Serina – Il furto è di matrice agro-silvo-pastorale, precipita dalla e dal nostro passato e suscita finanche tenerezza in tempi di raid in stile militare come quelli delle bande dei videopoker, di futuristiche clonazioni o sofisticati ammanchi per via telematica. Perché ci si deve immaginare l’autore che sfida il buio e forse qualche cane da pastore messo di guardia. Che armeggia con il catenaccio della stalla e apre il portone, venendo investito da profumo di fieno e zaffate di letame. Che passa accanto alle vacche, sperando che si limitino a occhiate infastidite e non si mettano a muggire, raggiunge il locale adibito a stagionatura di formaggi e, finalmente, mette le mani sul bottino: tre formaggelle da tre chili e mezzo ciascuna, due stagionate, una fresca. Forse le mette in un sacco, forse le carica in auto, e sarebbe quest’ultima l’unico indizio di modernità del colpo. Anche se, a ben vedere, questo furto un sintomo di progresso lo conterrebbe, essendo in fondo una sorta di evoluzione dell’abigeato: anziché , sono spariti i prodotti finiti.

Che il presunto responsabile, una volta smascherato, rischiava di pagare a peso d’oro. Il decreto penale di condanna emesso dal pm contemplava infatti una multa da 15.070 euro. Vale a dire più di 5.000 a formaggella, prezzo spropositato anche per quelle boutique del latticino che sembra di entrare in gioielleria. Sicché il presunto autore ha preferito opporsi, scegliendo il processo per furto, che si sta celebrando al tribunale di Bergamo davanti al giudice monocratico Ilaria Sanesi.

Tutto era accaduto la notte fra il 19 e il 20 agosto del 2010 a Serina. G. L. C., 47 anni, allevatore del paese, alle 20 aveva chiuso a chiave la stalla e se n’era tornato a casa. Quando, alle 5 della mattina successiva, s’era ripresentato aveva trovato la porta aperta. Non era forzata, anzi, nella toppa c’era la chiave. L’uomo aveva in un primo momento pensato a una dimenticanza di qualche familiare sbadato. Già, perché chi viene a rubare in una stalla di Serina? Per di più senza la fatica supplementare dell’effrazione?

E, invece, quando G. L. C. era arrivato al locale riservato alla stagionatura, s’era accorto che mancava qualche formaggella. Un furto? Sì, e con giallo. Perché come aveva fatto il ladro a procurarsi la chiave? Uno della stretta cerchia di amici? Un parente? Boh. I di Serina avevano cominciato a indagare e, in capo a qualche giorno, ecco trovati il presunto responsabile – uno del paese, V. S., 54 anni – e la refurtiva. Quest’ultima era stata restituita al legittimo proprietario, l’uomo invece era stato denunciato a piede libero e s’era offerto di risarcire con 100 euro il danno, nella speranza che la querela venisse ritirata.

Non è andata come desiderava e ora, schivata la super sanzione pecuniaria, si ritrova alla sbarra in un processo dove, comunque vada a finire, sarà senz’altro del salatissimo decreto penale. Provvedimento introdotto per evitare l’ingorgo da dibattimento a una giustizia in affanno, ma diventato spesso un orpello procedurale dopo l’aumento delle tariffe (da 38 a 250 euro di multa per convertire in moneta sonante ogni giorno di carcere) imposto dal pacchetto sicurezza del 2009, che ha di fatto più che sestuplicato le sanzioni. Risultato: sempre più gente, di fronte a “punizioni” pecuniarie esorbitanti, preferisce accettare il rischio del processo. Perché (senza voler giustificare nessuno) esigere 15.070 euro per tre formaggelle, è francamente esagerato.

Stefano Serpellini – L’Eco di Bergamo

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