All’Ateneo Umberto Zanetti ha restituito la vicenda del brigante alla verità storica. Chi era, in realtà, Vincenzo Pacchiana, noto come Pacì Paciana, «öl padrù de la »? Una risposta, per quanto «all’indagatore della vita del bandito storia e leggenda sembrino quasi indissolubili», si è provato a darla Umberto Zanetti, poeta dialettale, studioso del dialetto, delle tradizioni, della cultura , in un incontro organizzato dall’Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti di . La «vox populi», la biografia «romanzata» di Mosé Torricella, il «drammone strappalacrime» del «leguleio» Gonsildo Ondei, ed altri scritti letterari di non sempre specchiato valore ed inappuntabile attendibilità storica, hanno contribuito a diffondere la «leggenda» che ha trasformato un «pericoloso ed efferato brigante» in un «coraggioso cavaliere aureolato di virtù», un «prode patriota ed eroico paladino dei poveri», un «fuorilegge filantropo che rubava ai ricchi per dare ai poveri».

In realtà, secondo Zanetti, «le poche notizie storiche di cui disponiamo dicono ben altro. La scarsità dei documenti non permette di enumerare tutte le imprese brigantesche del Pacchiana. Ma il ritratto che se ne ottiene, ben diverso da quello della leggenda, ha tinte cupe d’inaudita violenza e di sanguinaria crudeltà». Tanto per cominciare, una rapina manu armata ai danni del povero prevosto di Grumello de’ Zanchi, suo paese d’origine. Poi una carriera fatta di estorsioni, rapimenti, corruzione di pubblici ufficiali, smargiassate e violenze d’ogni genere. Ma, anche, un’innegabile abilità nello sfuggire alla giustizia, tanto che il Pacchiani è «entrato nella leggenda per la sua imprendibilità».

Quando, dopo diversi episodi di corruzioni e connivenze, si arriva finalmente a porre una taglia sulla sua testa, «il commissario di polizia Salvi, diramando il 19 maggio 1806 i suoi connotati, avverte: “Suole travestirsi in mille guise, ed anco di donna”». Nelle sparatorie con la polizia riesce sempre ad avere la meglio. Uccide una guardia a , un’altra al Malpasso di . Il politico e diplomatico Diego Guicciardi riferisce: «attaccato, costui per diverse volte seppe fuggire, uccidendo due guide e lasciando feriti tre gendarmi e un’altra guida». Falsa, secondo Zanetti, anche la diceria secondo cui il Pacì fosse mosso da spiriti libertari ed anti-francesi: «era quel che era indipendentemente dal regime politico del suo tempo», Serenissima o Napoleone che fosse.

La sua fine fu decretata da un bandito suo pari, un «doppiogiochista dalla fedina penale assai compromessa, che in gran segreto gli era stato messo alle calcagna dalla direzione generale della polizia del Regno d’Italia»: tale «Carcino Carciofo o Cartoccio». Citando uno scritto recente di monsignor Giulio Gabanelli, costui, «giunto appositamente dal Meridione per riscuotere la taglia, se lo fece amico in terra bergamasca e lo seguì mentre fuggiva dalla Brembana. A Gravedona lo fece ubriacare con un fiasco di vino e nel sonno gli sparò con la lupara la notte del 6 agosto 1806. Quindi gli staccò la testa, che ripose nello zaino e immediatamente la portò a Bergamo alle autorità francesi che gli consegnarono la taglia».
Testa che, ha continuato Zanetti, fu esposta «sotto la ghigliottina alla Fara, là dove avevano luogo a Bergamo le esecuzioni capitali, perché il popolo bergamasco imparasse a temere i governanti francesi». Solo un «inconscio desiderio di rivalsa», ha concluso lo studioso, «ha potuto nell’animo della gente comune, vessata e tenuta in soggezione, trasformare un delinquente incallito come il Pacì in un ribelle astuto e inafferrabile, sorta di galantuomo riparatore dei torti e vendicatore degli umili e degli oppressi».

L’Eco di Bergamo

LE STORIE DEL PACI’ PACIANA OL PADRU DELA VAL BREMBANA