Raggiunto l’accordo al ministero del Lavoro per 66 lavoratori, dopo che l’azienda ha delocalizzato la produzione in Ungheria. È arrivato ieri da Roma il via libera per un ulteriore anno di Cassa in deroga alla Miti di Zogno, dopo il primo periodo che scadrà tra dieci giorni. I sindacati hanno infatti siglato l’accordo al ministero del Lavoro che prevede sicuramente il primo anno di ammortizzatore per i 66 lavoratori di (in gran parte donne), ma che implicitamente ne sottintende anche un secondo, visto che sarebbe già stato individuato il personale che lascerà l’azienda entro il 2010, permettendo così altri 12 mesi di «ossigeno», con scadenza il 18 gennaio 2012.

Due anni di Cassa in deroga quindi, per chiudere una vertenza, quella della Miti, che si era aperta lo scorso maggio, quando la proprietà dell’azienda tessile, specializzata in indemagliabili ed elasticizzati, aveva deciso la delocalizzazione in Ungheria (a Szentgotthárd, provincia di Vas, nella parte nord-occidentale del Paese) dell’attività di tessitura, per motivi legati alle condizioni di mercato sempre più difficili e all’eccessivo costo del lavoro. Ora, mentre è da tempo completato il trasloco dei macchinari in territorio magiaro (dove l’attività è già ripresa), la produzione a Zogno è cessata fin dall’estate, ma almeno ora c’è la certezza di un ulteriore periodo di ammortizzatori, in un contesto, quello della , dove la ricollocazione è sempre più difficile, specie per le tante lavoratrici donne. Sull’altro versante, quello della riconversione industriale dell’area, un po’ tutti gli attori sul territorio sono chiamati da mesi a provare a mettere sul terreno possibili soluzioni alternative, anche se a livello congiunturale, questo non sembra davvero il momento più favorevole per «inventarsi» un nuovo futuro.

I sindacati hanno anche garantito l’impegno, facendo nuovamente appello a istituzioni ed enti locali, «per dare corso alle iniziative di politiche attive per il lavoro: formazione e ricerca di nuova occupazione innanzitutto».

«Al ministero del Lavoro – spiega Raffaele Salvatoni di -Cisl – abbiamo firmato per la Cassa in deroga: si tratta in pratica di un biennio, visto che fin da oggi sembra ormai definito il percorso che porterà all’esodo del 30% dell’organico entro l’anno, condizione essenziale per ottenere il secondo anno di ammortizzatore. La firma di Roma non può essere accolta con soddisfazione, visto che ancora una volta siamo di fronte a un’azienda che chiude, impoverendo il tessuto economico del nostro territorio. C’è però almeno la garanzia, per i prossimi 24 mesi, di una copertura per chi si è visto chiudere la fabbrica. A questo punto era il massimo che si poteva fare: sono già anche stati individuati i 21 volontari che come detto, lasceranno il posto con un incentivo nel primo anno di Cassa».

«C’è già la disponibilità da parte di alcune figure – conferma Pietro Allieri della Filtea-Cgil, l’altro sindacalista che ha seguito la vertenza oltre a Luigi Zambellini della Uilta-Uil – di accettare l’esodo incentivato. Incassato quindi l’ammortizzatore per un periodo sufficientemente lungo, resta però il problema della ricollocazione dei lavoratori in un contesto, quello della Valle Brembana, che attualmente offre davvero pochissimo, per non dire nulla. Ora la discussione si sposterà su Urgnano, dove l’obiettivo, per i 180 lavoratori, è la Cassa straordinaria per un anno. Ma dobbiamo ancora vederci con l’azienda che ha già preannunciato un piano di ristrutturazione dove dovrebbero essere previsti, al termine dell’anno di Cassa, una trentina di esuberi. Siamo però ancora ai primi passi: un incontro tra le parti dovrebbe tenersi entro fine mese».

Anche da parte della proprietà si sottolinea la «soddisfazione per l’ottenimento della Cassa in deroga». «Fin dalla firma degli accordi con il sindacato in estate – spiega il presidente Miti – auspicavamo l’ottenimento della Cassa in deroga, sostenuto anche dagli incentivi messi sul piatto dall’azienda. Abbiamo già ripreso da 4 mesi l’attività in Ungheria, con un organico di 40 . Per quanto invece riguarda Urgnano, l’attività di finissaggio, nonostante il prevedibile calo di fatturato, ha retto rispetto ad altri competitor. Proprio la riduzione dei costi seguita alla chiusura di Zogno, ci permette di andare avanti con Urgnano, dove non è prevista alcuna delocalizzazione».

L’Eco di