Dal 2000 al 2008, la provincia di Bergamo ha registrato un aumento del 10% di nascite: i fiocchi rosa e azzurri sono passati dai circa 10 mila di dieci anni fa a più di 11 mila. Una crescita di parti che però non è stata omogenea in tutti gli ospedali orobici: se a Ponte San Pietro il policlinico ha registrato in otto anni un vero boom, con il +61% di nuovi bebè, e a Seriate il Bolognini ha segnato un +26%, altri centri hanno subito una frenata: è il caso di (- 23%), Calcinate (- 2%) e, seppur in misura minore, Clusone (+ 4,6, dato positivo ma inferiore all’aumento demografico).

«Dai numeri emerge una crescita forte di un centro come quello di Ponte, che ha investito molto sull’ostetricia, introducendo per esempio la presenza dell’anestesista 24 ore al giorno – riflette Claudio Crescini, primario a San Giovanni Bianco e presidente regionale dell’Aogoi, l’associazione ostetrici ginecologi ospedalieri italiani -. A scendere sono invece i punti nascita che riescono a offrire meno servizi, garantendo per esempio la reperibilità del medico e non la sua presenza costante».

La «fuga» delle future mamme verso centri più grandi riduce il numero di parti nelle strutture piccole, rendendo difficile l’investimento di risorse in questi punti nascita. Che quindi rischiano, in un circolo vizioso, di spegnersi ancora di più. Una «spirale», la chiama Crescini, su cui si cercherà di riflettere domani in un convegno organizzato a San dall’Aogoi, dal titolo: «Nascere in un piccolo ospedale: è possibile ridurre i rischi e aumentare i benefici?».

In questi anni, le scelte sono andate spesso nella direzione di un tag
lio dei punti nascita più piccoli: in Bergamasca, dal ’96 a oggi, sono stati chiusi quelli di Gazzaniga, Lovere, Sarnico, Trescore e Romano. In Lombardia, i centri sono passati da 91 a 76, mentre i parti sono aumentati. Così, se quindici anni fa ogni struttura gestiva in media 861 nascite l’anno, nel 2008 la quota era salita a 1.286. «Chiaro che in questo modo il singolo parto costa meno – rileva Crescini -. Con il convegno, vorremmo discutere se il futuro sia nel concentrare le nascite in grandi strutture, o se invece mantenere anche alcuni centri minori, con degli investimenti per rinforzare un po’ l’organico e portarli a garantire livelli assistenziali simili a quelli delle strutture più grandi».

I sostenitori della concentrazione mettono sul tavolo l’argomentazione della maggior economicità e sicurezza, mentre a difesa dei centri più piccoli e diffusi ci sarebbero, osserva Crescini, «il vantaggio sociale di un parto vicino a casa, in una struttura che si conosce, e l’equità nel garantire l’accesso al servizio, in un momento in cui tutti parlano di spopolamento delle aree montane. Certo, va fatta una valutazione sulla singola paziente: se il parto è a rischio, va indirizzato su una struttura attrezzata. Ma se si tratta di una gravidanza fisiologica, con il feto sano, non c’è motivo di evitare la piccola struttura».

Nel 2008, in Lombardia, le scelte si sono orientate così: il 31,8% delle donne ha scelto per partorire una grande struttura (più di 2.000 parti l’anno); il 44,3% una media (tra 1.000 e 2.000 parti); il 23,9% una piccola (meno di mille parti l’anno). L’appuntamento con il convegno è per domani alle 14 nella Sala del Casinò di San Pellegrino: dopo i saluti del sindaco, Gianluigi Scanzi, si susseguiranno una serie di interventi e una tavola rotonda tra i direttori delle unità operative di Ostetricia dei piccoli punti nascita lombardi. In chiusura la parola passerà ai rappresentanti istituzionali, tra cui Luciano Bresciani, assessore regionale alla Sanità.

Fausta Morandi – L’Eco di Bergamo

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