Cominciò presto l’inverno quell’anno sulle Prealpi Orobiche. A fine agosto le prime nevi fecero la loro comparsa sulla cima dell’Arera e il primo passaggio di uccelli migratori passò veloce già ai primi di settembre. I roccoli della conca di Oltre il Colle cominciarono presto a lavorare perché le tratorie di Bergamo e i ristoranti di Milano aspettavano con ansia questa selvaggina di , buona e a buon mercato ma soprattutto ben gradita dai commensali. Pietro, classe 1844, piccolo di statura, capelli e occhi scuri con la folta barba che dava un aspetto austero, lavorava in uno di questi roccoli, sull’Alben. Una casetta stretta e alta permetteva di vedere a 360 gradi tutto il suo mondo.

Attorno c’erano alte reti di canapa sottile, stese a circondare un’area non grande, dove gli uccelli si posavano su esche richiamati dagli altri volatili nelle gabbie attorno. Il Pietro conosceva bene quel lavoro. E rendeva bene. Gli uccelli erano forse l’unica carne che molta gente si poteva permettere, e soprattutto con la polenta. Un pranzo da sposi. L’incedere dell’inverno portava le ombre ad allungarsi e presto gli uccelli avrebbero terminato il passaggio.

Era ora di tornare a casa sua, al suo paese.
Come due mesi prima quando giunse da Roncobello attraverso il Branchino ora la era da fare a ritroso. Con allegria iniziò a mettere insieme le sue poche, ma affezionate cose. In un vecchio zaino ripose i suoi vestiti, le stoviglie, un coltello multiuso, una zappetta e un ombrello nero. Ai piedi un paio di scarponi con la suola di legno, chiodati, con i lacci in cuoio. Una gerla avrebbe contenuto le gabbiette degli uccellini di richiamo: cince, tordi, un merlo e un pettirosso.
Partì per la Santella di Cà Pasì.
Era mattino presto. Ma il carico avrebbe rallentato la salita al Branchino. A sera, dopo il tramonto, sarebbe arrivato a Roncobello. Dopo la Santella di Ca Pasì percepì i primi fiocchi di neve. Una fredda brezza scendeva dal passo. Alcuni boscaioli lo videro passare dalla cascina Tiraboschi con passo fermo e sicuro. Uno di loro lo chiamò: volle sapere dove andasse con questo tempo. Pietro rispose qualcosa che l’altro non capì. Passò poco sotto dalle cascine di Piani Bracca. Un certo languore allo stomaco gli segnalò che doveva essere vicino al mezzogiorno. Se il tempo non si fosse messo al brutto si sarebbe fermato volentieri a chiacchierare e a consumare il suo frugale pasto. Una fetta di polenta l’avrebbe gustata volentieri.

Invece la neve si era fatta cattiva. Polverosa e gelida cadeva vorticosa. Il si scorgeva a fatica tra i sassi a lato del torrente gelato. Ora la salita diventava faticosa e il carico sulle spalle gli dava fastidio. I tornanti del lo stancarono molto e lo costrinse a fermarsi per prendere fiato e bere un sorso di acqua. Accese la lampada ad acetilene. Di fronte tra la tormenta percepì i minatori che stavano finendo di costruire una tramoggia. Più avanti altri stavano terminando i plinti della teleferica.

Già la neve aveva cancellato le tracce della salita. Ancora doveva uscire dal bosco. Velocemente il giorno svanì. Finalmente il Piero uscì dal bosco e fece un profondo sospiro. Non amava camminare nei boschi di notte per certe storie che allora circolavano. Si diceva di folletti che facevano brutti scherzi ai viandanti. Dovevano essere le cinque di sera perché ormai il buio si era fatto padrone. La neve cresceva e gli scarponi affondavano quasi fino alle caviglie.
Un certo timore cominciò ad assalirlo quando arrivato sul pianoro del Branchino si accorse che tutte le baite erano chiuse e non avrebbe incontrato nessuno fin sopra Roncobello. La strada era ancora lunga e la nevicata si faceva più fitta. Il gelo gli morsicava le dita delle mani e dei piedi. Le spalle gli dolevano, aveva anche sete ma bisognava andare avanti.

Ancora pochi passi e si dovette sedere. A fatica l’acetilene riusciva a rimanere acceso. L’acqua del serbatoio stava ghiacciando. Si fermò, si sedette su un masso che sporgeva dalla neve. Faticosamente si tolse il basto dalle spalle. A occhio aveva accumulato trenta centimetri di neve. Spazzò via la coltre bianca con le maniche. Cercò la bottiglia di vino. Ne sorseggiò un po’. Aveva sete ma il vino era troppo freddo. L’acetilene non voleva funzionare a dovere.
Il chiarore che emanava si confondeva con il bianco tutto attorno. Un cupo rumore come di tuono gli percosse le orecchie e il cervello. Non era un tuono. A novembre non ci possono essere tuoni.

Stava sognando?
Una folata di vento improvviso fece turbinare tutta la neve attorno. Poi capì. Ma era troppo tardi. Si ritrovò subito a navigare in un immenso di neve fredda e buia. Gli mancava l’aria ma capì che stava rotolando indietro, capovolgendosi più volte. La neve lo intrappolò come ghermito da un animale feroce. Nessun suono uscì dalla sua bocca, nessun respiro riuscì più a fare. Lo trovarono solo l’anno dopo, a giugno, quando i primi mandriani salirono con il bestiame al Branchino. Rinvennero i suoi resti già oltraggiati dagli animali selvatici.

I documenti del tempo recitano:

“Ora essendosi squagliate le nevi…
il sig: Pietro in località Zucchetto di Branchino
ha ritrovato porzione del cadavere dell’infelice scomparso,
tutto lacero e scomposto dagli animali selvatici.”

Ancora dopo molti anni i mandriani del Zucchetto durante le serate tempestose giurano di vedere un lume di acetilene salire faticosamente il sentiero del Branchino, fermarsi su un masso come in attesa di uno sfolgorante fulmine e scomparire senza lasciare traccia.

Pendughet