degli affreschi delle pareti del presbiterio. A prima vista sembra che questo sia l’altare visto nel 1575 dal convisitatore del cardinale Carlo Borromeo, il canonico Francesco Porro, che ne aveva imposto una migliore sistemazione in quanto appariva sensibilmente decentrato rispetto all’asse del presbiterio.

Dall’esame del materiale recuperato dalla demolizione si deduce che nella prima metà del Seicento si procedette (sempre su decisione dei fratelli Tasso) all’ampliamento del vecchio altare, alzandolo fino all’altezza della mensola e allungandolo sulla destra di circa 20 centimetri. Per l’operazione fu usato materiale di riporto e in particolare pezzi recuperati dall’abbattimento della porzione laterale della parete di fondo del presbiterio per realizzare le porte d’accesso al campanile e alla sagrestia. Nell’eseguire tale operazione furono parzialmente distrutti i due affreschi collocati proprio dove furono ricavate le aperture e infatti nell’altare vengono rinvenuti pezzi d’intonaco affrescato usati per fare ripiena!

A dicembre, durante l’esecuzione di lavori sul pavimento vengono alla luce ossa umane localizzate sull’angolo sinistro della navata, presso la parete di fondo. Le analisi dei reperti da parte degli archeologi della Soprintendenza sono ancora in corso, ma sembra che le ossa appartengano a una persona di sesso femminile. In quale circostanza fu sepolta in quel luogo una donna? Perché non nel cimitero di Camerata?
La probabile soluzione dell’enigma arriva dall’esame del Liber mortuorum della parrocchia: verosimilmente lo scheletro appartiene a Maria, consorte di Giovan Maria Giupponi, 52 anni, morta di il 9 luglio 1630 o a Laura, moglie di Cristoforo Piatti, morta a 30 anni il 23 luglio dello stesso anno. Entrambe furono vittime della
tragica epidemia di peste che imperversò in quell’anno e che data l’emergenza indotta dalle circostanze, furono sepolte nel prato esterno alla chiesa del Bretto. I successivi lavori di ampliamento della chiesa inglobarono nell’edificio l’area di sepoltura dei resti umani che vennero quindi a trovarsi sotto il pavimento della navata.

Ai primi di aprile 2008, durante i restauri delle pareti esterne vengono alla luce al tri affreschi sul lato meridionale: i resti di una Madonna in trono con San Rocco con ai lati un paio di stemmi tassiani tra cui uno che alle solite immagini del tasso, del corno e dell’aquila imperiale aggiunge una torre: lo stemma Thurn und Taxis, il ramo principesco della famiglia. Coloro che fecero eseguire i dipinti nel contesto del restauro seicentesco dell’edificio, cioè il canonico Luigi Tasso e fratelli, erano quindi consapevoli che il ramo tedesco della famiglia, quello assurto agli onori nobiliari per l’efficiente servizio postale alla corte degli Asburgo, verso la metà del Seicento aveva aggiunto al suo blasone quello dei Torriani (o Della Torre), basandosi su supposti (e oggi generalmente confutati) legami d’origine con i Torriani, già signori di . Qualche settimana dopo, il restauratore degli affreschi Marco Bresciani completando il discialbamento della parete di fondo del presbiterio scopre lo stemma di un prelato le cui generalità sono chiaramente scritte sotto l’affresco:

Questa arma sie de monsenior Bartolameo de Asonga episcopo de Cavodistria. Che ci fanno i simboli di monsignor Assonica (che fu effettivamente vescovo di Capodistria dal 1503 al 1529) nella chiesa del Bretto? Forse egli salì al Bretto nell’estate del 1504 e consacrò la chiesetta da poco ultimata (o rifatta su un edificio preesistente) e come accadeva allora, la sua presenza fu immortalata con la raffigurazione dello stemma accanto alle immagini sacre che venivano eseguite proprio in quel periodo. Sull’altro lato della parete, in simmetria con questa stemma, ne viene scoperto un altro, che però risulta illeggibile, tranne che per la mitria episcopale che lo sormonta: potrebbe riferirsi a Luigi Tasso (1468-1520) vescovo di Parenzo e poi di Recanati e Macerata e assassinato nel suo palazzo di Redona durante una rapina. La molteplicità e la complessità degli aspetti statici ed architettonici emersi nel corso dei lavori, unite alla varietà degli spunti di carattere artistico, storico e religioso connessi con la storia edificativa della chiesa, hanno fatto di questo restauro il modello ideale per un’esercitazione teorico-pratica sul recupero dei beni culturali che è stata proposta dal progettista-direttore dei lavori, d’intesa con il parroco, agli studenti del corso per Geometri dell’Istituto Turoldo di Zogno.

La proposta è stata favorevolmente accolta da studenti e docenti: l’esercitazione è iniziata con un incontro teorico presso l’Istituto che ha affrontato le questioni relative alla datazione, all’evoluzione edificativa, al coordinamento degli interventi di recupero architettonico e artistico e ai problemi di staticità e messa in sicurezza dell’edificio; le classi si sono poi portate sul cantiere dove, sotto la guida del direttore dei lavori e alla presenza del restauratore degli affreschi, hanno avuto modo di constatare di persona lo stato e la natura degli interventi, prendendo pure atto delle soluzioni adottate riguardo all’organizzazione del cantiere e alle norme di sicurezza. Questi, in estrema sintesi, alcuni dei momenti più significativi dei restauri della chiesa del Bretto. La portata dell’intervento è stata però tale che le ditte e i tecnici coinvolti nel restauro hanno accolto di buon grado la proposta di don Luca di sponsorizzare l’edizione di un volume che ripercorrerà le fasi dei restauri, presentando la documentazione iconografica completa di questo edificio di straordinaria bellezza.

tratto dai Quaderni Brembani 7 del Brembana
di Tarcisio Bottani