«A quei tempi avevo 23 anni, il 14 agosto 1934 ero in vacanza a Selvino: soffrivo il caldo e la mia famiglia, originaria di Ambivere, mi mandava in a prendere un po’ di fresco. Qui la notizia mi ha travolto, come quella bufera che ha portato via i miei fratelli. Anche io volevo andare su quel monte e riprendermeli, ma mio padre è andato da solo, incapace di raccontare la morte di due figli a una madre. Non si dava pace, e questo dolore gli ha spezzato il cuore: 17 giorni dopo la morte di Innocente e Giuseppe, se ne è andato anche lui».

Il momento più terribile
Maria Longo, 100 anni proprio oggi, racconta tutto d’un fiato il momento più terribile della sua lunga vita. Una catastrofe che l’ha trasformata da ragazzina in donna, che l’ha messa di fronte alla tragedia della morte e alla necessaria forza della vita.

Cento anni oggi, una voce flebile, ma una mente che macina senza sosta ricordi: «Vivo di ricordi, è il mio modo per passare » racconta nella sua cucina. Tutto in ordine in questo appartamento di via Coghetti a affacciato su Città Alta. Sul balcone i fiori e un oleandro, in casa alle pareti vecchie . «L’Eco» sul tavolo, lei che è abbonata da una vita e ancora oggi lo sfoglia, per un’abitudine passata che le è rimasta addosso.

Erano nove fratelli
Il suo cognome è collegato alla montagna: è proprio lei la sorella dei due fratelli Longo a cui è stato dedicato dal Cai il rifugio sopra Carona e per i quali in ogni anno si corre dal 1974 in settembre il Trofeo Longo. «Innocente aveva 26 anni, Giuseppe 29 – racconta Maria -: eravamo in 9 fratelli, 5 femmine e quattro maschi: mio padre Anania voleva continuare la carriera di soldato ma l’Esercito lo rifiutò perché aveva troppi figli e si mise così a lavorare come bigliettaio sul tram a Bergamo, mia mamma era maestra elementare a Ponte San Pietro. Io badavo alla casa e ai miei fratelli». Fino al 14 e 16 agosto 1934: Giuseppe e Innocente salgono con una cordata a 4 sulla del Cervino. Prima assistono alla morte di due scalatori torinesi che precipitano nella discesa, poi arrivano in vetta con soli due sacchi a pelo.

La bufera di neve
«I miei fratelli volevano ridiscendere subito perché non erano equipaggiati a sufficienza, ma con i compagni finiscono per accamparsi. Una bufera di neve li sorprende: si rifugiano in un anfratto ma nella notte Innocente muore assiderato». A quei tempi non ci sono i telefoni satellitari, non c’è che tenga: Giuseppe lega il corpo del fratello alla croce sulla cima del monte, lo consegna alla montagna che tanto amava e che lo ha sconfitto. «I tre discutono, si separano – continua il racconto Maria, aiutata dai figli Giuseppe e Caterina – e Giuseppe scende con solo uno dei due compagni». Dopo un’altra notte all’addiaccio, raggiunge la Capanna Solvay, in Svizzera, e qui muore assiderato e stremato».

La tragedia del padre
Il papà Anania parte da solo per recuperare i corpi: «Non volle nessuno con lui, ma non resse al dolore: li volle vedere in quelle condizioni pietose, mangiati dalla neve e dal gelo, e morì 17 giorni dopo». Tutto finisce sulle spalle della mamma e di Maria. «Ci trasferiamo alla Madonna del Bosco – continua -: mia madre insegnava a Curno e ogni mattina partiva a piedi per andare a scuola. Io mi occupavo della casa e della drogheria che avevamo a Longuelo, in un negozietto vicino alla chiesa della Madonna del Bosco: vendevamo tabacchi, salumi, verdura, un po’ di tutto come si faceva a quei tempi». Si sposa «solo» a 29 anni, un’età anomala per quel periodo: «Romano (Moretti, ndr) l’ho conosciuto a ballare al Dopolavoro ferroviario: d’inverno andavamo lì mentre aspettavamo la neve per poi andare a sciare. Anche lui amava la montagna e lo incontravo sui sentieri della Presolana» sorride Maria che ben ricorda gli sci montati sulla bicicletta per andare a Castione in gita. La tragedia non l’aveva comunque fermata da quella passione, aggrappata alla terra e alle sue vette: «Giuseppe e Innocente erano dei grandi rocciatori: la mia famiglia ha sempre amato la montagna, e soprattutto la sua roccia, aspra. Scalare era un modo per esorcizzare la morte».

A 30 anni arriva il primo figlio: «Emilio, ora monsignore a Imola; poi Giuseppe Innocente, morto di meningite a 4 anni, Caterina e il quarto figlio, Giuseppe Innocente, sempre in ricordo dei miei fratelli». Dal 1985 Maria è rimasta vedova, vedendo gli anni passare: «Ero considerata la più debole e sono rimasta solo io – commenta -. Il dolore mi ha reso forte». Anche severa, dicono i figli, ma adesso non più: «Con i nipoti sono più permissiva, anche se i figli quando serve li riprendo ancora». Tutta d’un pezzo la signora centenaria, con i suoi vizi e le sue passioni. Giocare a carte («Ho insegnato Scala 40 anche alla mia badante»), il parrucchiere sotto casa, due colpi di spazzola ogni tanto davanti allo specchio e un po’ di crema in viso.

Poi la Messa in tv, polenta e coniglio la domenica, e tutti questi ricordi che continuano ad affiorare: «Della mia prima vita, quella di Ambivere con i miei fratelli, quella della tragedia del Cervino» continua a ripetere lei, che poi come in un flash passa a un’altra fetta della sua vita da ragazza: «Sa che ho anche frequentato la scuola di sarta? Che fatica cucire la fodera, mi scappava tra le mani quanto era sottile – sorride -, però un cappotto me lo sono fatta tutta da sola». Cento anni certo che sono tanti: «E io sono qua» dice tenace, gli occhi piccoli che ti fissano intensi, aggrappata alla sua storia. Poi ritorna il pensiero ai due fratelli, la disperazione di un padre, e la forza di andare comunque sempre avanti.

Fabiana Tinaglia – L’Eco di Bergamo

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