Orobie – Qualche anno fa le guide alpine lombarde diffusero un video promozionale con questo titolo. Certamente affascinante il motto di un mestiere che può fare sognare: grandi spazi, sport, avventura. Ma la realtà è ben diversa e se c’è un luogo in cui il malessere delle guide si fa più sentire, questo è . Ugo Pegurri, 49 anni, direttore della Scuola italiana di alpinismo, scialpinismo e , che riunisce nove guide di Bergamo: «L’altra faccia del mestiere di guida sono la fatica, il rischio, i guadagni incerti, la precarietà professionale. Per mantenere mia moglie e i miei due figli sono costretto a fare altri lavori. Si chiamano lavori in quota o nel vuoto. Ci sono i disgaggi, quando si passano ore a far cadere macigni pericolanti dalle massicciate, o la posa delle reti sulle scarpate, un altro lavoro rischioso e molto faticoso. Mentre è bellissimo intervenire sulle opere d’arte. Le vedi da vicino, tocchi la materia di cui sono fatte».

Anche Marco Tiraboschi, 46 anni, abitante a , deve arrotondare con i lavori sulle frane, sui campanili, sulle dighe e in edilizia. «Ma abbiamo anche un settore di attività più interessante come il team building. In pratica portiamo gruppi di manager in situazioni in cui sono chiamati a collaborare fra loro per superare le difficoltà. Si fanno sicurezza, si recuperano, si aiutano e imparano a coordinarsi. Poi c’è la docenza nell’ambito dell’uso delle attrezzature di sicurezza, in cui Ugo è particolarmente esperto. Oggi sui posti di lavoro si richiedono le massime garanzie e le guide possono aiutare a stabilirle».

A lamentare la scarsa identità professionale della guida alpina è soprattutto il più giovane, Yuri Parimbelli, 37 anni, di Seriate, figura di punta dell’arrampicata . «Farsi pagare per portare la gente in sembra uno scandalo. Nella nostra provincia siamo considerati come dei prezzolati, invece di vederci come dei professionisti del divertimento e dell’avventura in , come accade sulle Dolomiti, in d’Aosta, in Svizzera e in Francia. Da noi, se ti fai “portare” dalla guida, sei sfigato. E spesso a muovere questa accusa è gente che si limita ad andare a mangiare la pastasciutta al rifugio».

Interviene Tiraboschi: «Nella Bergamasca le guide si sono estinte come gli orsi. Le Orobie sono apparentemente meno impegnative e le guide sembrano meno necessarie. L’ultima stagione in cui le guide ebbero un ruolo fu quella tra le due guerre, quando c’era un turismo di élite. Una grande guida come Antonio Baroni era anche sindaco di San Pellegrino e aveva rapporti con aristocratici e borghesi provenienti da . Poi c’è stato il diluvio delle seconde case, dove la gente arriva e si rinchiude per riposare. Ora è ricomparso l’orso e in Val c’è di nuovo qualche guida. Resta da vedere se tutti e due avranno la forza di resistere».

Yuri, che appartiene alla nuova generazione, ha un sito Internet e i clienti li trova anche sul Web. «C’è chi da sempre sceglie la guida per ragioni di sicurezza e ci sono i giovani che mi contattano per iniziare ad arrampicare. Chiedono le Dolomiti e i quattromila. Poi dopo un pò, quando hanno imparato, vanno da soli. Per me è una grande soddisfazione».
Come rilanciare il lavoro delle guide? Tiraboschi non ha dubbi: «Sviluppo non significa solo nuovi , cemento e ferro. Nelle Orobie ci sono valli selvagge e incontaminate, abbandonate dall’uomo che un tempo le sfruttava con pascoli e miniere. Ora sono diventate un meraviglioso terreno per alpinisti che ricerchino la solitudine. Promuoviamo questo turismo amico dell’ambiente».

La comunicazione riguarda però anche le guide, che Yuri e Ugo non ritengono sufficientemente valorizzate nella loro professionalità. «La investe soldi nella nostra formazione e poi assegna a figure di dubbia professionalità compiti che noi potremmo invece svolgere con competenza. Le istituzioni dovrebbero considerare le guide alpine come i veri interlocutori della montagna. Il Cai riunisce gli appassionati, la sezione di Bergamo è molto consistente, ha un peso sociale. Anche per noi resta la grande famiglia di riferimento. Ma i professionisti della montagna siamo noi: se lo devono ricordare tutti, enti, media, istituzioni. Le guide alpine sono le uniche a cui ci si possa affidare seriamente, perché hanno maturato la loro competenza attraverso rigorosi percorsi professionali. La vita è un bene prezioso. Meglio metterlo in buone mani».

Carolina Gotti – Il Corriere della Sera – Bergamo e Provincia