Monaci di Branzi formaggio di Monte
Branzi, Carona Articolo letto da 433 Utenti - Pubblicato il 17 Luglio 2007
Ogni giorno sei quintali di latte fresco Marzia e Francesca, dottoresse in baita.Per le sorelle Monaci, laureate in Veterinaria e Agraria, estate in alpeggio sopra Carona
Al lavoro dalle 6 alle 22. Niente tivù e comodità . Il mare? L’abbiamo visto una volta. Le vacanze? Ormai non sappiamo più neppure cosa siano. Il mare? Sono anni che non lo vediamo. Perché questo è un lavoro che ti occupa tutto il giorno e tutto l’anno. È un sacrificio, certo. Ma noi siamo contenti così. Marzia, 26 anni, e la sorella Francesca, di 23, con i cugini Carmen di 15, Marco di 14 e lo zio Adriano, di 50 anni, trascorrono ogni estate in alpeggio, sui prati che portano al rifugio Fratelli Calvi, in alta Valle Brembana. Â
Sono tutti della famiglia Monaci, della Gardata di Branzi, eredi dell’attività del nonno Lodovico, che un secolo fa iniziò ad allevare mucche e produrre formaggio. Loro, tra mille sacrifici ma comunque felici, proseguono da generazioni il lavoro di casari in alpeggio. Una vita difficile che inizia alle 6 del mattino e si conclude solo alla sera, di fatto, senza un giorno di pausa. Perché è la natura che non si ferma. E allora le mucche vanno munte due volte al giorno, che piova o ci sia il sole, altrimenti si ammalano, e vanno spostate sempre più a monte, per seguire la maturazione dell’erba. Per dei giovani cresciuti con l’eredità e la passione per un lavoro a contatto con la natura, in fondo è forse più divertente trascorrere l’estate così. C’è più soddisfazione. E allora il mare, Ibiza o i Caraibi, la discoteca o il pub non sono poi così necessari per star bene con se stessi e gli altri. Vivono in baita tre mesi, senza televisione, con l’elettricità del generatore e con l’acqua delle vicine sorgenti: da metà giugno a inizio luglio al Lago del Prato, poi le mucche vanno spostate nella zona di Fregabolgia, a quota 1.900 metri, dove la famiglia Monaci prende in affitto ancora un’altra baita e un altro alpe.
E qui rimarranno fino all’inizio di agosto, quando raggiungeranno la zona del rifugio Calvi, dove ci sarà altra erba matura per le mucche. A settembre, invece, la discesa, sempre con le stesse tappe, alla Fregabolgia e al Lago del Prato, prima di riportare la mandria nello stallone di Branzi. Per la stagionatura del formaggio serviranno 45 giorni, poi le forme saranno portate a valle e vendute nel negozio della Gardata, gestito da Lucia, la mamma di Marzia e Francesca, e da Fulvia, la mamma di Marco e Carmen. E poi c’è Sebastiano, papà delle due sorelle, che oltre a fare il fieno a valle sale saltuariamente a dare una mano in montagna. Queste giornate in alpeggio, intanto, sono scandite dai ritmi imposti dagli animali. Sveglia alle 6 e subito si raggiunge il carro mobile della mungitura (ogni giorno si mungono circa sei quintali di latte). Le vacche da latte, una quarantina, a turno di quattro per volta, raggiungono la macchina per la mungitura. Ognuno, nel team Monaci, ha il suo compito: Marco pulisce e disinfetta le mammelle e provvede a rifornire i secchi del mangime (Una speciale miscela di fieno, erba medica e cereali, tiene a precisare Francesca); Carmen, invece, richiama le mucche al loro turno, facendole uscire dal recinto. A proposito, ognuna delle 80 vacche, ha il suo nome: Ada, Ilary, Ida o, più nostranamente, Bela Cera. E il bello è che tutte vengono riconosciute dai padroni. Francesca, Marzia e Adriano, invece, attaccano la macchina alle mammelle, controllano che tutto proceda regolarmente, liberano le mucche dal fastidio delle mosche, e versano il latte nei bidoni. Ci sono anche due cani pastore, Fiume e Mora (il fedele amico a quattro zampe di Marco), che provvedono a riportare all’ordine qualche mucca un po’ vagabonda. Alle 8,30 la mungitura è finita e finalmente si può fare colazione, naturalmente con una bella scodella di latte fresco. Poi, mentre Marco e Adriano vanno a portare al pascolo le altre 40 manze, le ragazze iniziano la lavorazione del latte, nella coldera di rame, per produrre Formai de mut dop d’alpeggio (quello col marchio blu). Lavorazione che dura tutta la mattina, finché, verso le 13, si può pranzare. E se c’è pane fresco meglio dice Francesca. Perché dipende se qualche parente, la mattina, è riuscito a portarlo in alpe.
E dopo pranzo c’è ben poco tempo libero: bisogna sistemare la baita o andare a raccogliere legna per la stufa. Insomma, il pisolino resta proprio un sogno, perché, alle 16 in punto, bisogna di nuovo riprendere la mungitura. Ed è qui che incontriamo sorelle e fratelli Monaci, nel poco tempo che hanno a disposizione per raccontarci un po’ la loro estate in alpeggio. Tutta la procedura di mungitura riprende con meticolosità e con una certa rapidità . Per chi abita da sempre in città e per molti bambini che forse pensano che il latte sia fabbricato al supermercato, un’ora a osservare la famiglia Monaci all’opera sarebbe sicuramente una scoperta emozionante. Conclusa la seconda mungitura è ormai sera, si cena e si lavora ancora il latte per il formaggio. Così arrivano le 22 e la giornata lavorativa è conclusa. Ancora una tazza di latte e poi a letto perché dopo una giornata così - dice Francesca - non hai più voglia di far nulla. In baita, d’altronde, non c’è tivù. Come non ci sono elettrodomestici mentre, fortunatamente, i telefoni cellulari funzionano. Ma fino a qualche anno fa - ricorda Marzia - eravamo praticamente isolati. E comunicavamo con piccoli pezzetti di carta che affidavamo a chi scendeva a valle. Ricordo sempre i saluti che ci scrivevano mamma e nonna - dice Francesca - ci facevano piangere. D’estate il tempo in alpeggio è prezioso e raramente dall’alpe si scende a valle. Lo fa Marzia, una laurea in veterinaria, perché impegnata in un progetto della Comunità montana sulla mastite. Lei e Francesca, neodottoressa alla facoltà di Agraria (in Scienze della produzione e trasformazione del latte), non ricordano neppure quell’unica volta che andarono in vacanza al mare. Carmen, invece, il mare l’ha visto solo grazie alla gita con la scuola media, mentre Marco non ci è mai andato. Ma non abbiamo rimpianti - dicono Francesca e Marzia –. Solo vorremmo che i turisti di passaggio comprendessero anche il grande lavoro e i sacrifici che facciamo. Qualcuno ci dice, scherzosamente, che abbiamo buon tempo. In realtà non sanno che il lavoro ci impegna dalla mattina alla sera. Quando c’è il sole, può essere anche bello, certo. Ma le mucche vanno munte anche se piove a dirotto. E allora, non è più così divertente. E il futuro del piccolo Marco? Lui è certo: Farò l’allevatore, perché in realtà non è pesante. A me piacciono natura e animali. Intanto si è iscritto alla prima classe di Ragioneria. Così, nella famiglia Monaci, i conti dei formaggi torneranno sempre.
Giovanni Ghisalberti - L’Eco di Bergamo - 17/07/2007
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