Carolina Tiraboschi, 38 anni di Zambla (ma vive a Serina) ex azzurra di biathlon è stata la prima italiana al traguardo della Marcialonga. Ha concluso la sua fatica in 4 ore e 14 minuti, staccando di quasi mezzora il marito, Elio Carrara, e piazzandosi al 671° posto assoluto. Ieri mattina alle dieci era sul campo scuola di Zambla a tenere lezione di sci (è anche maestra).

La prima domanda potrà sembrarle banale, ma come l’ha presa Elio?
«Diciamo che ha fatto buon viso a cattivo gioco. Ma tutto sommato penso che sia stato contento».

Lei lo è senz’altro…
«Di più, io sono felicissima. Contavo di arrivare prima tra le bergamasche, e già quella sarebbe stata una grandissima soddisfazione, ma prima delle italiane è una supersoddisfazione!».

Gara dura?
«Come sempre. Io sono partita nel secondo gruppo di merito, avendo il pettorale 617, e mi sono imposta subito un ritmo di gara altissimo nella prima parte, perché sapevo che, soprattutto negli ultimi chilometri, ci sarebbe stato da soffrire. Li temevo tantissimo, senza poi contare gli altri concorrenti che mi sfrecciavano accanto ad una velocità supersonica».

Ma qualche maschietto l’avrà superato anche lei…
«Sì e con soddisfazione, soprattutto quando c’era da spingere. Se superi i maschi “di braccia” allora vuol dire che sei forte».

E le donne?
«Mi sono imbattuta in due sole norvegesi, due vichinghe nel vero senso della parola. Biondissime e fisicatissime».

Eh sì che all’agonismo lei c’è abituata…
«È vero, ma la Marcialonga è una gara particolare. Conta la preparazione fisica, che ho curato ritagliandomi degli spazi di allenamento tra una lezione e l’altra, ma soprattutto conta la testa. Sapersi misurare e sapersi dosare. Per esempio, lo scorso anno, temevo molto meno la salita della Cascata, perché avevo tenuto per tutta la gara un andamento regolare, mentre domenica scorsa ho bruciato tantissimo in avvio di gara e temevo di arrivare agli ultimi tre chilometri senza averne più da spendere. Fortunatamente non è stato così».

Un anno fa come era andata?
«Ho finito la gara intorno agli ottocento. Stavolta è andata meglio e devo ringraziare un po’ tutti».

Chi, in particolare?
«Beh, innanzitutto la mia famiglia, oltre ad Elio, mia mamma Giovanna, ma soprattutto mio papà “Tino-Marietta” che mi ha avviato all’agonismo: se oggi sono un’atleta con un passato nella Nazionale azzurra lo devo a lui. E poi ai miei sponsor dell’Italcementi e ai tantissimi amici che ho e che mi hanno inondato di messaggini di incoraggiamento».

Che cosa le hanno detto i suoi figli Olav e Syria?
«Olav era impegnato in una gara del circuito provinciale, mentre Syria era a casa ammalata. Quando le ho spiegato che ero arrivata diciannovesima assoluta c’è rimasta un po’ male. Per lei conta solo chi arriva primo».

L’Eco di Bergamo