orso1La notizia di avvistamenti recenti di un orso sulle nostre (territori di Zambla – Serina – Lenna – Roncobello), al quale è stato dato il simpatico nome di “JJ5”, mi ha molto incuriosita, ha suscitato un insolito interesse, ma al tempo stesso una certa preoccupazione e numerose ed inevitabili domande. Mi è venuto spontaneo chiedermi quale potrebbe essere la mia reazione se un giorno, durante una gita sui nostri monti o in mezzo agli alpeggi dovessi imbattermi in un orso: cosa potrei fare di fronte ad un animale così imponente?

E mi chiedo inoltre: quale sarebbe la reazione di un orso di fronte ad un gruppo di gitanti che, vedendolo all’improvviso, si mettono a urlare e si disperdono ovunque? Ritengo che si debba riflettere sulle conseguenze di una ventilata reintroduzione degli orsi sulle Orobie, mentre sarebbe più importante far rivivere i nostri boschi, curare i nostri prati e pascoli, rendendoli produttivi e belli come lo erano ai tempi dei nostri nonni e bisnonni. Ho ritenuto quindi opportuno documentarmi sull’argomento ed ho trovato molto interessante una pubblicazione dal titolo “Orsi e Lupi – Storie di bestie feroci” dello storico Aldo Oriani.

Trattasi di un libro ricco di riferimenti storici e di fatti riguardanti le bestie feroci che abitavano i nostri territori e le valli limitrofe; testimonianze molto importanti considerando che a quei tempi (intorno al 1.500), le possibilità di tramandare testimonianze scritte erano prerogativa di pochissimi. Dopo un’attenta lettura, ritengo molto interessanti e fondamentali, per una corretta ed approfondita conoscenza dell’argomento, riportare alcuni brani che sono il risultato della ricerca fatta.

orso31) – L’orso e la sua convivenza con l’uomo.
“L’orso non rivestiva una particolare pericolosità per l’uomo nonostante la sua eccezionale potenza fisica. In due soli casi l’orso si sente trascinato ad assalire l’uomo: quando viene di troppo molestato e quando ha i suoi piccoli tormentati dalla fame. Al di fuori di questi due casi, d’altronde straordinariamente rari, il nostro orso bruno, a differenza dei suoi colleghi del polo e dell’America, non costituisce un serio pericolo per le persone che attraversano i paraggi ov’esso dimora”. Effettivamente gli attacchi dell’orso all’uomo si verificarono raramente sulle centrali; nel corso dell’Ottocento sulle Lombarde non si registrarono più di cinque di questi casi. “Gli incontri dell’orso, non infrequenti in passato nei nostri boschi, si concludevano però con la fuga precipitosa dell’orso da una parte e dell’uomo dall’altra”. “L’orso non è dotato di buona vista e quando percepisce la presenza di qualche cosa di estraneo si incuriosisce e generalmente si rizza sulle zampe posteriori; questa posizione incute senza dubbio rispetto e fa presagire il peggio”.

“L’orso tuttavia era temuto principalmente per i danni che provocava al bestiame: non si limitava a predare qualche pecora o capra, ma grazie alla sua forza veramente eccezionale poteva abbattere anche bovini adulti. L’irrompere dell’orso in un gregge o in una mandria poteva procurare anche danni ben più gravi del prelevamento del singolo capo per soddisfare le sue alimentari: la precipitosa fuga del bestiame terrorizzato poteva concludersi col diroccamento e la conseguente perdita di decine di capi. Si comprende quindi come al plantigrado fosse data una caccia senza quartiere e, quando non lo si poteva eliminare fisicamente, si utilizzavano i più svariati stratagemmi per limitare i danni”.

2) – La normativa.
“Nel Medioevo la caccia era regolamentata dal diritto feudale: i nobili si riservavano alcune particolari prede comminando gravi sanzioni ai trasgressori ed imponendo, ai propri vassalli, l’assistenza nelle cacce più pericolose come quelle agli orsi ed ai cinghiali. In varie zone alpine erano minuziosamente elencati, tra gli altri tributi a cui aveva diritto il feudatario, anche cosce, teste o costole di orsi e pelli di lupi”. “Alla fine del XIV’ secolo si cominciò a formalizzare negli Statuti i benefici concessi a coloro che uccidevano feroci. Nelle prime stesure di numerosi Statuti era contemplata, oltre alla corresponsione di danaro per la cessione a prezzi prefissati delle spoglie dell’animale, una precisa destinazione delle singole parti”.

orso2 3) – La religione.
“Le bestie feroci creavano un indubbio allarme sociale che necessitava di essere affrontato oltre che dalle autorità civili anche nell’ambito religioso. Nel XVIII’ secolo furono numerosi i “brevi pontifici” con i quali veniva concesso di impartire la benedizione ai campi infestati da animali nocivi, tra i quali sovente venivano menzionati lupi, talpe e talvolta anche orsi”. “Gli abitanti che osservavano tridui di digiuno, celebrazioni di processioni ed elargizione di elemosine ai poveri, venivano assolti da ogni maledizione ed altre censure e pene ecclesiastiche nelle quali fossero incorsi, anche inconsciamente, attirando la sventura delle bestie feroci”. Venne scritta al pontefice una supplica per ottenere una “male gare ed a riprodursi sulle nostre montagne, procurando spesso danni al bestiame, ma orami erano gli ultimi e la caccia alle bestie feroci stava per finire.

In Valle Averara, nell’Aprile 1854: “Gioachino Buzzoni, Giupponi Luigi e Pietro, fratelli, trovandosi nel bosco Fraccia, Comune di Santa Brigida, in cerca di radici di genziana, verso l’ore 5 pomeridiane del 20 corrente mese, affrontati da una bestia feroce, dopo riconosciuta per un orso, mediante lo scagliare verso la stessa di sassi ebbero a farlo precipitare in un canale”, dove lo bersagliarono di pietre e “finalmente lo uccisero e l’hanno macerato del tutto che non rimase in buono stato che il capo e le palme di detta bestia”. Si trattava di un giovane orso di tre anni che fruttò loro il premio di 30 fiorini che venne erogato il 3 maggio successivo. Il Monte Legnone era però la località più propizia per la caccia all’orso ed era anche quella più accessibile dalle città lombarde per chi volesse cimentarsi in questa avventurosa impresa che richiamava anche qualche appassionato cacciatore dalla pianura.

Nel 1886, in giugno in Val Averara: “Già da giorni in lamentavasi dai proprietari la frequente sparizione di pecore, le cui ossa venivano poi trovate or qua or là nel più folto dei boschi. Da ciò ne derivava la quasi certezza della presenza di qualche orso nelle vicinanze; tanto più che nella stagione estiva quasi sempre qualcuno dei feroci mammiferi ama ricoverarsi all’ombra degli alberi fronzuti delle selve di .

Il giorno 14 certi Arioli Eugenio, Arioli Luigi e Berera Angelo, muniti di carabine, si inoltrarono fra i boschi della valle , avanzando con cautela. Giunti in una località detta “Lumaca” scopersero, alla distanza di circa due metri dal sentiero, degli avanzi recenti di una pecora sbranata. I tre si posero in agguato, sicuri dell’esistenza almeno d’un orso e nella speranza ch’esso sarebbe ritornato per divorare i resti della vittima. Stettero così per quasi un’ora senza alcun risultato, quando un certo rumore nel denso della selva richiamò la loro attenzione. Coll’occhio fisso e le armi pronte attesero e poco dopo si presentava ai loro occhi un orso che discendeva lentamente alla loro volta.

orso4Quando fu a conveniente distanza, l’Arioli Luigi, che gli era più vicino, sparò e il colpo fu così ben diretto che la palla della carabina colpì al petto la belva attraversandole i polmoni. La bestia stramazzò a terra, poi si rialzò rabbiosamente, ma fatti pochi passi ricadde di nuovo per non più muoversi. I tre cacciatori, avvicinatisi e constatatane la morte, trasportarono la bestia uccisa in paese, ove vennero accolti con festa. Si constatò essere una femmina: il suo peso era di 100 chilogrammi. Credesi che altri orsi non esistano nelle vicinanze, poiché non si ebbe più a rilevare la mancanza di pecore. Ai tre cacciatori poi, oltre alla riconoscenza dei paesani, non mancherà certo il dovuto compenso dal Governo”.

La prima caccia del 1887 è descritta direttamente dal protagonista, il dottor Giovanni Gualteroni, geologo che abitò ad Ornica, dove si faceva spedire dagli svizzeri pietre minerarie per i suoi studi e la sua collezione, oppure essi si recavano ad Ornica per fargliele vedere ed acquistare. Fu anche medico a Morbegno e così descrisse i fatti: “Poco dopo l’albeggiare del giorno 4 luglio 1887 mi trovavo all’Alpe Pescegallo delle Foppe in cerca di camosci quando ad uno svolto del sentiero, io ed il mio amico Giov.Battista Acquistapace di Gerola vedemmo, sulla nostra destra a 400 metri più avanti ed in alto, una orsa accompagnata dal suo orsacchiotto che se nestava tranquillamente brucando la profumata erbetta della .

Senza far rumore salimmo, si può dire a quattro gambe, il pendio stesso, ed arrivati ad una piccola piattaforma vi ci coricammo bocconi. L’orsa aveva già abbandonato il praticello dove stava e non si vedeva più. Eravamo da poco così appostati che d’un tratto rispuntò l’imponente animale accompagnato dal suo piccolo; sparammo contemporaneamente e subito l’animale ruggendo con forza e furibondo sollevò con potenti zampate un nuvolo di ciottoli e terriccio. L’orsa e il suo piccino erano già spariti una seconda volta nel burrone, per poi ricomparire subito al di là dello stesso fuggendo a gran corsa verso un passo o bocchetta. Io continuai a fare fuoco sull’orsa in fuga senza mai poterla colpire; arrivata la belva a metà del canale fece un brusco voltafaccia ritornando a precipizio sui suoi passi; da ciò arguimmo che fosse ferita gravemente; poi si rizzò terribile, ruggendo e credo stava per lanciarsi su di noi quando io, con l’ultima pallottola che mi rimaneva, la colpii in pieno petto; la bestia stramazzò rotoloni lungo il pendio, mentre l’orsacchiotto, poco più grosso di una volpe, si fermò un istante a guardarci e riprese quindi con gran lena la salita del canale. La giovane orsa fu presentata a Sondrio per la riscossione del premio stabilito ai cacciatori fortunati e venduta ad un macellaio della città.

La sua età venne stimata in circa 4 anni, era di pelo grigio e non era troppo grande poiché sventrata pesava appena 55 chili. Il suo teschio e la relazione della caccia sono conservati al Museo civico di storia naturale di Morbegno”. Anche il 1888 fu un anno nero per gli orsi delle nostre montagne: ne furono uccisi almeno quattro: uno in Valsassina, due in Valle di Averara ed uno in Val Gerola.

orso5In maggio, in Valle Averara:
“I fratelli Paolo e Giuseppe del fu Simone Marieni di Mezzoldo, furono avvertiti da un capraio che nella località detta Valle del Chiuso vi erano due orsi. Non è a dirsi come i bravi giovani si affrettarono a prendere il
fucile per dare la caccia alle due belve, oggi divenute così rare. Ben presto furono nella località e arditamente si dettero a scovare le due fiere. Prima ad esser presa di mira fu un’orsa, ed i tiri di fucile dei due bravi cacciatori la colpirono in una coscia e nella schiena, sicchè rimase subito morta. Non così il maschio, assai più piccolo; ricevuto il primo colpo, egli ruzzolò sul pendio andandosi a fermare sul ciglio d’un precipizio e così la situazione si fece pericolosa per i due cacciatori. Ma il Marieni Paolo, che aveva tirato il colpo all’orso, animato dalla passione d’impossessarsi della preda, coraggiosamente si avvicinò all’orso afferrandolo per una zampa, con l’intenzione di caricarselo sulle spalle.

Ma l’animale, che non era per anco spirato, improvvisamente si rivoltò contro il Marieni, addentandogli ferocemente una gamba. Fu un momento terribile. Il bravo cacciatore senza perdersi di animo, alzato il fucile vibrò parecchi colpi sul muso dell’orso, con tal violenza che la canna si spezzò e l’orso dovette soccombere. Fu un vero trionfo quando i due cacciatori rientrarono a Mezzoldo col trofeo della loro rischiosa impresa”. Ai primi di giugno i due fratelli ricevettero il premio di 150 lire.

– Anche l’orso scompare: 1889 – 1927.
Erano trascorsi quattro anni consecutivi (1885 – 1888) durante i quali erano stati uccisi nelle nostre valli almeno dieci orsi, quattro dei quali erano femmine adulte. Questo sconsiderato prelievo venatorio, conseguente anche alla maggior diffusione di fucili “vetterly”, che avevano sostituito le vecchie carabine ad avancarica, fu un colpo decisivo alla sopravvivenza degli orsi nelle Orobie; le segnalazioni divennero sempre più rare e le catture diminuirono drasticamente. Passarono poi degli anni senza che di orsi se ne parlasse più, ma nel luglio 1893, in Val Gerola: “Pietro Romegialli, in località Piz Berro, sul sentiero che porta alla malga dell’alpe di Garzino si imbattè in un grosso orso”; probabilmente si tratta del medesimo “orso incontrato verso la fine dello scorso secolo vicino alla “Cà San Marco”, con grande spavento e fuga precipitosa dei presenti”.

Ultimo orso da noi: – I cacciatori di bestie feroci: la gloria e la passione. Alcuni personaggi sono ricorrenti negli elenchi dei cacciatori di bestie feroci; presumibilmente essi abbinavano alla loro professione abituale anche quella occasionale di cacciatore; altri lo facevano per passione. Appartenevano a vari casati che si distinsero a quei tempi nella caccia di orsi e ne ricordiamo i più importanti: Carlo Maria Acquistapace di Gerola Alta; Giovanni Battista e Antonio Acquistapace di Gerola Alta; Pietro Gianola di Premana; Gualteroni dott. Giovanni di Morbegno; Paolo e Giuseppe Marieni di Mezzoldo; Paolo, Simone e Carlo Arioli di Piazzatorre; Eugenio e Luigi Arioli di Piazzatorre; Angelo Berera di Piazzatorre; Gioachino Buzzoni di Santa Brigida; Luigi e Pietro Giupponi di Santa Brigida; Antonio Santi di Santa Brigida; Cristoforo Oberti di Camerata Cornello; Pietro Baldacini di San Giovanni Bianco.

– … ed anche una questione di soldi. La cattura di un orso era comunque sempre un’ottima occasione di guadagno. Nel caso si catturasse un orsacchiotto vivo era possibile venderlo a compagnie di girovaghi che, dopo averlo adeguatamente addestrato, lo avrebbero utilizzato negli spettacoli ambulanti. Nel caso invece fosse stato ucciso un adulto, le prospettive di guadagno erano interessanti. Innanzitutto c’era il premio pagato dalle autorità centrali, al quale talvolta si aggiungeva quello pagato dai singoli comuni nei quali la bestia aveva provocato danni. C’era poi da vendere la carne, il grasso e la pelle. Il grasso d’orso veniva venduto in vasetti. Il prosciutto d’orso infine doveva essere una leccornia: “si dice che formi un cibo piuttosto ghiotto; certo è molto raro”. Curiosità: esprimendo i valori di allora in base ai coefficienti di rivalutazione, il fortunato cacciatore avrebbe incassato una cifra complessiva tra gli 800 ed i 1.100 euro di oggi.

– Toponomastica. Numerosi toponimi nel nostro territorio, come peraltro su tutte le Alpi, ci riportano agli orsi:
Canale dell’orso a Barzio; Prà dell’orso a Barzio; Sentiero dell’orso sul monte Legnone: Passo dell’orso a Primaluna; dell’orso a Mezzoldo. – L’araldica. Anche nel nome di famiglie e nell’araldica si possono trovare tracce delle bestie feroci. L’immagine dell’orso ricorre piuttosto comunemente nell’area alpina e nelle valli bergamasche anche su affreschi murali. Nella Valle di Valtorta un orso, seduto sotto un albero, è dipinto, assieme ad altre scene, sulla settecentesca facciata della Casa a Cassiglio. In , nella frazione Peghera, vi è la “Fontana dell’orso” dove, dalla bocca di una testa di orso in pietra, zampilla l’acqua.

Nadia Piccamiglio – Dall’Annuario C.A.I. Alta Valle