Morto don Comi parroco per 35 anni
Vedeseta Articolo letto da 163 Utenti - Pubblicato il 6 Ottobre 2007Vedeseta - Giovedì a Saronno (Varese), sua città natale, all’età di 85 anni, è morto don Sabino Camia. Una grave malattia ha tormentato i suoi ultimi anni, rallentandone progressivamente e impedendone poi del tutto l’attività che dal 1989, dopo aver lasciato la parrocchia di Vedeseta, si era scelto e che aveva svolto con grande spirito di servizio pastorale: quella del confessore presso il santuario dedicato alla Madonna dei Miracoli, magnificamente affrescato dal Luini.
La sua morte ha un significato molto particolare per la piccola comunità di Vedeseta, a lungo bergamasca e milanese, a lungo legata tenacemente alla cattedra di Sant’Ambrogio (è del 1995 il passaggio alla Diocesi di Bergamo) e per molti anni accompagnata nel suo cammino da don Sabino. Don Camia è stato, infatti, l’ultimo prete ambrosiano e l’ultimo parroco a tempo pieno di questa antichissima parrocchia, che nel corso della sua storia ha avuto, tra le altre, l’onore della Visita di San Carlo nel 1566 e quelle del cardinal Montini, poi Papa, nel 1958 e nel 1961, proprio con don Sabino parroco.
La sua avventura tra i montanari di Vedeseta era iniziata nel 1953. Ed è durata, non senza grande fatica per uno come lui che veniva dalle aree avanzate della pianura, fino al 1989. In quei lunghi anni, egli però non si è mai sentito «confinato», «punito» o sprecato e non si è mai lamentato. Ma ha cercato di dare, con entusiasmo, il meglio di se stesso per coltivare bene «la vigna» affidatagli, ereditata, tra l’altro, in un momento difficile, quello del boom, dei grandi cambiamenti, dell’abbandono dei campi e dello svuotamento dei paesi di montagna da parte di tante famiglie e di tanti giovani, attratti dalla fabbrica, dalla speranza del benessere e da modelli di vita più facili.
Innumerevoli sono le sue opere immateriali e materiali. Tra queste basterà ricordare i numerosi interventi di ammodernamento, di manutenzione e di restauro delle chiese, il moderno castello campanario, il completamento della volta ogivale della parrocchiale con la realizzazione di un affresco affidato al pittore Manini, la costruzione di un nuovo cinema-oratorio per continuare una attenta attività di cinematografo avviata appena arrivato quassù. Ancora, a titolo esemplificativo, l’acquisto e l’avvio della realizzazione del campo sportivo, poi proseguita e completata dai ragazzi della Vedeseta Sport, e il tentativo di portare a Vedeseta una attività di carattere artigianale che potesse trattenere in paese tanti giovani sempre più tentati di andarsene, lo stimolo per la costruzione dell’asilo, il sostegno alla banda e molto altro ancora.
Un prete moderno, in sintesi, ma con fedeltà all’antico, nella sostanza della fede e anche nel rispetto dei segni e delle manifestazioni più «colorite» care alla sua gente: le processioni, San Bartolomeo, la benedizione natalizia delle case, e quella dei «monti» con la visita a tutte le famiglie che in estate salivano in alpeggio. Con lui, se ne è andato un prete di città che, nonostante le grandi distanze, ha cercato di capire e di camminare con la sua gente, oltre che un protagonista certo e un simbolo importante della piccola storia di Vedeseta.
Arrigo Arrigoni - L’Eco di Bergamo
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