Festa-di-Pusdosso3Pusdosso – Andare fuori non sempre significa andare in capo al mondo: talvolta, molto vicino a noi, possiamo trovare quell’incanto o quella particolare atmosfera che, di solito, si attribuiscono a luoghi di una lontananza pittoresca e semimitica. Perciò, questa breve gitarella virtuale sarà certamente fuori , ma non si allontanerà, per così dire, dal rione. Oggi ti accompagnerò a conoscere i Gogìs, i valbrembanini di oltre la Goggia, portandoti nel tempio della più intatta tradizione . Risalirai, dunque, la , cercando di farlo in ore in cui la pestilenziale vocazione all’ingorgo che caratterizza la nostra bella provincia non assurga a picchi inarrivabili: percorrila ben oltre la stretta che fa il fiume, e che dalla cruna dell’ago prende il celebre nome, e non fare caso a gallerie e canalizzazioni forzate, che presto lasceranno il campo alla buona vecchia di un tempo. Supera Lenna e , e fermati nel comodo parcheggio di , sprofondata nella forra del fiume. Di lì, prendi la bella mulattiera che sale dal bordo della statale, sulla destra Brembo, e preparati ad un viaggio nella val Brembana di due o tre secoli fa.Il è comodo e lastricato, tanto da non obbligarti ad accorgimenti particolari o a pedule e scarponi: bastano delle belle scarpe comode.

In realtà, un tempo, il sentiero lo si sarebbe chiamato “via”, giacchè era l’unica strada che permettesse, dal fondovalle, di raggiungere le frazioni solive. E ancora oggi è così: per salire alle case, raggruppate intorno ad un fontanino, di Cornelli e, soprattutto, di Pusdosso, l’unica maniera è sottoporsi a quella mezz’oretta di passeggiata. Che, fatta nella bella stagione, per diletto, è solo godimento: ma che, ad immaginare di farla tutti i santi giorni, con qualunque tempo, rende bene l’idea di che vita fosse quella degli ancestri. La breve fatica, però, oggi viene ripagata per mille, quando, alla fine, sbucherai nella breve piazzetta di Pusdosso, accolto dalla freschissima acqua del lavatoio e, se hai fortuna, dal sorriso cordiale di qualcuno dei “révenants”. Niente paura, non si tratta dei lemuri cari a certa letteratura ottocentesca: quelli che ritornano sono semplicemente i discendenti delle antiche famiglie, trasmigrate, nei secoli, verso la o il capoluogo, che, con pazienza certosina e molto amore, un poco alla volta stanno ristrutturando le vecchie case e le baite, e tornano a Pusdosso, quando il clima o gli impegni glielo permettono.

Allo scopo di preservare e mantenere le caratteristiche del piccolissimo borgo, è nata, da anni, l’associazione “Amici di Pusdosso”, che organizza, un po’ per pubblicizzare il sito, un po’ per raccogliere fondi e un po’ per ritrovarsi tutti assieme, delle feste periodiche (la più gettonata, ovviamente, è quella d’estate, a fine luglio: quest’anno c’erano 350 persone) con gradevolissime mangiate conviviali. Ma cosa rappresenta, in definitiva, Pusdosso, per giustificare l’additarlo come meta di un “Fuoriporta”? Rappresenta un fossile vivente: uno strappo nel sipario, che ci permette di intravvedere come eravamo. Pusdosso è quel che rimane di una valle in cui si viveva in case di pietra, in cui i ritmi della vita e degli uomini erano quelli della natura: una valle che fu poverissima e che costrinse tanti suoi figli ad emigrare, semplicemente per sopravvivere. Ma è anche un posto bellissimo, in cui i caprioli, la sera, fanno capolino dal bosco per cercare cibo: un angolo assolutamente incontaminato, in cui il profumo della legna sul camino e quello dell’erba appena tagliata ti restituiscono la percezione di quello che eri e che, in fondo, sei rimasto.

Siederai agli ampi tavoli, ai piedi della chiesina di recente restaurata, dedicata ai santi patroni del borghetto, San Valentino e San Pantaleone, e mangerai il tuo pasto, alla buona: pà e strinù, non certo quelle diavolerie pseudotradizionali che certe trattorie per turisti cercano di rifilarti, sotto le specie di una gastronomia orobica di mera invenzione. Ma sarà un gran bel mangiare lo stesso, perchè sarà il mangiare di casa tua, in un luogo che, in un certo senso, di casa tua è la sintesi perfetta. Passeggia tra le case antiche, vai sul Dosso, che dà il nome al borgo (Pösdoss, sta per “dietro al dosso”), sali alle stalle, oppure scendi al mulino: quelle pietre e quei legni sono immutati da secoli, così come il passo lento del montagnino, o il profilo grigio e verde delle . Ti sembrerà di vedere le innumerevoli generazioni che hanno consumato le pietre e i legni, nei gesti semplici di ogni giorno, per migliaia di giorni. Stai pur sicuro che, quando scenderai, proverai come una nostalgia acuta di un mondo scomparso: il serpente chiassoso delle automobili, lungo la statale, ti sembrerà ancora più brutto e puzzolente.Così, probabilmente, Pusdosso ti resterà dentro. E chissà che, anche tu, da gitante fuori porta, non possa diventare a tua volta un “révenant”. Uno che ritorna.

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