Come si faceva il carboneUn mestiere antico, faticoso e imprevedibile, legato all’avvicendarsi degli elementi della natura, vento, pioggia e neve gli avversari da fronteggiare senza sosta, in uno scontro spesso impari, ma dal quale non si poteva, non si voleva sottrarsi. Nessuno è nato carbonaio e pochi di più hanno scelto d’esserlo. Solo la fame e la miseria avevano la possibilità di decidere, loro era il privilegio, loro la scelta. Così migliaia di bergamaschi hanno lasciato i propri affetti, le proprie famiglie, la casa, la patria, per cercare fortuna all’estero; Francia e Svizzera le mete da raggiungere, paesi a volte ostili, preoccupati, come spesso accade, di non miscelarsi con gli stranieri da un lato e felici di utilizzare manodopera a basso costo dall’altro. Quella d’altronde era l’unica strada da seguire, l’unico modo per un riscatto sociale, per dare un futuro degno alle proprie famiglie.

Questa è la storia dei bergamaschi, un popolo di emigranti, di lavoratori, un popolo testardo, capace di scelte tanto difficili da spezzare il cuore, capace di onorare tali scelte, nonostante tutto. Quale bergamasco, quale brembano non ha parenti in Francia o in Svizzera? Quanti di questi parenti hanno dimenticato le proprie origini? Quanti non sono commossi quando hanno la possibilità di parlare con noi il dialetto? Quanti non hanno il magone risentendo una vecchia canzone alpina, di cui magari non ricordano bene il testo, ma che riporta la loro mente a quando erano belli e giovani? L’origine bergamasca non si dimentica col tempo, non si perde nelle generazioni, non si assopisce. Quello che vi propongo è un breve racconto scritto da Carminati Silvano, tratta la storia di Giuseppe Busi, detto Bepo, un simpatico brembillese che, all’età di nove anni, si è recato in Francia per lavoro. Non è una biografia, è il metodo per preparare il “poiat”, da cui si ricava il carbone. Ve lo sottopongo perché voglio che possiate, come ho potuto io, sapere quel che facevano i nostri nonni, i nostri avi.

Ivan Forcella – Brembilla

Come si faceva il carboneOL POIAT – COME SI FACEVA IL CARBONE DI LEGNA
Articolo realizzato da Silvano Carminati, su racconto di Giuseppe Busi (detto Bepo)

Introduzione:
Ci troviamo a tavola davanti ad un buon bicchiere di rosso, si comincia a parlare del più e del meno, fino a che il Bepo raccontando dei suoi ricordi di infanzia, inizia a parlare del POIAT. Sarà la passione e la voglia di raccontare del Bepo, sarà il crescente interesse dei presenti all’argomento, fatto stà che ad un certo punto dico: aspetta, partiamo da capo che prendo foglio e penna e mi segno degli appunti.

Metto sotto i “ferri” il Bepo che mi racconta per filo e per segno tutte le fasi per trasformare la legna in carbone, tanto che alla fine mi dice:

“a fae meno fadiga a fà l’ poiat che a stachè a cuntal sö” (Facevo meno fatica a fare il Poiat che a raccontarlo).

Spero che l’articolo sia di interesse ad altri che lo vorranno leggere, la forma sembrerà più da manuale tecnico che da racconto (deformazione professionale), cercherò comunque di renderlo il più chiaro e gradevole possibile. Le misure riportate sono solo indicative e servono a dare una idea della dimensione del Poiat al quale si riferisce il racconto. I “termini” in bergamasco, vengono riportati così come emergono dal racconto del Bepo, per creare l’atmosfera e per non dimenticare il dialetto delle nostre origini Bergamasche.

Siamo nel 1936, il Bepo a 9 anni si trasferisce a Nantua in Francia per aiutare il padre nel lavoro dei boschi. A 13 anni si sposta a Bognanco, sulle montagne di Domodossola e li rimane fino a 18 anni quando viene chiamato per il servizio militare, in tutto 9 anni (9 campagne come le chiama il Bepo). Già questo ci fa capire quanto era diversa la vita di allora e i sacrifici e le privazioni che doveva sopportare chi faceva questo lavoro. E’ in questo periodo, tuttora ben presente nella mente, che il Bepo apprende la tecnica per fare il poiat.

Alcuni dati
Il Poiat descritto, produrrà alla fine ca.150 quintali di carbone, considerando la resa che si aggirava nel 25% con legna verde, quando il legno era di buona qualità (carpino, faggio, quercia,) si calcola un fabbisogno di legna di ca. 600 quintali. Il tempo necessario alla trasformazione era di ca. 22/23 giorni. Vi erano diverse squadre di persone impegnate giorno e notte che curavano fino a tre poiat contemporaneamente; uno appena acceso, il secondo a metà cottura ed il terzo in fase di estrazione, praticamente un ciclo continuo.

La preparazione del posto
In prossimità del fondovalle, dove veniva accatastata la legna, difficilmente si aveva uno spazio pianeggiante grande a sufficienza per fare i poiat. Per prima cosa quindi si realizzavano palificazioni in legno e muri in sasso costruiti a secco, per il contenimento della terra, fino ad ottenere uno spazio sufficiente.

La Baita:
La baita era il punto di appoggio dei carbonai, poteva essere situata vicino ma anche lontana dal posto di lavoro. Era fatta di pali in legno e frasche con il tetto di lamiera, era grande a sufficienza per contenere dei giacigli dove dormire e per far da mangiare, a volte era costruita su due piani, al piano terra si mettevano gli animali (capre) e sopra il dormitorio. I letti erano fatti di cartocci e di sacchi, e la cucina consisteva in una grossa pentola sostenuta da un paletto infisso in una parete, la canna fumaria non esisteva ed il fumo si spandeva dappertutto, il cibo doveva essere alquanto rustico, polenta, minestra, latte, formaggio e poco più.

Insomma non era proprio un “albergo”.
Quando la baita era lontana, vicino al poiat si costruiva un piccolo capanno che serviva da riparo in caso di pioggia e per dormire “a turni” durante la notte, infatti come vedremo il Poiat dovrà essere sorvegliato giorno e notte.

La materia prima e gli strumenti da taglio
La legna di piccola e media pezzatura, proveniva da boschi cedui, nelle immediate vicinanze dei luoghi dove si faceva il poiat. Occorre considerare che in quel periodo non c’erano le motoseghe, inventate alcune decine di anni dopo e gli unici mezzi a disposizione, oltre all’olio di gomito, (“forza delle braccia” per i non addetti), erano:

Come si faceva il carbone– L’immancabile “corlas” alla cintola (roncola).
– ol troncù (grossa sega manovrata da due boscaioli)
– ol sigürot (la scure o accetta)
– la mazza
– i chignöi (i cunei)

Attrezzi per la costruzione del poiat
Facciamo ora una panoramica sugli attrezzi usati durante la costruzione e la cura del poiat. Alcuni di questi attrezzi venivano realizzati in modo artigianale direttamente dai carbonai, come per esempio:

– la scala
– la pertica
– i pioli
– i manici per badile-mazza-scure, ecc.
– il rastrello, che veniva realizzato con aste di legno e dei chiodi da 20 cm.

Preparazione della catasta di legna
Entriamo ora nel vivo della fase di preparazione del poiat. Scelta la zona dove si costruirà il poiat, si posiziona al centro della stessa il palo principale che deve appoggiare sopra una “croce” realizzata da un tronchetto diviso in due metà. Bepo racconta che spesso, a fine lavorazione, si estraeva la croce dal terreno ancora intatta Attorno al palo, si realizza una scaletta di legnetti messi in orizzontale a quadrilatero che vanno a formare il camino. Attorno alla scaletta si inizia a sistemare il legname, giro dopo giro, fino ad ottenere un cerchio del diametro di ca. 5metri. Si parte da pezzetti corti fino a raggiungere l’altezza di ca. 1,2m che è la pezzatura standard della legna.

Come si faceva il carboneDopo aver posizionato legna per uno spessore di circa mezzo metro, su tutta la circonferenza al piano terra, si passa al piano superiore e cosi di seguito fino a raggiungere il diametro massimo del poiat, con un’altezza di circa 2,4 metri (vedi sequenza di esempio, numerata da 1 a 9). A volte, dice il Bepo, si aggiungeva un terzo piano che veniva denominato (chèl del bocia). Sulla sommità occorreva rasare i legni con la scure, per ottenere una piano più o meno uniforme (certo che con la motosega….). E’ importante in questa fase, che ogni giro di legno venga ben serrato e se necessario si aggiungano dei tronchetti di varia taglia per tappare i buchi, in modo che durante la combustione non prenda troppa aria e si inneschi la fiamma.

Per garantire la stabilità della catasta, si procede poi a fissare una cerchia (sircia) sulla circonferenza esterna, alla base del poiat. La cerchia è composta da verghe di legno incrociate per formare una specie di grossa fune e viene tenuta in posizione da picchetti infissi nel terreno disposti su tutta la circonferenza.

Copertura del poiat
La fase di copertura consiste nell’avvolgere il poiat con uno strato di circa 5 cm di fogliame e residui del sottobosco (patös), prima, e di 5 cm circa di terra dopo. Lo scopo della copertura è di soffocare il poiat in modo che la combustione della legna avvenga il più lentamente possibile. Onde evitare che l’eventuale pioggia, lavi la copertura, si aggiunge una specie di armatura (briglia) formata da pali disposti sulla superficie esterna del poiat. A questo punto la preparazione e finita, “finalmente si dà fuoco!“ direte voi, attenzione però, d’ora in poi non si dorme la notte altrimenti si rischia di fare un mucchio di cenere, (oltre a una figuraccia).

Accensione del poiat
Come anticipato, questa è la fase più delicata e impegnativa, dove sicuramente gioca a favore l’esperienza acquisita sul campo. A lato del poiat si accende un falò di legna e arbusti (brata) fino ad ottenere della brace. Tolto il palo centrale sfilandolo dall’alto, si riempie il buco rimasto con la brace viva allo scopo di incendiare la scaletta che brucia dal basso verso l’altro. Bruciata la scaletta, con l’aiuto di una pertica inserita nel foro centrale, si calca la brace sul fondo (imborà) e si procede velocemente a imboccare (imbocà) il poiat dal foro centrale inserendo dei blocchetti di legna (gnochèc=gnocchetti) fino all’orlo, quindi altrettanto velocemente si copre con “patös” e terriccio.

Controllo della combustione
Dopo l’accensione del poiat con la brace, la combustione deve procedere lentamente senza innescare la fiamma, a questo scopo si creano dei fori di aerazione sulla superficie del poiat. Si inizia creando due file di fori partendo dalla sommità del poiat (la trasformazione da legna in carbone avviene dall’alto verso il basso. I fori di ca. 5cm di diametro, creati con l’ausilio di un picchetto appuntito, sono disposti sulla circonferenza ad intervallo di ca. 20 cm, le due file distano pure ca. 20cm. fra di loro. Sulla verticale vengono sfalzati per arieggiare in modo più uniforme. I fori, vengono chiusi e se ne aprono degli altri secondo fabbisogno per garantire una cottura regolare, con troppa aria si potrebbe ridurre in cenere la legna, con poco tiraggio si rischia di spegnere il poiat, con le conseguenze che immaginate. Quando nelle prime due file di fori il fumo che inizialmente era bianco, diventa turchino, si chiudono le prime due file di fori e se ne aprono due più in basso distanziate di ca. 20 cm, e cosi di seguito verso il basso. Quando il poiat viene costruito in fondo ad un canale è probabile ci sia del vento di tramontana che tira dalla montagna verso la valle, questo vento veniva chiamato “ muntif ”. In queste condizioni la combustione viene alterata e dal lato dove soffiava il vento, il poiat brucia più in fretta e quindi la cottura avviene in modo non uniforme.

Per risolvere il problema, si usa il seguente stratagemma:
– dal lato contro vento si chiudono dei fori per smorzare la combustione.
– dal lato opposto si aprono una o più bocche (dette “ganasce”) per umentare il tiraggio, queste bocche vengono aperte in basso vicino alla “sircia”.

Durante la combustione sulla sommità del Poiat, al centro, si forma una depressione a forma di scodella (figura 10), ciò significa che il poiat ha fame e deve essere “imboccato”, l’operazione consiste nel rimuovere lo strato di terra e “patös”, ed inserire nel foro dei “gnocchetti” (pezzi di legna piu o meno grossi), quindi si ricopre il tutto con il solito materiale. L’operazione si fà su bisogno, sia di giorno che di notte e deve avvenire nel minor tempo possibile per evitare che la legna prenda fuoco a causa della troppa aerazione. Il Bepo racconda di un episodio dove un ragazzo addetto alla sorveglianza notturna, probabilmente per la stanchezza, tardando ad effettuare l’operazione di imboccatura, si addormentò e rischiò di mandare tutto in cenere, dice: “ci vollero due squadre che lavorarono tutta la notte per spegnere e salvare il Poiat.

Il premio per il duro lavoro
Quando la fumata turchina, esce dall’ultima fila di fori di aerazione in prossimità del terreno, significa che il poiat è “maturo”, tutta la legna si è trasformata in carbone. A questo punto si coprono tutti i fori di aerazione e lo si lascia spegnere completamente. A causa della riduzione del volume della legna, che trasformata in carbone si aggira al 40%, alla fine il Poiat si riduce di grandezza ed assume una forma tondeggiante e schiacciata. A spegnimento avvenuto, si inizia l’estrazione partendo da un angolo, separando dalla terra e dal pattume il carbone con l’aiuto di forca e rastrello. Capitavano a volte, alcuni legni non completamente trasformati in carbone che venivano chiamati “curvì”, questi potranno essere trasformati in una “cottura” successiva. Il terriccio recuperato, presenta caratteristiche migliori di quello originale e verrà riutilizzato per coprire il prossimo Poiat. Il carbone estratto viene insaccato e portato a valle per essere venduto ai commercianti che poi lo distribuiscono ai clienti finali per i vari utilizzi. A questo punto la grande fatica è terminata, scrivere l’articolo è stato interessante e divertente, spero altrettanto per chi lo leggerà.